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Abusi in casa famiglia, la verità di Casareto: “Mai toccato i ragazzi, non mi spiego queste accuse abominevoli”

In aula è stato sentito per quasi quattro ore l'imputato che ha respinto tutte le contestazioni: "La casa famiglia era una scelta di vita per noi"

Savona. Quasi quattro ore di testimonianza per raccontare la sua verità. Questa mattina nel processo per i presunti abusi sessuali nella casa famiglia “La Mimosa” di Celle Ligure a deporre è stato Massimiliano Casareto, il gestore della struttura e unico imputato nel procedimento.

Casareto, che è accusato da tre ex ospiti della casa famiglia di averli molestati (si parla di baci, carezze e toccamenti), si è difeso da tutte le contestazioni negando con decisione che si siano mai verificati gli episodi contestati dalla Procura.

L’imputato è entrato nel dettaglio delle singole imputazioni respingendo una ad una le accuse: “Non ho mai avuto comportamenti sessualmente scorretti mentre guardavo la tv coi ragazzi. Non mi sono mai infilato nel letto di nessuno di loro, ma può essere capitato che io mi sedessi sul letto di qualcuno quando c’era bisogno di consolarli o di confrontarsi. Certamente non mi mettevo sotto le coperte, anche perché ero sempre vestito, e non succedeva mai in orario notturno. Non ho mai fatto pressioni su nessuno perché mi chiamassero papà e, per quanto riguarda l’accusa di aver spiato chi era in bagno, dico che non solo non è vero, ma è anche impossibile. C’erano sempre persone per la casa e quindi non è possibile”.

Casareto è tornato anche sull’episodio della presunta telecamera che riprendeva il bagno di casa (sullo schermo della televisione di uno dei ragazzi era stato visto un fotogramma che riproduceva la stanza): “Io ricordo che ero nel mio bagno e arrivarono a chiamarmi due dei ragazzi dicendomi che avevano trovato un’immagine del bagno sulla tv. Siamo andati a vedere, ma i cavi della consolle erano già stati scollegati e sullo schermo non si vedeva più alcuna strana immagine. Per quanto mi riguarda quindi l’episodio si chiuse lì”.

A proposito di un altro degli episodi specifici contestati, quello che sarebbe accaduto dopo una doccia durante una vacanza in Sardegna nel 2008, l’imputato ha escluso che sia accaduto qualcosa di anomalo: “Io e il ragazzo non siamo mai rimasti soli e dopo che lui ha fatto la doccia non c’è stato alcun momento consolatorio tra noi”.

Nel corso della lunga deposizione, oltre a parlare delle singole accuse, i difensori dell’imputato, gli avvocati Scopesi e Gulotta, hanno chiesto a Casareto di affrontare il tema dei rapporti con gli ospiti della casa famiglia e con i loro genitori naturali: “Erano buoni con tutti, non ho mai impedito a nessuno di entrare in casa e ho sempre favorito i contatti con le famiglie dei ragazzi”.

A proposito dei tre “accusatori” l’educatore ha spiegato di aver avuto qualche problema solo in relazione ad alcuni episodi in particolare: “E’ successo quando uno di loro rubò 700 euro al padre durante una visita. A noi disse che aveva vinto al gratta e vinci, ma poi chiamò il papà per dirmi che erano spariti dei soldi e che sospettava del figlio. Il ragazzo ci giurava di non aver fatto nulla, ma poi scrisse una lettera a me e a mia moglie in cui confessava”. Proprio alcuni passaggi di quella lettera sono stati letti in aula: “Sono un ladro e un bugiardo”, “ho rubato io i soldi”, “non volevo deludervi”, “vi voglio bene”.

Casareto ha poi raccontato di un altro episodio che provocò attriti tra lui ed uno dei ragazzi che lo accusa: “Mi chiamò la Questura per dirmi che era da loro. Lui era già maggiorenne quindi non mi raccontarono che cosa fosse successo. Quando tornò a casa lui si chiuse per due giorni nella sua stanza senza parlare. Andai da lui e finalmente si confidò e in quell’occasione mi raccontò di aver subito abusi dal cugino che gli entrava nel letto. Poi mi spiegò del problema in Questura: venne fuori che un ragazzino aveva detto di aver ricevuto avances da lui. La questione si risolse con la remissione della querela a fronte dell’impegno di seguire un percorso psicologico che il ragazzo infatti iniziò”.

L’ultima “litigata” con la presunta vittima ha radici più recenti ed è relativa all’attività cinofila che l’imputato svolgeva: “Ad un certo punto l’attività che svolgevamo insieme comporta un distacco – ha precisato Casareto -. Io mi sono accorto che lui e il compagno portavano avanti un’attività loro dentro al mio campetto alla Natta. Di fatto gestivano la struttura associativa come fosse la loro e io allora decido di chiudere il campo e glielo comunico. A quel punto mi dicono che lo avrebbero tenuto loro e abbiamo avuto una discussione perché io chiesi di quantificare le spese per il materiale che si teneva, ma lui si rifiutò. Quando andai a prendermi gli ostacoli lui si arrabbiò e disse che un padre non si comporta così e che gli avevo raccontato un sacco di balle”.

“Durante l’udienza non è mancato un momento di profonda commozione da parte dell’imputato, che ha stento ha trattenuto le lacrime, nel raccontare del suo rapporto con uno degli ospiti della casa famiglia per il quale erano in corso le pratiche di adozione: “Era con noi da quattro anni, è arrivato che aveva meno di sei anni e quando è successo tutto ne aveva dieci. Lui era l’unico a chiamarci mamma e papà. Dopo che il suo papà aveva perso la patria potestà la psicologa ci chiamò e noi ci proponemmo subito per l’adozione. Le pratiche erano tutte in corse e anche da parte della mamma del piccolo c’era disponibilità a rinunciare alla patri potestà. Quel giorno, il 20 giugno, quando sono arrivate le poliziotte, che sono state eccezionali, è stato uno strazio. Lui piangeva mentre le assistenti sociali lo caricavano sulla macchina..”.

Per me e mia moglie la casa famiglia era una scelta di vita. Non abbiamo figli perché non sono mai arrivati ed è proprio per questo che ne 1999 abbiamo deciso di mettere a disposizione la nostra famiglia per chi ne aveva bisogno. L’attività è durata fino al 20 giugno 2014: abbiamo ospitato una settantina di ragazzi in tutto” ha precisato l’imputato.

Significativa l’ultima domanda che il presidente del Collegio dei giudici ha rivolto a Casareto: “Come mi spiego queste accuse? Me lo sono chiesto tante volte mi sono dato diverse risposte. Uno dei ragazzi venne a casa mia, credo a gennaio scorso, e mi accusò di aver rivelato in giro la storia delle molesti e mi disse che me l’avrebbe fatta pagare. L’episodio mi colpì molto tanto che chiamai un’educatrice per raccontarglielo. Non so, forse c’era anche gelosia nei confronti del bimbo che stavamo per adottare, forse il fatto del campo per i cani, il fatto di fare la stessa attività. Ma perché arrivare ad una cosa del genere? Sugli altri due ragazzi invece davvero non me lo spiego come siano arrivate delle accuse così abominevoli, vorrei tanto saperlo”.

Il processo riprenderà a giugno con l’audizione dei testimoni della difesa.

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