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È iniziata l’audizione dei testimoni dell’accusa al processo Tirreno Power

In aula è stato sentito il commissario di polizia Monica Bellini che aveva indagato sulla centrale vadese sotto il coordinamento del Procuratore Granero

Savona. Nuova udienza questa mattina nell’aula magna del tribunale di Savona per il processo per disastro ambientale e sanitario colposo nel quale sono a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power. Dopo che nella precedente udienza il giudice Francesco Giannone aveva ammesso tutte le parti civili che avevano formalizzato la richiesta (compresi i circa cinquanta cittadini riuniti in una sorta di “class action”), oggi il dibattimento è stato ufficialmente aperto.

Prima è stato conferito l’incarico al perito Alberto Tarricone che si occuperà della trascrizione delle intercettazioni ambientali e telefoniche fatte dagli inquirenti in sede di indagine (tranne quelle relative ad un consulente tecnico di Tirreno Power che sono state escluse in accoglimento di un’eccezione avanzata dai legali della difesa), poi è stato ascoltato il primo testimone dell’accusa (da oggi rappresentata non più dal sostituto procuratore Daniela Pischetola, ma dalle colleghe Elisa Milocco e Chiara Venturi), ovvero il commissario di polizia Monica Bellini, che all’epoca dell’indagine sulla centrale era in forza alla Procura, ed ha affiancato nell’attività investigativa il Procuratore Francantonio Granero e il pm Maria Chiara Paolucci.

L’ex componente della pg savonese ha ricordato come è stata avviata l’indagine su Tirreno Power (ovvero dopo lo studio epidemiologico del dottor Paolo Franceschi e gli esposti di alcuni comitati di cittadini e di associazioni ambientaliste) ripercorrendo poi tutte le tappe che hanno portato gli inquirenti ad iscrivere i primi nomi sul registro degli indagati. Il commissario Bellini ha ricordato che, inizialmente, in Procura era stata vagliata tutti la documentazione relativa alle prescrizioni ed ai permessi rilasciati dal Ministero e dagli altri organi preposti per indicare al gestore della centrale i parametri entro i quali doveva operare.

Proprio dagli accertamenti sui documenti, secondo la Procura, erano emerse delle irregolarità che avevano convinto gli inquirenti a proseguire nell’indagine che poi ha portato al rinvio a giudizio di 26 persone: Giovanni Gosio, direttore generale dal 2003 al 2014; Massimo Orlandi, presidente del Cda in diversi periodi nonché membro del Comitato di Gestione; Mario Molinari, Andrea Mezzogori, Jacques Hugé, Denis Lohest, Adolfo Spaziani, Jean-Francois Louis Yves Carriere, Pietro Musolesi, Domenico Carra, consiglieri d’amministrazione e, per i primi sei, membri del Comitato di Gestione, in periodi differenti; Mario Franco Leone, presidente del Da tra 2010 e 2014; Olivier Pierre Dominique Jacquier, Giovanni Chiura, Aldo Chiarini, Pascal Renaud, Agostino Scornajenchi, Giuseppe Gatti, Alberto Bigi, Charles Jean Hertoghe e Luca Camerano, tutti consiglieri d’amministrazione e membri del Comitato di Gestione negli ultimi anni; Pasquale D’Elia, capo centrale dal dicembre 2005 al 2014; Ugo Mattoni, direttore della Direzione Energy Management dal 2004 al 2014; Maurizio Prelati, direttore della Direzione Produzione dal 2008 al 2014; Guido Guelfi, direttore della Direzione Ingegneria dal 2004 al 2014; Andrea De Vito, direttore della Direzione Amministrazione Finanza dal 12007 al 2014; Claudio Ravetta, direttore Produzione dal 2004 al 2008 e vice direttore generale dal 2008.

L’audizione dei testimoni dell’accusa proseguirà a giugno. Intanto, a margine dell’udienza di questa mattina, da Tirreno Power è arrivato un sintetico commento: “E’ un processo nato con una maxi inchiesta che si è sgonfiata mese dopo mese. Anche la scorsa settimana sono usciti dal processo amministratori e dirigenti di Tirreno Power indagati per anni. La stessa procura ha riconosciuto che queste persone non solo non hanno commesso reati ma nemmeno avrebbero avuto la possibilità di compierli. Il processo è stato avviato sulla base di ipotesi del tutto teoriche di dati ambientali e sanitari che sono stati smentiti dai dati reali dell’Osservatorio regionale per la salute e l’ambiente”.

IL SEQUESTRO

I gruppi a carbone furono sequestrati nel marzo 2014 dalla Procura di Savona. Secondo l’allora procuratore Francantonio Granero (oggi in pensione) i fumi emessi dai gruppi a carbone avrebbero causato un aumento dell’inquinamento nonché della mortalità dei residenti: a sostegno di questa tesi negli anni sono stati prodotti diversi studi legati sia alla diffusione dei licheni (per l’aspetto ambientale) che dei tumori (per quello sanitario). Sotto accusa anche la mancata installazione da parte dell’azienda di centraline a camino che permettessero di monitorare in modo più efficace la composizione di quei fumi e la rispondenza ai dettami di legge. Alla chiusura hanno fatto seguito mesi di polemiche furibonde tra ambientalisti e sostenitori dell’azienda, con gli operai finiti in cassa integrazione e l’indotto in crisi. Alla fine la centrale è stata riaperta, ma soltanto a metano, con una sostanziale diminuzione della forza lavoro.

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