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Tirreno Power, via al processo in tribunale: anche il Ministero della Salute si costituirà parte civile

La prima udienza si è chiusa con un nulla di fatto per un difetto di notifica: l'apertura del dibattimento slitta al 2019

Savona. E’ iniziato ufficialmente questa mattina il processo per disastro ambientale e sanitario colposo che vede a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power. A causa di un difetto di notifica, però, il giudice Francesco Giannone non ha ancora aperto il dibattimento, ma ha fissato una nuova udienza per il 31 gennaio 2019 (ed ha anche stilato un calendario di massima che prevede una dozzina di udienze per l’istruttoria).

Le uniche novità di oggi sono quelle relative alle parti civili: anche il Ministero della Salute (come ha confermato l’avvocato Giuseppe Novaresi che tutela già gli interessi del dicastero dell’Ambiente), il Codacons, Articolo 32 ed Adac hanno infatti annunciato l’intenzione di formalizzare la loro costituzione, ma non è da escludere che la lista possa allungarsi ancora. Finora sono già state ammesse come parti civili sei associazioni ambientaliste (Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, Uniti per la salute, Wwf e Anpana) e il Ministero dell’Ambiente.

L’azienda ha commentato così l’inizio del processo: “Oggi ci sono i dati ufficiali che affermano in modo chiaro che la centrale a carbone non ha provocato né danni alla salute né all’ambiente. Dopo l’archiviazione dell’omicidio colposo e dell’abuso d’ufficio con i dati reali prodotti dalla Regione Liguria siamo certi che anche verrà dimostrato anche in questo caso l’insussistenza di quanto viene contestato. Ora chiediamo che la giustizia restituisca la verità a un territorio e alle centinaia di lavoratori che hanno vissuto sulla loro pelle un dramma sociale inutile e ingiustificato”.

A giudizio per la nota vicenda della centrale ci sono: Giovanni Gosio, direttore generale dal 2003 al 2014; Massimo Orlandi, presidente del Cda in diversi periodi nonché membro del Comitato di Gestione; Mario Molinari, Andrea Mezzogori, Jacques Hugé, Denis Lohest, Adolfo Spaziani, Jean-Francois Louis Yves Carriere, Pietro Musolesi, Domenico Carra, consiglieri d’amministrazione e, per i primi sei, membri del Comitato di Gestione, in periodi differenti; Mario Franco Leone, presidente del Da tra 2010 e 2014; Olivier Pierre Dominique Jacquier, Giovanni Chiura, Aldo Chiarini, Pascal Renaud, Agostino Scornajenchi, Giuseppe Gatti, Alberto Bigi, Charles Jean Hertoghe e Luca Camerano, tutti consiglieri d’amministrazione e membri del Comitato di Gestione negli ultimi anni; Pasquale D’Elia, capo centrale dal dicembre 2005 al 2014; Ugo Mattoni, direttore della Direzione Energy Management dal 2004 al 2014; Maurizio Prelati, direttore della Direzione Produzione dal 2008 al 2014; Guido Guelfi, direttore della Direzione Ingegneria dal 2004 al 2014; Andrea De Vito, direttore della Direzione Amministrazione Finanza dal 12007 al 2014; Claudio Ravetta, direttore Produzione dal 2004 al 2008 e vice direttore generale dal 2008.

In un primo momento il numero degli indagati per i reati di disastro ambientale e sanitario era più alto, ma, dopo aver raccolto il testimone dall’ex procuratore Francantonio Granero, oggi in pensione, i sostituti procuratori Daniela Pischetola e Vincenzo Carusi avevano chiesto l’archiviazione per quattordici dirigenti della Tirreno Power: Luigi Castellaro, Emilio Macci, Stefano La Malfa, Antonio Fioretti, Sergio Corso, Marco Ferrando, Roberta Neri, Marco Staderini, Sergio Agosta, Ferdinando Pozzani, Gianluigi Riboldi, Francesco Dini, Andrea Mangoni e Massimiliano Salvi.

IL SEQUESTRO
I gruppi a carbone furono sequestrati nel marzo 2014 dalla Procura di Savona. Secondo l’allora procuratore Francantonio Granero (oggi in pensione) i fumi emessi dai gruppi a carbone avrebbero causato un aumento dell’inquinamento nonché della mortalità dei residenti: a sostegno di questa tesi negli anni sono stati prodotti diversi studi legati sia alla diffusione dei licheni (per l’aspetto ambientale) che dei tumori (per quello sanitario). Sotto accusa anche la mancata installazione da parte dell’azienda di centraline a camino che permettessero di monitorare in modo più efficace la composizione di quei fumi e la rispondenza ai dettami di legge. Alla chiusura hanno fatto seguito mesi di polemiche furibonde tra ambientalisti e sostenitori dell’azienda, con gli operai finiti in cassa integrazione e l’indotto in crisi. Alla fine la centrale è stata riaperta, ma soltanto a metano, con una sostanziale diminuzione della forza lavoro.

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