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Rosso pistacchio

Tra le briciole di pane

"Rosso Pistacchio" è 'appuntamento settimanale con i racconti di Marzia su IVG

Generico aprile 2021

Quello fu un giorno maledetto.
Strillavano le cicale nel dopopranzo denso di sonno e bollente di sole.
Facemmo all’amore tra le briciole di pane e cacio e i noccioli sputazzati di olive. Sul marmo le chiappe sentono fresco, e io e Pasquale tra i rimasugli e le croste ci stavamo bene, tanto che, tra un bacio e l’altro, Pasquale mi piluzzicava via qualche mollichina da una coscia o uno sbaffo di sugo da una ascella e spesso non sapevo dire se stessimo mangiando o facendo l’amore.

Pasquale aveva capito subito che la via più breve per arrivare alle mie gonne era passare per lo stomaco. Da ragazzina mi inseguiva al mercato allungandomi una provolina fresca, un grappolo d’uva appena raccolto, un sacchetto di lupini freschi e salati come lumache di mare.
In cortile lo sorprendevo guardarmi le caviglie e le braccia grassotte.
Io gli sorridevo perché nessuno sorrideva a me, e nessuno sorrideva a lui. Mai.
La zia ci prendeva in giro, dicendo che Giulietta la chiattona e Pasquale il muto avrebbero fatto proprio una bella coppia.

E una coppia eravamo diventati. Inseparabili e appassionati come cacio e pagnotta, assetati l’uno dell’altra come quando per scherzo ti mettono il sale nel vino, e protettivi vicendevolmente come due bestie malate di rabbia.

Nelle sere di estate io tornavo dondolando con il mio culone di ricotta per le stradine della campagna, e Pasquale compariva all’improvviso tra i cespugli, e scassava di mazzate i ragazzotti che mi facevano il verso, mi leccava via le lacrime dal viso , mi prendeva in braccio con la stessa facilità e leggiadria con cui un bambino maneggia una barchetta di carta, e mi riportava a casa, accoccolata nelle sue mani come una coccinella in un cucchiaio, a far l’amore tra le briciole.

Io avevo imparato a prendere a ramazzate sulla schiena chiunque lo chiamasse “MUTO” , “DEMENTE” , “STORPIO”, soffocavo tra i miei seni i suoi gridi di oca muta e furiosa, gli accarezzavo i muscoli, e lui si addormentava sereno.

Pasquale era forte e nodoso come un tronco di olivo centenario, e spericolato, e deciso in amore come un trapezista russo. Le sue acrobazie mi avevano fatto gridare di terrore le prime volte, quando mi ero ritrovata a testa sotto, con solo una mano a sostenere il mio peso e l’altra mano che mi spogliava veloce come una faina in un pollaio.

Ma quello fu un giorno maledetto.

Strillavano le cicale nel dopopranzo denso di sonno e bollente di sole.
Il motocarro scassato stramazzò sotto gli ulivi tra lo starnazzare delle oche e il frullio infastidito delle galline.
Pasquale ed io dalla finestra guardammo scendere un piccolissimo omino baffuto, una pertica secca con una parrucca rosso lacca ed un gigante biondo e dalla pelle bianca accecante.

Quella sera nel cortile c’era tutto il paese ad ammirare l’improbabile circo.
Zie, nonne e catanonne si spellarono le mani alla vista del mangiafuoco baffuto, i ragazzini rimasero a bocca aperta davanti alla contorsionista e tutti attendevamo Ulrico, il gigante bianco.

Al centro del cortile una montagna di due metri di massi di tufo bianco avvolti in spesse catene di acciaio. Ulrico aveva occhi verdi come acini di uva acerbi. Senza sforzo ruppe le catene, se le scrollò di dosso con un ghigno da gatto nudo e, tra i sospiri delle vergini presenti, si avvicinò a me e mi accarezzò una guancia con un dito.

E non so perché proprio a me. Tra tutte le ragazze presenti. Forse perché ero la più buffa, la più ridicola, o forse perché quello era semplicemente un giorno maledetto, il giorno più maledetto di tutti i giorni maledetti.

Ho corso. Ho corso e lo ho cercato ovunque. Nel fienile. Nel pollaio. Nella colombaia. Nell’orto.
Ho gridato. Tanto.
Tanto da farmi male.

Era in cucina. Il mio Pasquale. Tra li piatti sporchi, le bucce di lupini, le pelli di salame.
Sul marmo fresco della sera di estate.
Incatenato con tutto ciò che aveva trovato in officina.
Gli occhi sbarrati e vuoti.
Un rivolo di sangue dalla bocca.

Una briciola di pane sul naso.

“Rosso Pistacchio” è la rubrica di Marzia Pistacchio, che ama definirsi “una truccatrice struccata”. Ogni martedì uno spazio dal taglio volutamente “leggero” con i suoi racconti, nati su IVG e poi diventati un libro. Clicca qui per leggere tutti gli articoli

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