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Vis a vis – la recensione

La serie spagnola che fa amare i cattivi

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“Vis a Vis” è una serie spagnola incentrata sulla vita di Macarena, una ragazza portata a essere criminale dal suo fidanzato, un manipolatore esperto di finanza. Costei finisce in carcere e conosce la sua futura acerrima nemica, nonché anche alleata (a seconda delle occasioni) Zulema.

La storia si divide in due rami: cosa succede dentro il carcere, con i rapporti tra le detenute, e cosa accade fuori dal carcere. La storia all’esterno narra la lotta della famiglia di Macarena contro due terroristi, legati a Zulema. Oltre a questo ci sono anche le vicende sentimentali delle guardie carcerarie e di chi lavora nel carcere. Il ramo all’interno, invece immagina una vita dentro al carcere, quindi lavori che le carcerate devono fare, rapporti di potere per commercio o per terrore, lotte, risse, isolamento, costrizioni e ovviamente omicidi.

La storia centrale è presto detta: Macarena si oppone a Zulema, il boss, che condanna a morte la sua famiglia per mano del suo fidanzato, un terrorista, e di suo zio, altro criminale, che perseguiteranno e verranno perseguitati dalle loro agognate vittime. La lotta porterà la morte sia degli uni sia degli altri. A quel punto, senza più aiuti esterni, Zulema diverrà l’unica vera antagonista, che tenterà di scappare dalla prigione costantemente, con mille piani.

Dalla terza stagione Macarena lascia il posto di protagonista a un nuovo personaggio, che però non sarà presente a lungo. Si rivedrà “La bionda” alla fine della quarta stagione, l’ultima. Uno spin off in lavorazione vedrà però il suo ritorno, come quello di Zulema.

Analizzando i personaggi e la loro psicologia, si nota un particolare poco felice: tutte le carcerate, eccezione fatta per le due protagoniste, sono descritte in maniera eccellente. Quando c’è di mezzo una prigioniera, questa non è mai banale, stupida, idiota, ma al contrario ha sempre un motivo valido di fare quello che fa e le mosse che fa sono perfettamente sensate, commesse nel momento giusto e nella modalità migliore.

L’opposto vale per ogni altro personaggio che, eccetto la guardia Altagracia, non vale nulla: tutti coloro che non vestono la divisa del carcere sono degli inetti, dai terroristi alla famigliola, dalle guardie alla direttrice. Personaggi che commettono solo errori, non capiscono quando bisogna agire e come si agisce.

Inoltre ci sono altri errori di sceneggiatura troppo gravi per non essere criticati. Partiamo con il medico del carcere, che poi sarà anche direttore. Si tratta di uno dei tanti cattivi, e non è mal fatto anzi è davvero il più odioso, senza morale o rimorsi: ma non può essere il medico. Doveva essere subito direttore e non medico del carcere, dato che il carcere è femminile e in un carcere di donne il medico deve essere donna, o si rischia, come accade, che questi le violenti o si faccia fare favori sessuali.

I terroristi e la famiglia sono allo stesso livello: criminali internazionali ricercati che vengono trovati, sconfitti, uccisi, trucidati da questa famiglia di provincia, la quale non fa mai una mossa sensata, ma magicamente vince. Scene dove il padre, anziano, impugna due pistole e abbatte cinque criminali, o dove la madre non riesce a stringere il sacchetto in testa al criminale per il tempo necessario, ma lo molla all’ultimo, supponendo di aver finito.

La polizia è forse la parte peggiore: promettono favori, accordi, aiuti, e poi non li mantengono mai, anzi mettono nei guai coloro che li aiutano, per un motivo o per un altro.

Nella prigione, invece, tutto cambia. Annabelle governa il mercato, Zulema e Sarai controllano le detenute, ci sono le schiavette, le finte omosessuali desiderose solo di affetto e le vere gay, le credenti, le amanti della cucina, le pacifiste, le drogate, non manca nessuno, dalla giovane alla vecchia. Se non fosse per le scene di interviste alle detenute, scene inutili che rubano circa un quarto d’ora, nelle scene interne al carcere non ci sarebbe nemmeno un errore.

L’unica guardia da tenere in conto è Altagracia, una vera guardia di una prigione privata, che agisce come dovrebbe, con forza ma anche con empatia quando serve. Differentemente dal violento semplice, dal buono e dal violentatore. Viceversa, le protagoniste hanno bisogno di tempo per diventare brave a vivere: inizialmente non ne fanno una giusta.

La serie commette il grande errore di far odiare i buoni e far amare i cattivi, o meglio la cattiva. Zulema Zahir è infatti la perfezione: una criminale pronta a tutto per la libertà, che sacrifica tutto e tutti, che uccide, rapisce e tiene in scacco l’intero corpo di polizia. Un genio della psiche umana, del condizionamento, di qualsiasi cosa, fin troppo perfetta sia in bellezza che in intelligenza.

Il suo ruolo è creare piani, complicatissimi, e tentare la fuga, più e più volte. Alla fine della fiera, senza la sua presenza, non ci sarebbe alcun motivo di seguire la serie. Senza un personaggio del genere, che gioca a scacchi con commissari e giudici, che si mangia la sua stessa tuta per venire trasferita in ospedale e da lì evadere, non ci sarebbe nulla da guardare, nessuno per cui votare.

Ci sono altre scene interessanti nella storia, come love story appassionanti e torture, ma queste non ve le illustro: la serie va guardata e amata, nonostante ogni episodio duri un’ora e mezza circa.

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