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Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco foto

L'uomo supera l'artista nell'opera teatrale con Alessandro Preziosi

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Saint-Rémy, 1889 – Vincent Van Gogh sceglie di sottoporsi volontariamente a cure psichiatriche presso l’ospedale di Saint Paul. Le pareti sono bianche e sterili, i medici sono incuranti dei mali dei pazienti, mentre i trattamenti a cui vengono sottoposti sono delle vere e proprie torture: questo è lo scenario che ci viene proposto, l’unico che ci verrà concesso nello spettacolo teatrale dal titolo “Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco”, tutt’ora in scena nei principali teatri italiani.

Tra queste quattro mura bianche avviene una fondamentale scissione: quella tra Vincent, l’uomo, il maniaco ossessivo, il tormentato e Van Gogh, l’artista, colui che è in grado di creare una nuova realtà solo con l’uso di tempera e pennello.

Il Vincent del manicomio invece è debole, trema e sputa, tuttavia non è mai solo; ad accompagnarlo ci sono gli inganni della sua mente e le allucinazioni che gli procura, prima tra tutte quella del fratello Theo, presenza assillante e allo stesso tempo di enorme conforto.

Allo spettatore non è concessa nessuna sicurezza, nessuna profonda verità: quello che sono venuti a vedere non è il celebre autore de “la notte stellata” ma è un qualunque artista pazzo, rinchiuso come un animale in gabbia, alle prese con il disperato tentativo di riprendere contatto con la realtà.

Un ruolo fondamentale nello spettacolo è giocato dai colori o, forse sarebbe meglio dire, dall’assenza di colori: a Saint Paul tutto è bianco. Dalle pareti, agli abiti dei personaggi di un grigio pallido, fino alla pianta, la cui forza di produrre fiori dai petali colorati pare essere stata spezzata da quel luogo così orribile.

Questo candore disarma lo spettatore, lo abbaglia; ma questa non è altro che l’ennesima tortura per Vincent al quale è stato tolto tutto, persino il piacere di poter godere delle bellezze della natura e delle sue innumerevoli sfumature.

È doveroso congratularsi, in primis, con Alessandro Preziosi, il quale è riuscito a rendere in modo encomiabile e mai stucchevole, tutto il dramma interiore di Vincent.

Un altro elogio va alla scenografia – benché il bianco accecante fosse il protagonista sulla parete di fondo è stato posto a rilievo, ma sempre tono su tono, una riproduzione stilizzata del quadro “Campo di Grano con volo di corvi”, ritenuto dai critici un vero e proprio grido di dolore di Van Gogh, ma anche un presagio del folle gesto che compierà per togliersi la vita. I corvi sono li, una presenza oscura, una spada di Damocle che grava sul capo di Vincent, come a ricordargli che tutti i suoi sforzi non serviranno a nulla – la morte lo attende.

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