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“Uno, nessuno e centomila”: Pirandello ci insegna che conviene non esporsi mai

È un concetto tanto semplice quanto difficile da spiegare: se non mi mostro, non perdo nulla. Se rimango nelle mie posizioni standard, come faccio a perdere qualcosa?

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“Caro Vitangelo Moscarda”, “Gengè”, “usurajo”, questi sono tre dei tanti Sig. Moscarda rinchiusi all’interno della medesima persona, alta un metro e sessantotto, capelli rossi, con la punta del naso che pende a destra. Com’è possibile che in un corpo vi siano tante persone? Da dove nascono tutte queste differenti espressioni dello stesso “io”?

Leggendo uno dei capolavori di Luigi Pirandello, Uno Nessuno e Centomila, si nota da subito che lo scrittore intenti trasferire all’interno del protagonista del testo, il tema delle “Maschere Pirandelliane”, già anticipato, in parte, dal filosofo tedesco Nietzsche. Difatti, già dalle prime righe, si evince come, alle dichiarazioni della moglie, la figura perfetta, quasi utopica ed immacolata di “Gengè”, venga screditata, dando via ad un declino e a dei turbamenti interiori che porteranno il signor Moscarda a commettere azioni scellerate.

Il protagonista aveva sempre dato alla moglie una figura pura, e quell’imperfezione, in viso, così tardamente riconosciuta, fa cadere l’io che Dida si era costruita del marito, o che il marito aveva costruito per lei. Moscarda non era mai stato se stesso con Dida, è sempre stato ciò che lei immaginava che fosse. Mostrare la sua reale identità, calando la maschera, probabilmente, avrebbe portato ad un rifiuto della moglie stessa. Ciò succede quando Dida, affiancata da Quantorzo, migliore amico del Sig. Moscarda, scopre dello “scherzo” che suo marito aveva fatto a Marco di Dio. Vitangelo Moscarda, senza maschera, è una persona a lei sconosciuta, perché lei conosce solo una delle centomila individualità del marito. Ogni maschera che un individuo si crea ha il fine di proteggere le persone che ci circondano, dando agli altri ciò che quest’ultimi vogliono, ovvero, un io a loro congeniale. Dida ha il suo amato Gengè, Quantorzo ha il suo fidato e caro Vitangelo Moscarda, il popolo, invece, gli attribuiva l’io che suo padre gli aveva gentilmente lasciato in eredità, quello di usuraio.

Non avere maschere comporta difficoltà, essere la stessa persona per tutti non sembra possibile, perché ognuno ha bisogno di una sua immagine. Tuttavia, essere noi stessi, potrebbe sì portare a scontri e dibattiti, ma tali diverbi potrebbero essere mirati alla costruzione di un io accettato da più persone, composto da più sfaccettature. Quindi, se non hai una maschera, essa si crea in segno di difesa, per apparire meglio agli altri, al fine di accontentare tutti coloro che conoscono una tua persona. Quando una delle tante immagini di Moscarda vengono sfidate, lui, impaurito, alienato, e sconcertato dalla caduta della maschera costruita eccezionalmente per una situazione, tenta di rispondere con vigore, sostenendo con le unghie tutte le sue sfaccettature.

Pirandello, tramite il protagonista, ci insegna che conviene non esporsi mai. Nel testo, tale pensiero, è espresso quando Moscarda sfratta Marco di Dio, lasciandolo con i mobili sotto la pioggia, per poi regalargli un appartamento. Difatti, all’atto dello sfratto il popolo ha iniziato ad insultare pesantemente il protagonista, inveivano contro di lui, gli davano dell’usuraio, gli auguravano la morte, senza sapere dell’appartamento a Marco di Dio regalato. Agire uscendo dall’anonimato ne fa scaturire reazioni da parte di tutti, perché mostrare i propri pensieri porta a far cadere la maschera che qualcuno si era fatto di te, o che tu avevi costruito appositamente per quel qualcuno. E nessuno vuole cambiarti la maschera, il popolo non puo vedere il Sig. Moscarda come “Gengè” o come il “caro Vitangelo”. Per loro, queste maschere non sono congeniali. Loro lo vedranno sempre come il figlio dell’usuraio, dal quale ha ereditato, oltre che i soldi, l’appellativo.

È un concetto tanto semplice quanto difficile da spiegare: se non mi mostro, non perdo nulla. Se rimango nelle mie posizioni standard, come faccio a perdere qualcosa? Se continuo la mia classica vita, come faccio a perdere qualcosa? Se continuo ad utilizzare le distinte maschere, come faccio a perdere qualcosa? Finché una di esse non cade, la vita sarà sempre regolare, ordinata. Quindi, conviene continuare a recitare la parte della maschera che stai utilizzando in quella determinata situazione.

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”, dice Pirandello, rappresentando l’egoismo dell’uomo, la sua debolezza, che lo porta alla costruzione di mezzi di difesa, ed il voler vedere una persona come lui preferisce, o come la persona vuol farsi vedere. Tutti si mascherano, per difenderci, per difendersi, per essere accettati, per accettare, rendendo arduo conoscere il vero essere di una persona, sempre che ne esista solo uno, e non centomila, ciò perché “Ogni realtà è un inganno” (Luigi Pirandello, Uno Nessuno e Centomila).

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