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The uninvited – la recensione

Personaggi ben scritti, trama ben studiata, intreccio notevole, peccato per il risultato

Film del 2009, remake statunitense del film sudcoreano del 2003 Two Sisters, “The uninvited” è  stato diretto dai fratelli Guard. Si tratta di un thriller psicologico, con elementi soprannaturali, della durata di circa 87 minuti.

La trama vede come protagonista la giovane Anna, che dopo un periodo di ricovero torna a casa dal padre Steven, dalla sorella Alex e dalla matrigna Rachel. Dovrebbe essere guarita dai problemi mentali, eppure non smette di avere incubi e allucinazioni terrificanti.

La trama si divide in due parti, ambedue fin troppo classiche. La prima parte – praticamente tutto il film – racconta di una classica lotta. Da un lato le due sorelle, dall’altro la matrigna, la quale grazie al sesso controlla l’anziano padre. Classico scontro contro la nuova donna della casa, una figura malvagia e calcolatrice, col piano di tenersi marito e soldi eliminando in ogni modo i figli fastidiosi. In questo caso il piano consiste nello spedire le sorelle in una clinica psichiatrica. La matrigna infatti si scopre essere una assassina, alleata persino con lo sceriffo.

Fattore strano: l’illogicità. Costei era l’infermiera della madre malata, fino alla morte di quest’ultima. Come poteva il padre non aver fatto alcun controllo, chiesto alcuna informazione, niente di niente?

Punto a favore, lo splendido rapporto tra le sorelle, sole contro tutti, che si legano ancora di più tentando di scoprire segreti oscuri sulla matrigna e mandarla via, ancora meglio se in manette. Un’alleanza che culmina con la morte della donna.

Da qui in poi la seconda parte della trama, vale a dire il finale dai mille colpi di scena.

La sorella non esiste, è morta nell’incendio che ha ucciso la madre di Anna. L’incendio è stato accidentale, sì, ma causato da Anna, la quale voleva uccidere Rachel, poiché costei aveva una relazione segreta col padre mentre la mamma era ancora viva, seppur molto malata.

Ad uccidere Rachel non è stata Alex, ovviamente, ma la giovane protagonista. Ritornata in clinica, quest’ultima ammette al medico di aver “terminato ciò che aveva iniziato” e quindi aver, a modo suo, seguito il consiglio del suo dottore. L’assassina che diceva essere Rachel altro non era che la sua vicina di camera e lo sceriffo era una brava persona, spaventata dal fatto che Anna vedesse cose non vere.

Anche questa seconda parte è classica. Non solo riprende il concetto portante de “Il sesto senso”, ma non è nemmeno il primo film a farlo e quindi si mantiene senza novità alcuna.

Notevole è l’intreccio. La trama che viene da Anna immaginata, l’identità della matrigna, il collegamento all’assassina, lo sceriffo che pare corrotto, tutto quanto risulta intrigante, così come la sorellanza legata in tutto che si unisce persino nell’atto estremo, salvare il padre uccidendo la malvagia donna che si è insinuata nella sua vita.

Altro punto a favore, la pazzia di Anna. La ragazza è al contempo pazza e perfettamente sana, difatti ha creato due personalità di se stessa, una è la lei dolce e buona, l’altra è la sorella capace di uccidere. Non a caso l’omicidio lo compie “la sorella”, la parte malvagia di lei. Il tutto segue, tra l’altro, un piano ideato dalla “sorella” che è perfetto, tanto che per tutto il film si odia la matrigna e si tifa per le due, intente ad uccidere la donna nel caso fosse necessario.

Personaggi ben scritti, trama ben studiata, intreccio notevole, peccato per il risultato. Classico sia nello svolgimento sia nel finale, un colpo di scena sconvolgente sul momento ma anch’esso senza nulla di nuovo dopo pochi secondi.

L’intento è buono, ma la resa non così tanto. Dopo aver portato avanti il film in quel modo, con le sorelle intente ad uccidere la donna, forse era meglio continuare su quella serie, mostrando Anna che impugna il coltello e le due che vengono arrestate perché entrambe colpevoli, oppure con la loro fuga.

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