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Siamo un mondo di geni incompresi

Analizziamo questa categoria di persone, dagli Oscar, Sanremo e tutto il resto

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“Capita ogni giorno quel che è successo a noi, bisogna saper perdere”. Sono versi dei The Rokes, un gruppo di inglesi (post Brexit dovremmo dire “extracomunitari”) che hanno trovato successo anche in Italia. Sembrava quasi un testo premonitore a giudicare dalle reazioni di alcuni cantanti che non hanno vinto a Sanremo. E per inciso, a chi parla di un’edizione di scarso successo, va ricordato che siamo ancora qui a discuterne, nonostante sia finito da settimane.

Ultimo ha esordito prima in sala stampa, asserendo a parti del corpo “rotte” costantemente dai giornalisti, poi in infinite storie su Instagram, sostenendo che il voto popolare fosse suo, come una quindicenne che insulta la professoressa di matematica perché ce l’ha con lei. Anche Simone Cristicchi contesta il meccanismo di voto e fa sapere: “Con il voto da casa ero primo”. E noi ci fidiamo, per certi versi.

E pensare a nonna Bertè, che non ha ritirato il premio di consolazione, spuntato come un fiore in mezzo alla neve per fermare un’inesorabile valanga che nemmeno in Mulan contro gli unni, perché sentiva tutto “profondamente ingiusto”.

Tutti e tre sul cornicione dell’imbarazzo, pronti a buttarsi giù, non riescono a farsi una ragione della sconfitta. Ma tranquilli, è normale. D’altronde è solo una fascia d’età tra i ventitré e i sessantotto anni. E chi riuscirebbe?

Queste non sono esattamente quel genere di sconfitte che ti aiutano a crescere, come nei manuali self help, con quelle frasi motivazionali da tatuarsi sulla faccia o sul petto, stile Achille Lauro. Non sono quelle sconfitte che col senno di poi fanno imbarazzare chi ti ha chiuso la porta in faccia.

Anche perché abbiamo grandi esempi del genere, come Spielberg che è stato rifiutato tre volte alla scuola di cinema della California. E ancora JK Rowling, che ha ricevuto più “ci penso e ti faccio sapere” di me quando ci provo con qualcuno. Parliamo di “zeitgeist”: non riconoscere l’autorevolezza di chi ti giudica.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in Ora o mai più, posizionato strategicamente dopo Sanremo e la fiction celebrativa su Mia Martini. In sostanza: vecchie glorie della musica giudicano meteore della musica che non conosce più nessuno. Funziona anche perché è pieno di momenti esilaranti più o meno involontari, come quando Donatella Rettore nel giudicare il duetto tra l’ospite (un’afona e disorientata Patty Pravo) e la concorrente Giulia Salemi dice: “Ti do nove perché non sentivo quella nota da 25 anni”. Pura poesia.

In questo contesto brilla Donatella Milani, una maestra di canto con dei sobrissimi capelli viola, seconda al Sanremo del 1983 con “Volevo dirti/Perché mi sento sola” e poi caduta nell’oblio, la quale si autocertifica grande artista incompresa, come io in psicologo per aver ascoltato tre ore di scleri della migliore amica al telefono. Parliamoci chiaro: la sua esibizione è stata un disastro, ma la Milani non ha mai avuto una Pazza idea o una Bambola da far girare per perdonarle un po’ di mitomania. Anche lei però ha fatto quello che fanno tutti in questo periodo: se l’è presa coi giudici in quanto di parte, mezzi sordi, incompetenti. Grazie a dio non poteva dare dell’élite radicalchic ai Ricchi e Poveri e Orietta Berti o avremmo toccato il fondo.

Gli ultimi Grammy sono stati la celebrazione del potere femminile, ma li ricorderemo anche per il meta-discorso in cui Drake ha ritirato il premio dicendo che per lui quella statuetta non conta nulla. Ha detto infatti che il tipo di business in cui si trovano non è basato sui fatti, ma sulle emozioni del pubblico, e che se la gente comune fa la fila per un tuo biglietto e canta una tua canzone vuol dire che hai vinto veramente. Bisogna saper riconoscere il populismo fatto bene quando lo si sente.

Facciamo un attimo di pausa: quel che stava in realtà contestando Drake era il problema che hanno ai Grammy col rap, categoria commerciale di successo che però occupa un ruolo minoritario negli award, un po’ com’è stato per la comicità nel cinema per molti anni. Tutto questo sarebbe molto ammirevole se non lo avesse detto con la stessa diplomazia della Corea del Nord.

E ora che dire degli Oscar? Ancora un rapido sguardo alla dolce America che in fatto di ingiustizie non perde mai un’occasione per alzare la mano indignata. La vittoria di miglior film se l’è aggiudicata “Green Book”, racconta l’amicizia tra un buttafuori italoamericano e un pianista afroamericano nell’America negli anni sessanta. E molti lo hanno elogiato, perché è effettivamente un buon film, al contrario del signor Spike Lee, che al momento della premiazione ha cercato di uscire dal teatro definendo tutto “un errore” e “una pagliacciata”. Ma con termini che preferirei non tradurre. Ma capiamolo, era nella stessa categoria e ha perso; mi sembra molto giustificabile.

In breve, a quanto pare siamo circondati da geni incompresi, a loro volta circondati da “haters”, un termine che la gente usa quando non ha molta voglia di lavorare su sé stessi. È brutto dover spezzare le ali a molti che si credono “geni incompresi”, ma purtroppo è già difficile essere ritenuti “geni”, senza ricevere insulti; per essere “incompresi”, bisogna sforzarsi ancora un po’.
Se volete davvero essere “incompresi”, consiglio di rielaborare le vostre verifiche in classe come una canzone trap. Ecco, fidatevi che sarete incompresi fin da subito.

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