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Quando Savona non era una “city for life”: la storia del Giabbe

Una settimana dopo l’approvazione della proposta per l’abolizione della pena di morte, a Savona si giustiziava l’ultimo criminale

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Savona. Era la notte del 2 febbraio 1865 quando Giovanni Battista Cerro, detto il “Giabbe”, si presenta presso il parroco di Lavagnola e gli annuncia l’improvvisa dipartita della moglie Bonifacina, di 15 anni più giovane di lui.

Le forze dell’ordine, sotto sollecitazione dello stesso parroco, fanno irruzione nella casa del Giabbe; lo trovano lì, calmo e rilassato, sorpreso di essere indagato di una morte avvenuta per cause naturali.

Portato al distretto e poi processato, afferma che la moglie lamentava un dolore allo stomaco e proprio mentre si era assentato per prepararle un caffè, la donna sarebbe sparita, improvvisamente.

Pare un enorme malinteso, un’eccesso di zelo della polizia e un’inutile accanimento verso un affranto vedovo. Ma la realtà dei fatti è molto diversa ed estremamente più perversa.

Secondo le analisi effettuate sul cadavere la donna sarebbe stata strangolata e nella sua bocca sarebbe stata inserita della terra per impedirle di urlare e chiamare aiuto. A rendere la teoria maggiormente plausibile ci sono le testimonianze dei vicini che parlano delle continue liti tra i coniugi e delle violenze che il Cerro riservava alla moglie.

Secondo la pubblica accusa, il delitto particolarmente truce sarebbe stato premeditato dall’uomo che, con la storia del malessere della ragazza, avrebbe cercato di coprire le proprie tracce e restare impunito.

Nonostante tutti i tentativi di difendersi, il Giabbe viene condannato a morte – proprio una settimana dopo che la Camera dei deputati ebbe approvato, con 150 voti contro 91, la proposta per l’abolizione della pena capitale.

La forca viene allestita velocemente e in silenzio durante la notte del 13 luglio 1865; centinaia di curiosi si affollano intorno al patibolo per assistere in prima fila all’esecuzione. Secondo la testimonianza di Beppin da Ca, autore del libro “Vecchia Savona”, mentre il condannato percorreva il miglio verde, un gruppo di spettatori correva con foga per raggiungere il luogo del supplizio. A quella vista il Cerro avrebbe esclamato “cose camminn-a a fà? Tanto se non ghe son mi a festa a no se fà”.

Da questa vicenda si può comprendere molto della mente di Giovanni Battista: freddo, calcolatore, a tratti ingenuo. Lo stesso Beppin da Ca si lascia sfuggire una sua riflessione, su come quella pena fosse sbagliata e per l’uomo sarebbe stato più corretto l’internamento in manicomio. Ma allora, aggiunge, vigeva la legge del taglione “chi uccideva doveva essere ucciso”.

Alle cinque in punto l’uxoricida esalava il suo ultimo respiro, dopo una lunga e travagliata esecuzione; essendo infatti di corporatura robusta, il boia dovette esercitare pressione sulle sue spalle e tirarlo per i piedi al fine di terminare le sofferenze dello sventurato.

Molto nota è la reazione dei savonesi a questa sentenza, tanto da essere ricordati, dal resto del regno, come i più accaniti sostenitori dell’abolizione della pena capitale; si dice infatti che, per costruire la forca, sarebbero stati incaricati due facchini di Genova perché nessun concittadino del Giabbe volle partecipare a quell’operazione.

Inoltre, in seguito all’esecuzione gli spettatori avrebbero minacciato violentemente il boia, tanto da richiedere l’intervento della polizia per difendere l’uomo.

Oggi Savona è una delle “cities for life”, si batte cioè per l’abolizione della pena di morte in tutti i paesi del mondo e mi piace pensare che (per quanto il suo fosse stato un crimine orrendo) il Giabbe, con il suo sacrificio, abbia contribuito a far aprire gli occhi dei savonesi su questa pratica inumana.

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