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L’oggettività della Storia come arma di distruzione intellettuale dei dogmi e dell’etica della classe politica di oggi

Per cambiare il nostro presente è indispensabile riflette su quanto la Storia sia importante, così da non commettere gli stessi errori

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Spesso uno degli errori più grandi che un autore di un testo scolastico di storia (o, più comunemente, di un libro trattante storia) possa fare, è quello di cadere nella soggettività dei fatti e degli eventi (tanto meno che in questi ultimi anni, i libri di storia, oltre a riportare degli eventi errati hanno anche riportato in maniera implicita le considerazioni personali dell’equipe degli autori).

Purtroppo viviamo in uno Stato fondato sulla partitocrazia e, questo, ha creato scompiglio nelle menti degli italiani meno propensi a ciò (figuriamoci negli studenti delle scuole medie! Ma, di questo,ne parleremo più avanti). Per questo motivo, poi, il libro risulterà non attendibile poiché non si atterrà più agli eventi ed ai fatti accaduti, ma cadrà nell’essere condizionato e dogmaticamente cinico. Ciò è grave soprattutto per gli alunni delle scuole medie, come abbiamo detto prima, che in un certo senso sono i più plasmabili intellettualmente, data la fragile fase dell’età evolutiva che si trovano ad affrontare. Chissà se, tutto ciò, è voluto non solo dall’autore, ma anche dallo Stato?

E’importante che i ragazzi imparino ad avere un parere personale in merito a dei fatti storici precisi, ma per questo la storia dovrebbe risaltare la concezione dell’oggettivismo trascendentale kantiano. Ma questo non viene fatto. Un libro di storia non racconterà mai che dietro l’omicidio ai danni di Aldo Moro non ci sono solo le Brigate Rosse, ma anche gli Americani. Un libro di storia non racconterà mai che Hitler era affetto da una volontà estrema di potenza che l’ha portato a fare quello che oggi è considerato il più grande genocidio razziale della storia, facendo credere a sè stesso che era cosciente delle sue azioni.

E di nuovo, un libro di storia non dirà mai il perché l’uomo è abbietto alla guerra, poiché secondo il sistema formativo questo compete alla psicologia ed alla sociologia, ma sbaglia. Per essere completo, il libro di storia, dev’essere basato su delle nozioni interdisciplinari che sappiano essere trasversali, per esempio con la filosofia, la sociologia, l’economia e la letteratura; solo così si potrebbe capire il motivo di certi fatti, e le conseguenze che esso ha creato. Ma questo non accadrà mai. Non ci sarà mai nessun libro di storia che prenderà la stessa come una successione di azioni scaturite dagli esseri umani che l’hanno messe in pratica! Eh si cari lettori, tutti siamo esseri umani e tutti possiamo sbagliare ed è anche a questo che la storia serve: ad imparare a non sbagliare, analizzando gli errori del passato ed escludendo le conseguenze negative che essi hanno creato.

A questo punto, anche a riguardo di ciò che ho detto prima, mi sorge un dubbio: non è che lo Stato non vuole che i ragazzi sappiano? La verità, d’altro canto, ha sempre portato a cattive conseguenze, sia esse positive che negative per chi l’ha raccontata. Basti vedere il lavoro intrapreso dai giudici Borsellino e Falcone, i quali hanno portato a termine uno dei processi più grandi della storia della magistratura italiana facendo emergere verità scottanti e ricostruendo il vero significato della parola “mafia”. Ma a questo daremo conto dopo, con un lampante esempio (forse, uno dei più importanti) di quanto la verità abbia spaventato sempre l’uomo, soprattutto politico.

Tornando a noi. Sono sempre più convinto che un’oggettività dei fatti ed una buona formazione trasversale umanistica, possa portare un ragazzino di quattordici anni a diventare quello che, nell’antica Grecia, era il cittadino o l’uomo politico. Ma questo non potrebbe mai succedere, sennò si ritornerebbe a quanto accadde con Socrate, ovvero all’accusa di corruzione ai giovani! Ma allora, per Dio, non va bene niente! Se si racconta la verità non va bene; se si forma il cittadino neppure… e allora? Allora dovremmo vivere nell’ignoranza, ma così favoriremmo lo Stato.

Ecco cosa manca: un’etica oggettivistica del sapere, in sintesi, come un trampolino di lancio per poi “tuffarsi nella piscina della sophia”. Per fare ciò dovremmo ripartire da zero, prendendo esempio dall’importanza formativa e pedagogica della scuola socratica e, facendo ciò, la storia poco a poco potrebbe ritornare oggettiva.

Per anni, non solo in Italia ma anche in Ungheria sotto il regime dittatoriale comunista, c’è stata troppa censura, ma si vedeva ed era palese! Ora no. Adesso, nonostante ci sia la libertà di stampa che, nonostante la positività, ha creato scompiglio nel cosiddetto “popolino”, non v’è controllo delle informazioni e vi è un depistaggio ai danni dei giovani che NON DEVONO SAPERE. Sapere è un dovere ed un diritto di tutti. Ecco, forse tutto quello che ho detto fin ora è anche grazie alla libertà non controllata di stampa, poiché conviene a chi la verità “brucia”. Mi chiedo: perché i libri di storia non dicono che la mafia in sè non esiste, ma esiste perché c’è lo Stato che “le dà corda” e, perciò, rafforza il potere in base ad esso? Perché non dicono che lo Stato è la mafia? Perché non dicono che il Presidente del Consiglio è autorizzato ad aprire i segreti di Stato, dato che vi è una legge in
merito (L.124/2007), come è autorizzato dalla stessa a far diventare certe informazioni “segreti di Stato”? Perché la gente non deve sapere. Semplice!

Non ne parlano perché la storia è diventata “scolastica”, ridotta a dei programmi ministeriali con tassative scadenze temporali, mensili ed annuali e portata a censure volute e non dovute, intendiamoci. La storia dovrebbe andare di pari passo con Cittadinanza e Costituzione, formandone il cittadino e non lo studente che deve adempiere a degli obblighi istituzionali. Tutto ciò è anticonvenzionale, mai fatto e fuori dall’ottica comune come lo era Socrate. E, come lo era Socrate, lo è questo tipo di formazione e, analogamente a quest’ultimo, si può parlare “in morte della cultura e dell’informazione”. Detto ciò sono tutti coinvolti, dal politico all’autore del libro non oggettivo di storia. “Tutto ciò che oggi è presente, sarà storia domani”, e si spera il più oggettiva possibile perché dovrà attenersi a dei fatti ben precisi accaduti in un tempo ed in dei luoghi ben precisi. Solo il presente può essere visto in maniera soggettiva per cambiarlo, ma non la storia perché sarebbe omissione di verità e offesa all’onestà intellettuale di ognuno di noi (come, d’altro canto, la classe politica di questi ultimi cinquant’anni ha fatto).

Purtroppo è molto facile cadere in un dogma soggettivistico, com’è molto facile condizionare e plasmare con il solo potere della cultura e dell’informazione. Per far si che tutto questo venga messo messo in pratica, bisognerebbe che esistessero ancora delle idee, ma purtroppo non ci sono più. Perché? D’altronde, perché ci sono coloro che le considerano inutili e coloro che le rendono irrealizzabili e, anche se “coloro” appartengono a due fazioni politiche diverse (vale a dire, in ordine, la destra – cinica – e la sinistra – giacobina), vanno a passeggio insieme, perché una è la conseguenza dell’altra (Marcello Veneziani, “La sconfitta delle idee”, Laterza, 2003).

Ed è per questo motivo che secondo me, oggi, non esiste più una destra ed una sinistra, ma sono puramente ideologie accettate da tempo dalla società alle quali non si riesce più a staccarsi. Ed i ragazzi “ingenui” sono abbindolati a non credere a tutto ciò. L’idea è svanita e, come diceva De Benois, “la destra è indifferente alle idee e disprezza il lavoro del pensiero”. Credo, infine, che l’ultima vera idea si possa accreditare agli anni Settanta del secolo passato, ed in particolare alla politica liberista di Reagan e Tatcher, i quali sostenevano una delle cose che liberebbe questo sistema di oppressione della cultura, ovvero la spoliticizzazione degli spazi pubblici, in “primis” mass media e scuola.

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