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“Le chiacchiere sportive del martedì”: Il caso Koulibaly, una nuova macchia per il calcio italiano foto

I brutti trascorsi di una settimana fa all’interno e all’esterno di San Siro non devono essere rimossi e trascinati via con l’anno appena passato

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Il mio desiderio principale relativo al mondo dello sport per il 2019 si pone in contrapposizione a quanto avvenuto mercoledì scorso in occasione di Inter – Napoli. Ciò che amerei discutere sullo sport riguarda il suo spettacolo, con i suoi protagonisti e le sue fantastiche storie da raccontare. Più che un desiderio, appare un sogno, visto ancora il tanto lavoro da fare per scongiurare morti, scontri, odio, insulti, striscioni e scritte offensive dirette agli avversari.

Infatti la morte del tifoso interista e i cori razzisti all’indirizzo del difensore Kalidou Koulibaly ci mostrano quanto il mondo del tifo nello sport, e in particolare nel calcio, in Italia, sia ancora una minaccia per la sicurezza e lo svolgimento della competizione sportiva. Grande rilevanza ha il pubblico nelle partite piuttosto che nelle gare, poiché una massiccia presenza di spettatori aumenta il fascino dell’evento. Ma dagli stadi pieni alle folle numerose durante il Giro d’Italia, il pubblico costituisce in Italia un pericolo e un elemento di cui preoccuparsi, anziché un aspetto che valorizza l’evento stesso.

Non voglio polemizzare sulla squalifica dello stadio (secondo me poco severa) o del giocatore napoletano (a mio avviso ingiusta), ma sul capire il motivo di tali avvenimenti che purtroppo ancora nel 2018, o meglio 2019, sono presenti nella cronaca sportiva.

Il caso Koulibaly. Per quanto concerne gli ululati del pubblico di fede nerazzurra rivolti a Koulibaly per il suo colore della pelle, il discorso va oltre l’aspetto sportivo. Si tratta di un episodio grave, dal tratto razzista, ma secondo me più analizzabile sotto un altro aspetto: la mancanza di educazione. Probabilmente, e purtroppo, alcuni dei tifosi interisti fischiavano il giocatore proprio per il colore della sua pelle, secondo una propria idea, non condivisibile, razzista. Ma credo che la maggioranza dei tifosi fischiasse il giocatore senza una motivazione specificatamente razzista, ma piuttosto per aumentare il rumore e manifestare il proprio disprezzo verso la squadra di Napoli, spesso soggetta a insulti e odio nelle partite in trasferta, specialmente al nord.

Uno dei pochi aspetti da me non graditi nella visione di una partita di serie A dal vivo, quindi direttamente allo stadio, è proprio vedere la partita vicina ad altre persone, molte delle quali tendono a insultare per tutta la partita squadra, allenatore e tifoseria avversaria, e, in taluni casi, anche i propri beniamini, che andrebbero invece incitati, in quanto tifoso. Quello che mi deprime, le poche volte che vado allo stadio, è vedere proprio queste scene di odio e di mancanza di educazione, non conformi con la mia visione di un match di calcio. Io penso che sia bellissimo assistere ad una partita di serie A, poiché si ha l’occasione di osservare lo spettacolo del calcio dal vivo, quell’atmosfera magica che la televisione riesce in minima parte a trasmettere. Ma sentire per tutta la partita gente che bestemmia, insulta il proprio giocatore per un errore, irride l’avversario per un liscio o un tiro in curva, fischia un giocatore di colore o nazionalità diversa dalla propria (idolatrando invece lo straniero di colore della propria squadra), e sentire le tifoserie delle curve (padroni e ospiti) rimbalzarsi cori di offesa molte volte oltre il limite degli sfottò, sottolinea la mancanza di educazione e l’ignoranza che dilagano nel nostro paese.

Se si va allo stadio per fare ciò non si è capito il significato dello sport e di cosa vuol dire essere tifoso. Per cui i fischi delle tifoserie a giocatori di colore non si risolvono con la squalifica del campo per qualche giornata e con le multe di qualche migliaia di euro che non gravano assolutamente sulla società. A mio modo di vedere, il problema di fondo riguarda l’educazione delle persone, poiché una persona cresciuta e istruita con certi valori non si comporta in questa maniera. Probabilmente negli stadi e nel mondo del calcio è possibile osservare e toccare con mano il peggio di questa perdita di rispetto avvenuta negli ultimi anni. Ma ripeto, il problema è extracalcistico e va affrontato a livello scolastico e nelle scuole calcio, per sperare che le future generazioni siano, sotto questo punto di vista, migliori della nostra.

Il tifo malato. La questione relativa agli scontri fuori dallo stadio, è un fenomeno molto complesso, riconducibile in parte al discorso appena accennato, ma con diverse sfumature e aspetti sociali che entrano in ballo. La tifoseria organizzata e i cosiddetti ultras sono un mondo a sé, che andrebbe studiato a fondo per comprenderlo al meglio. Le violenze tra i sostenitori delle varie squadre non è una novità, anzi esiste da sempre, ma quello che mi preoccupa di più è l’infiltrazione della criminalità organizzata tra gli ultras, oltre alla politicizzazione delle curve. Sono questi i sentimenti che spesso portano agli scontri, vere e proprie guerriglie, come nel caso del giorno di Santo Stefano, in cui gli ultras nerazzurri (aiutati dai gemellati di Varese e Nizza) hanno attaccato i tifosi del Napoli.

Se si va allo stadio con l’intento di picchiare e aggredire qualcuno si può essere definiti tifosi di una squadra di calcio? Io credo di no, ma sono proprio queste persone che comandano le curve e il tifo organizzato, dalla criminalità alla posizione politica da assumere. Anche qui la domanda sorge spontanea: ma cosa c’entra tutto questo con il mondo del pallone? Difficile a spiegarsi, più facile comprendere che qualcosa va cambiato e in fretta. Ogni anno si contano i morti, i feriti e gli episodi negativi, ma non si registrano miglioramenti di tale problema. Una questione da risolvere che penalizza questo sport, il più bello del mondo, ma soprattutto coloro che amano veramente il calcio e si recano allo stadio per godere dell’incredibile spettacolo che solo quella palla, rotolando, sa creare.

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