IVG.it -  Notizie in tempo reale, news a Savona, IVG: cronaca, politica, economia, sport, cultura, spettacolo, eventi ...

Il disastro aereo in Etiopia

La tragedia avvenuta nei cieli etiopi la scorsa domenica ha delle inquietanti similitudini con quella avvenuta in Indonesia nell'ottobre 2018

Più informazioni su

– ETIOPIA
Domenica mattina un Boeing 737 MAX della Ethiopian Airlines è precipitato dopo sei minuti dal decollo dall’aeroporto di Addis Abeba. Sono morte 157 persone, tra cui 8 italiani, e non ci sono stati sopravvissuti. La Ethiopian Airlines è la compagnia più grande del continente e ha standard di sicurezza sostanzialmente paragonabili a quelli delle compagnie europee ed americane. Il pilota aveva oltre 8.000 ore di volo ed il Boeing era in servizio solamente dall’ottobre del 2018 senza aver mai avuto problemi tecnici. È troppo presto per stabilire le cause della tragedia, ma le analogie con il disastro dello scorso ottobre in Indonesia sono inquietanti. Ad ottobre 2018 un Boeing 737 MAX della Lion Air era precipitato in mare dopo pochi minuti dal suo decollo dall’aeroporto di Giacarta causando 189 vittime. L’aereo anche in quel caso era in servizio da soli 3 mesi. In questo caso la Commissione di inchiesta sembra aver individuato la causa del disastro nel cattivo funzionamento di uno dei sensori di stallo (cioè la situazione in cui l’aeromobile perde portanza e non riesce più a volare, finendo col precipitare). Le dinamiche nelle traiettorie dei due aerei, entrambe imprecise ed insolitamente piene di correzioni effettuate dai piloti, sono simili. Nel caso indonesiano si sta appurando che la Boeing non avrebbe adeguatamente comunicato il diverso funzionamento dei sensori di stallo alle compagnie aeree, che quindi non lo hanno comunicato ai piloti. La Federal Aviation Administration (FAA) americana ha detto che i piloti, se non aggiornati sul nuovo funzionamento dei sensori, potrebbero avere “difficoltà nel pilotare l’aereo” che, nel caso del Boeing 737 MAX ha un bilanciamento strutturale diverso rispetto ai modelli precedenti. Non si possono ancora fare conclusioni ma la Ethiopian Airlines ha ritirato tutti i suoi Boeing 737 MAX, mentre Cina, Indonesia ed Australia hanno vietato alle proprie compagnie nazionali di utilizzare temporaneamente quel modello di aereo.

– ALGERIA
Nel Paese nord-africano si continua a protestare, e tutto è sostanzialmente partito dai giovani e dalle Università. I manifestanti non vogliono permettere all’82enne e malato Presidente Bouteflika di ricandidarsi per il suo quinto mandato che, come i precedenti, lo vedrebbe essere solo la “facciata democratica” al circolo di militari e uomini d’affari che realmente governa da anni il Paese. Nei fatti però, la protesta ha nel mirino proprio il potere che in questi anni ha realmente governato l’Algeria e che da diverso tempo non riesce a risolvere i numerosi problemi del Paese. Nelle scorse ore Bouteflika ha annunciato che non si ricandiderà per un quinto mandato, ma le elezioni previste per il 19 aprile sono state rinviate. Intanto la protesta si allarga: Università, negozi e molti uffici pubblici vengono chiusi ed occupati, e perfino molti giudici si sono schierati apertamente contro Bouteflika e, “automaticamente”, contro il potentato alle sue spalle che realmente guida il Paese.
L’Algeria è strategicamente importantissima per l’Italia e per l’Europa: è una delle nazioni più stabili del nord-Africa (una sua destabilizzazione farebbe aumentare i flussi di migranti), e con le sue esportazioni di Gas naturale ci permette di non essere completamente energeticamente dipendenti da Mosca.

– ITALIA e CINA
A fine marzo il Presidente cinese Xi-Jinping farà la prima visita ufficiale in Italia. La motivazione principale è la firma del Memorandum of Understanding con il Governo italiano per la Belt and Road Initiative (BRI). La BRI è il colossale progetto infrastrutturale cinese che vuole creare una enorme rete commerciale tra Asia, Africa ed Europa. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 ad avanzare concretamente la possibilità di parteciparvici, così come è l’unico principale Paese europeo che non ha ancora “chiuso” alla possibilità per la cinese Huawei di costruire sul territorio nazionale le infrastrutture per le telecomunicazioni 5G. Nel caso della BRI il “rischio” geopolitico è quello di entrare nell’orbita economico-strategica di Pechino, nel caso Huawei è quello di permettere ad un Paese straniero non alleato (e non democratico) di avere accesso alle infrastrutture cibernetiche sensibili del Paese, con tutti i rischi di potenziale spionaggio e di “sicurezza nazionale” che ne conseguono. Stati Uniti ed Unione Europea hanno avvertito Roma riguardo a queste evidenze.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di IVG.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.