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Critica cinematografica: “Circle”

La riflessione su un film dal finale inaspettato

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“Circle” è un film americano, di genere thriller-psicologico, uscito nel 2015. È stato scritto e diretto da Aaron Hann e Mario Miscione. Dura circa ottantasette minuti.

L’ispirazione proviene dal dramma del 1957 “12 Angry Men”, mentre la location è caratterizzata da una stanza buia, con sul pavimento dei disegni geometrici. Al centro della stanza, una cupola nera. Attorno ad essa due cerchi concentrici di triangoli e attorno ai triangoli due cerchi di sfere. Ogni triangolo punta a un cerchio. Un triangolo per ogni sfera.

Cinquanta persone si risvegliano in questo luogo oscuro, nessuno sa come ci è finito. Ogni persona è in una sfera e ognuno vede una luce che scorre tra i triangoli, passandoli tutti. Si scopre presto che la luce si può controllare, basta stringere la mano a pugno che essa si ferma su un triangolo.

Quando la luce si ferma, la persona che il triangolo punta muore. O meglio, muore se ottiene abbastanza punti. Quando più persone votano lo stesso triangolo la persona muore. In caso di parità, si vota di nuovo. Se si esce dal cerchio, si muore. Se non si vota, uno muore comunque. È un gioco che sembra non avere fine. Ma come fuggirne?

La trama si basa su questo, cinquanta persone che devono capire come fuggire, lavorando insieme e, cosa più importante, decidendo chi far morire per primo. Un grande film con suspence continua, terrore e mistero, una pellicola che sembra avere tutto, peccato per il finale deludente.

Alla fine, solo una persona resta in vita e si ritrova sulla terra, assieme ad altre persone, e tutti insieme guadano il cielo, pieno di astronavi. Cosa significa? Invasione aliena? Un gioco perverso per far morire la sovrappopolazione? Non si sa, si può solo supporre.

Il finale, che io non definirei è nemmeno tale, è un grande punto negativo, ma la cosa interessante è praticamente l’unico punto a sfavore. Per il resto il film risulta quasi perfetto.

Certo, l’effettiva ricerca di un modo per salvarsi scarseggia, fin quasi a non venire effettuata. I protagonisti per lo più si accusano, creano dinamiche d’odio e di alleanze, tentano di uccidersi a vicenda, litigano per le decisioni. Questo è un errore, ma in una situazione simile la logica può effettivamente lasciare il posto alla paura, all’odio e quindi all’illogicità.

Il vero punto a favore dell’intero film sono proprio i personaggi, che sono tutti protagonist,i ma che cambiano ruolo nel corso della storia. Il vero cattivo è il raggio che uccide, ma col tempo alcuni dei protagonisti divengono i cattivi della situazione. Ma questo è naturale. La meraviglia del film è la capacità di aver inserito ogni tipo di personaggio immaginabile.

Tra i cinquanta troviamo persone di tutte le età, il razzista, quello che non vota e resta in silenzio, quello che non parla la lingua comune, la finta coppia di sposini, la donna incinta, chiunque. In questo film non manca nessun tipo di personaggio, nessun tipo di anima. Ognuno è presente e possiede le proprie idee.

Il tutto senza contare i piani. Prima si decide di uccidere gli anziani, poi quelli di colore, poi c’è il dibattito se deve sopravvivere la bambina o la donna incinta, poi c’è chi vuole ucciderle entrambe, c’è quello che non vuole sacrificarsi per gli altri e chi si suicida per il bene comune.

A livello emotivo, morale, etico e psicologico, questo film risulta imbattibile. Strutturato bene, per nulla noioso, talvolta quasi comico, capace di farti innamorare di alcuni personaggi per poi “ucciderli” subito dopo. Il finale “senza finale” toglie molto al film, specie perché poteva finire in mille altri modi migliori.

Tralasciando quello e il fatto che i cinquanta non hanno praticamente legato (mentre avrebbero dovuto farlo), il film merita tanti elogi, specie per il finale inaspettato dove proprio la bambina e la donna incinta vengono uccise dal giovane ragazzo che alla fine rimane vivo. Inaspettato.

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