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Caro ministro, faccio la spesa la domenica

Luigi Di Maio ha espresso l’intenzione di chiudere alcuni supermercati nei giorni festivi: siamo sicuri che un piano di questo genere possa funzionare oggi?

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Si sa, la società di oggi è estremamente veloce, frenetica e spesso 24 ore al giorno non bastano; il lavoro e gli impegni settimanali hanno imposto a sempre più persone di modificare la loro routine e ciò riguarda anche i giorni dedicati allo shopping e agli acquisti alimentari. È per questo che quando il Ministro Di Maio ha lanciato la sua proposta di chiudere i supermercati in alcuni giorni festivi, si è scatenata una vera e propria bufera mediatica.

Alle fatidiche parole, l’Italia si è divisa in due: quelli a favore della chiusura e quelli fortemente contrari. Io mi trovo a concordare con quest’ultima fazione e anzi ritengo impossibile attuare una chiusura totale o anche solo parziale dei centri commerciali.

Innanzi tutto sono rimaste davvero poche le famiglie in cui un membro, privo di occupazione, possa dedicarsi alla “spesa settimanale”; non dimentichiamoci che i supermercati aperti la domenica rispondono a una precisa esigenza della popolazione moderna, schiava di una vita sempre di corsa, in cui non esiste più un giorno preciso in cui dedicarsi a tutte le faccende che abbiamo accantonato nei giorni precedenti.

Ma quali sono le conseguenze di un’ipotetica chiusura?
A livello monetario si avrebbe senza dubbio una diminuzione di introiti prima di tutto tra i singoli dipendenti. La domenica è un giorno festivo e come tale viene retribuito con una percentuale maggiore rispetto a quelli feriali e in un’Italia dove i salari non sono mai abbastanza, questo bonus sembra essere davvero rilevante.

Le entrate non sarebbero minori solo per i salariati, ma per le imprese stesse, che si vedrebbero private del guadagno di un’intera giornata di attività. Ma allora, se estendiamo questo concetto alle estreme conseguenze, non sarebbe errato affermare che l’intera economia ne risentirebbe. Esercizi commerciali aperti e in piena attività stimolano ad uscire, a passeggiare e perché no, a fare qualche acquisto; i cittadini sono più felici e l’economia più florida.

Non si deve dimenticare il fatto che, nell’ipotesi di una chiusura forzata, le imprese diminuirebbero il numero dei dipendenti da impiegare o per lo meno le ore contrattuali dei singoli; e in una società in cui si assottiglia, generazione dopo generazione, il numero medio di persone per famiglia, una conseguenza di questo genere comporterebbe salari talmente bassi da mettere a dura prova l’autosufficienza del nucleo famigliare.

La proposta di chiusura dei supermercati ha suscitato anche entusiasmo tra gli stessi dipendenti che così si garantirebbero un ulteriore giorno di ferie; ma allora come dovrebbero reagire i commessi dei negozi alimentari, i cuochi e banconisti, che, pur risultando a tutti gli effetti nel settore commerciale, sono costretti a lavorare la domenica e nella maggior parte degli altri giorni festivi? È chiaro, ogni lavoro ha le sue particolarità e in ogni ambito viene richiesto un certo grado di reperibilità, ma qui stiamo parlando di lavoratori del medesimo settore, che si trovano a svolgere un medesimo lavoro – per questa mancanza di uguaglianza tra le parti, possiamo senza dubbio dire che, la proposta del ministro, fa “figli e figliastri”.

Alcuni potrebbero ribattere dicendo che, con la domenica a disposizione, si potrebbe riscoprire il valore della famiglia; spero che i lettori mi scuseranno ma io non credo che con la semplice chiusura di un centro commerciale si possa magicamente apprezzare il fatto di trascorrere una giornata con i propri cari; come se quel negozio fosse una piaga che immonda i cuori delle persone e li rende esseri privi di valori affettivi, tutti occupati ad aggirarsi come belve assetate di sangue tra gli scaffali del reparto latticini.

Il valore della famiglia lo si riscopre ogni giorno della settimana – mi rifiuto di pensare che debba esserci un giorno prestabilito in cui dedicarsi con febbrile affiatamento ai propri cari.

Già Ned Ludd – nella Londra dell’Ottocento, distruggendo i telai meccanici per contrastare il progresso – ci ha insegnato che è inutile restare legati al passato, ciechi di fronte all’avanzamento della società. Dobbiamo accettarlo, il mondo progredisce – noi cambiamo, ci adattiamo, miglioriamo. Il progresso continuerà ad andare nel solo verso che conosce, in avanti; e proprio per questo nessuno può fermarlo. Ma possiamo imparare a gestirlo e ad usarlo per migliorare la nostra vita e quella della nazione.

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