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Alla scoperta di Armin Taghdisirad, talento savonese della concept art foto

Ventiduenne di origini iraniane, studia all'Accademia di belle arti e sogna la Disney

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La faccia pulita di un bambino, l’umiltà dei grandi e l’entusiasmo di chi ama realmente ciò che fa. Questo e molto altro è Armin Taghdisirad, ragazzo savonese classe ’95, studente all’Accademia ligustica di belle arti a Genova e un futuro assicurato nell’Olimpo dell’animazione internazionale: tra poco capirete perché.

Armin, come ha avuto inizio la tua passione per il disegno?
“La passione per il disegno mi accompagna fin da piccolo. Ho cominciato con i fumetti, in particolare manga, poi all’età di sedici anni grazie ad alcuni video tutorial su youtube mi sono avvicinato alla concept art imparando le basi e i rudimenti, completamente come autodidatta”.

Che cos’è la concept art?
“Non è facile da spiegare, perché al suo interno sono racchiuse tante discipline dell’illustrazione e dell’animazione. Potrei riassumerla dicendoti che è tutto ciò che permette di trasformare un’idea in qualcosa di concreto, i mezzi tecnici che danno forma ai pensieri di un artista. E’ però sempre stato un ambiente che non godeva dell’attenzione giusta: soltanto negli ultimi anni la concept art è stata riconosciuta come vera e propria forma d’arte”.

Nei tuoi ricordi puoi trovare un fatto, un avvenimento che indicheresti come l’inizio vero e proprio della tua carriera?
“Sicuramente sì, la partecipazione al concorso di disegno ‘Un mare di matite’ che si è svolto ad Albisola nel 2014. La manifestazione era ispirata alle canzoni di Fabrizio De Andrè e vinsi il primo premio grazie al disegno del ‘Gorilla’ di Faber. Fu un successo a dir poco inaspettato sia per come arrivò sia per quello che ne scaturì dopo. Venni iscritto quasi a mia insaputa da mia madre, a cui poi regalai il viaggio di premio, e mi ritrovai ad essere valutato da una giuria di artisti di primo livello come quelli della Galleria Giovanni Bonelli davanti ad un pubblico importante. Tra di loro era presente anche il famoso regista Enrico Bonino che rimase talmente colpito dalla mia opera da chiedermi di iniziare a collaborare con lui e con la sua società, la DLQ Industries”.

Da lì in poi hai dedicato anima e corpo alla tua passione e a formarti professionalmente…
“Esatto. Nel 2014 mi sono iscritto all’Accademia di belle arti a Genova e intanto ho continuato a realizzare le mie opere d’illustrazione. In quel periodo ho portato a termine un lavoro su commissione per il celebre fumetto Dylan Dog che è poi diventato il banner ufficiale della rassegna “Inchiostro d’autore”: il disegno ha raggiunto una discreta popolarità tanto da ottenere il copyright Bonelli, un importante privilegio per me. L’esperienza universitaria mi è servita soprattutto per le personalità che ho avuto la fortuna di conoscere, uno su tutti il professor Mario Benvenuto che è stato un po il mio mentore accademico. Con lui ho potuto guardare le cose da un prospettiva completamente diversa e così facendo sono riuscito ad ampliare le mie vedute artistiche”.

In che modo, che cosa hai fatto?
“Sono andato all’estero, più precisamente negli Stati Uniti dove ho preso parte a due workshop. Il primo a cui ho partecipato si è tenuto a Pasadena dove girano The Big Bang Theory, adoro con tutto me stesso quel posto… (ride, ndr) Era un workshop incentrato sul fantasy, tenuto dall’illustratore del famoso videogame The last of us Maciej Kuciara. In quell’occasione ho avuto la fortuna di avere come vicini di banco professionisti del settore come il costume designer di The Amazing Spiderman e un ragazzo che ha lavorato con i produttori di Star Wars. Grazie a questa esperienza ho capito come il fantasy e il sci-fi (science fiction) fossero realmente le strade che volevo percorrere.
L’anno scorso ho partecipato al secondo workshop tenuto dal direttore artistico della Marvel Ryan Meinerding incentrato sulla struttura narrativa. Quello che mi ha stupito di più di lui o di Kuciara è la profonda umiltà che li caratterizza: li puoi contattare su Facebook o su Instagram e sono sempre disponibili a risponderti o addirittura ad incontrarti, questa cosa l’ho trovata incredibile.
Tornando agli Stati Uniti un’altra cosa che adoro sono le feste, lì organizzano feste per ogni cosa e quella volta a Los Angeles, nonostante tutto, fu una benedizione”.

Perché, cosa accadde a Los Angeles?
“Mi trovavo da mio zio che abita da quelle parti, lui è un graphic designer e ha parecchie conoscenze nel settore. Aveva contattato un animatore della Disney Channel perché visionasse alcuni dei miei lavori e mi desse qualche dritta. Lo avrei dovuto incontrare nel pomeriggio ma non si fece sentire così, siccome era l’ultimo giorno prima del mio ritorno a casa, amici e parenti organizzarono una festa di addio.
Quando squillò il telefono era tarda notte, ma si sa, gli americani stupiscono sempre e di li a poco mi sono ritrovato ad intrattenere una conversazione proprio con l’animatore di cui ti parlavo, da non credere. Oltre all’emozione di mostrare i miei disegni ad un professionista del genere ho avuto anche la fortuna di ricevere un consiglio preziosissimo: quello di passare dall’illustrazione all’animazione. E’ stata la svolta della mia carriera”.

Ho notato che nelle tue opere inserisci sempre un particolare che rimanda alla cultura medio-orientale: legame profondo con le tradizioni o voglia di distinguerti?
“Direi entrambe. La cultura persiana (così gli piace chiamarla, dandole un senso di grandezza, ndr) è una componente fondamentale dei miei lavori: tutte le volte che creo un personaggio cerco di inserire una connotazione di questo tipo, nel fisico, nel nome o magari prendendo spunto dalla mitologia.
La cultura persiana ha una grandissima raccolta mitologica alle spalle: lo Shanamè, che significa Libro dei Re, è il manoscritto per eccellenza. Da li ho ricavato molti dei miei personaggi e preso gran parte delle caratteristiche principali.
Nel mondo occidentale avviene spesso l’errore di credere che l’unica storia degna di essere studiata sia la nostra e che il medio-oriente sia, per così dire, un insieme di paesi arretrati, ma non è assolutamente così. La cultura persiana è una cultura piena di creatività, colorata e tutta da esplorare, inoltre Teheran, la capitale dell’Iran, è come una New York del deserto.
Dal punto di vista artistico, il fatto che utilizzi particolari estranei all’animazione composta dai canoni convenzionali o comunque relativi al nostro modo di essere mi dà sempre un tratto di novità e di innovazione: grazie a questo riesco a distinguermi dalla massa e così facendo possiedo un’arma in più per sorprendere”.

Armin, siamo quasi giunti al termine. Ci sveli i tuoi programmi per il futuro?
“Beh innanzitutto ho un sogno, che è quello di lavorare per Disney Animation. A questo proposito ho inviato una richiesta di stage con un mio portfolio inedito (che ho avuto la fortuna di vedere in anteprima, ndr) e sto aspettando una risposta. Nell’immediato sto portando avanti diversi progetti: uno con il museo di Villa Croce a Genova e un altro con DLQ per cui ti posso solo anticipare che sto lavorando come storyboarder e costume designer ad una storia noir da me elaborata, di più non posso dire. I sogni nel cassetto sono tanti: il più grande è quello di dare vita a qualcosa che rimanga e che possa essere d’ispirazione alle future generazioni di artisti”.

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