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A Savona l'”omaggio” teatrale a Mario Monicelli “Arsenico e vecchi merletti”

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"Arsenico e vecchi merletti" spettacolo teatrale con Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati

Savona. Da martedì 30 novembre a giovedì 2 dicembre alle ore 21 al Teatro “Gabriello Chiabrera” andrà in scena “Arsenico e vecchi merletti” dell’americano Joseph Kesselring del 1939, liberamente ispirato alla prima regia teatrale di Mario Monicelli, con Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati e diretto da Geppy Gleijeses.

Geppy Gleijeses dirige due “signore” del teatro italiano: Anna Maria Guarnieri (Martha), a lungo collaboratrice di Ronconi e diretta anche da Missiroli e Zeffirelli, e Marilù Prati (Abby), che ha lavorato, tra gli altri, con De Filippo, Ronconi, Cecchi, e Guicciardini, in uno dei capolavori della comicità teatrale e cinematografica, definita dal New York Times una commedia “così divertente che nessuno la dimenticherà mai”.

È difficile inserire in un genere questo spettacolo: non è una farsa macabra, né una satira del giallo, appartiene certamente ad una tipologia di commedia da noi poco praticata e di cui non abbiamo riscontri autorali, il “brillante”. Ci potrebbero forse sovvenire autori come Aldo De Benedetti o Sabatino Lopez, frequentati ormai pochissimo ma in auge verso la metà del secolo scorso, qualche rara perla di Luigi Pirandello (“Ma non è una cosa seria”) o Diego Fabbri (“La bugiarda”).

Per tradizione autorale o eredità diretta i nostri generi sono tragedia e farsa. La nostra farsa discende per i rami dalla commedia dell’arte. Eppure questo genere da noi quasi dimenticato ci ha donato delle perle rare, se non rarissime, come “Arsenico e vecchi merletti”. La catalogazione impossibile dell’opera oscilla tra dark comedy e giallo rosa ma non è poi così importante. Il suo autore ci ha regalato quest’unica perla veramente preziosa con migliaia di repliche in tutto il mondo: il debutto a Broadway nel 1941 (cinque anni di repliche) con Boris Karloff nel ruolo di Jonathan, il film di Frank Capra nel 1944, il debutto in Italia con la compagnia Morelli Stoppa il 31 maggio 1945, al Quirino un mese dopo la liberazione.

Pura gioia e divertimento: come Algernon ne “L’importanza di chiamarsi Ernesto” disquisisce della funzione sociale dei tramezzini al cetriolo, così in “Arsenico” i ventiquattro cadaveri che giostrano non hanno alcuna disturbante materialità, sono puro cartone, come i finti polli arrosto delle comiche finali. Così i personaggi sono caratteri ma non hanno psicologie da approfondire, sono “stampelle vestite” o “vestiti che ballano” e devono essere recitati attraverso un metodo che Maricla Boggio definì “straniamento comico”.

Tecnica pura, slapstick (in certi casi), divertimento assoluto. Entro questi limiti i congegni comici, i diagrammi geometrici dei rapporti tra i personaggi (che, come in Feydeau, prendono la forma di un diamante), la purezza dell’intreccio raggiungono il massimo dell’originalità, del rendimento, dell’abilità. Un congegno di alta precisione, una meccanicità che si sublima nella genialità, nell’ebbrezza di un gioco tenuto costantemente sul limite del funambolismo. Ma questo è certamente un altro spettacolo, diverso per stile e tipo di approccio.

Il severo critico teatrale Mortimer Brewster deve vedersela con la sua famiglia di pazzi assassini: due amabili anziane zie zitelle, Abby e Martha, che uccidono i coinquilini con rosolio corretto con arsenico, il fratello Teddy, convinto di essere il Generale Lee e che scava trincee in cantina (dove sono sepolte le vittime delle zie), e l’altro fratello Jonathan, efferato pluriomicida appena evaso di prigione insieme al suo compagno di cella e complice, il Dottor Einstein. Tra tentati omicidi e cadaveri che vanno e vengono si dipana l’ironica commedia.

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