Sommerso

Violenza economica, in Liguria meno di 300 segnalazioni all’anno. Ma molte donne non chiedono aiuto

Al Galata il convegno organizzato dalla Regione. L'esperto dell'Università di Genova: "Dati sottostimati perché manca la consapevolezza. Oggi per molte ragazze è normale farsi controllare dai compagni"

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Liguria. Sono meno di 300 le richieste di aiuto arrivate ai centri della Liguria per casi di violenza economica di genere: donne che non riescono ad avere autonomia nella disponibilità e gestione del denaro perché tenute sotto controllo dai partner uomini. Un fenomeno tipicamente sommerso, che non sempre sfocia nella violenza fisica e spesso non è riconosciuto nemmeno dalle stesse vittime. Dati e riflessioni che emergono dal convegno organizzato oggi al museo Galata dalla Regione Liguria con esperti, docenti universitari, attivisti dei centri antiviolenza ed esponenti del mondo finanziario e sindacale.

“È un tipo di violenza forse meno conosciuta, più nascosta e più subdola, che spesso porta proprio poi alla violenza fisica. I dati sono sicuramente allarmanti – spiega l’assessora regionale alle Pari opportunità Simona Ferro -. Si parla di 1.180 chiamate di aiuto nell’anno 2023, considerando che non è ancora terminato quindi poi si registreranno eventuali nuove chiamate. Di queste, 882 sono le donne prese in carico dai centri antiviolenza. Per quanto riguarda le denunce di violenza economica siamo sotto il dato delle 300, anche se poi in realtà dai colloqui esce fuori che tante hanno cominciato a patire atti di violenza sul piano economico“.

Dunque un elemento che molto spesso è anticipatore di episodi più eclatanti. “I dati non sono moltissimi perché è un problema tipicamente soggettivo, quindi le donne devono anche prendere coscienza e auto-dichiarare certe situazioni – spiega Enrico Di Bella, docente di statistica sociale dell’Università di Genova -. Gli ultimi dati italiani che abbiamo a disposizione sono del 2016: il 6% delle donne risulterebbe essere vittima di violenza economica. In realtà il fatto che questi dati siano soggettivi potrebbe in realtà mascherare percentuali molto più alte. Infatti, se andiamo a vedere il panorama internazionale, quindi Paesi come l’Inghilterra e l’Australia, la percentuale è molto più alta: stiamo parlando di una donna ogni 11. Quindi è facile credere che anche in Italia ci sia una componente latente di violenza economica che non risulta dalle statistiche, non risulta dai dati, non risulta dalle denunce, e quindi che sia molto più alta rispetto a questi valori”.

Il problema è che per molte donne si tratta ancora di una situazione accettabile. “Se non ci si rende conto che alcune cose ritenute piccole siano in realtà soprusi, limitazioni della libertà e della propria sfera di autonomia, il fenomeno non emerge. È un aspetto culturale di educazione, anche nella comprensione di una situazione di segregazione. L’autosegregazione è uno dei grossi problemi della nostra società e della disuguaglianza di genere. Se le donne non sono consapevoli del fatto di essere discriminate e vengono convinte che sia normale controllare la lista della spesa, come hanno speso i soldi, il controllo della carta di credito o dei contanti, non avere autonomia economica, allora è chiaro che tutto questo porta a una sottodimensione del fenomeno”.

Ma quali sono le fasce di popolazione più interessate da dinamiche di violenza economica? “È un fenomeno che maggiormente si sente nelle classi con il livello di istruzione più basso, perché comunque la formazione e l’educazione portano alla comprensione dell’anomalia – prosegue Di Bella – ma sorprendentemente c’è maggiore tolleranza da parte delle ragazze giovani rispetto a soprusi quali ad esempio il controllo del telefonino, il controllo psicologico. Ovviamente dipende anche dal livello dell’educazione. In alcuni casi il controllo viene interpretato come gelosia e alcuni ritengono la gelosia un elemento positivo del rapporto di coppia. È un discorso estremamente complesso e bisogna lavorare molto sull’educazione”.

“È un fenomeno che, più che in Liguria, si verifica nel Sud Italia ma registriamo casi anche in Liguria di donne che sono prive di un conto corrente bancario. Questo significa la volontà dei loro compagni di esercitare un controllo, di creare umiliazione nella donna che grazie a questa privazione può essere meglio controllata e quindi ridotta in una situazione di sudditanza – aggiunge l’assessora Ferro -. Come Regione Liguria abbiamo voluto organizzare per la prima volta un convegno su questo tema. È indicativo anche il giorno in cui abbiamo organizzato questa giornata, il 29 novembre, al termine di un mese importante dedicato non soltanto a ricordare tutte le vittime di femminicidio, ma soprattutto per tutte coloro che ancora soffrono di un ambiente di violenza. Vogliamo iniziare ad aprire le porte a tanti eventi”.

“Spesso è un tipo di violenza che viene considerato meno perché è meno evidente – riflette Francesca Corso, assessora alle Pari opportunità del Comune di Genova -. La violenza economica è grave sia quando viene perpetrata, quindi nel momento in cui la donna viene privata nella possibilità di lavorare, di avere interazioni o avere un conto corrente, sia quando una donna decide di uscire da questa situazione e di conseguenza si trova a dover sostenere se stessa e i propri figli in quella condizione”.

Come agire? “Già a livello centrale il ministero ha investito 9 milioni sull’empowerment femminile, quindi per il reinserimento sociale e lavorativo nel momento in cui una donna decide di uscire da una situazione di violenza, però anche a livello locale dobbiamo fare di più. Il Comune, con il progetto Vera appena inaugurato, che mette in collaborazione il Comune stesso con i centri antiviolenza, cerca di dare una risposta immediata favorendo l’accoglienza delle donne, però i tempi con cui sono accolte non sono né immediate né definitivi, quindi mettiamo a disposizione alloggi e sistemazioni alberghiere per venire incontro a questo tipo di esigenza. Ma poi – conclude Corso – anche grazie alla collaborazione con i centri antiviolenza e tutte le associazioni del terzo settore che si occupano del tema, bisogna favorire il reinserimento nel mondo del lavoro. Bisognerà agevolare le aziende per assumere queste donne per far sì che possano uscire da queste situazioni”.

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