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Per un pensiero altro

Complicità

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero altro 8 marzo 2023

“Legati ai nostri fratelli da un fine comune e situato fuori di noi, solo allora respiriamo, e l’esperienza ci mostra che amare non significa affatto guardarci l’un l’altro ma guardare insieme nella stessa direzione. Non si è compagni che essendo uniti nella stessa cordata, verso la stessa vetta in cui ci si ritrova […]” scrive Antoine de Saint-Exupéry in “Terra degli uomini”. Questo passo, spesso ridotto ad aforisma abusato, come l’uso indiscriminato e superficiale può fare, si riconferma nel suo messaggio più rivoluzionario se accostato a quanto racconta l’autore in “Cittadella” descrivendo la meravigliosa semplicità, intima, vera, affettuosa che era la “complicità” tra due vecchi giardinieri che sapevano condividersi a distanza di anni ed enormi spazi comunicando con poche essenziali informazioni evocative: “Anch’io questa mattina ho potato i miei roseti”. Se davvero c’è complicità non occorrono molte parole, ma quelle esclusive che offrono la chiave, che solo l’altro può riconoscere, che consentono l’accesso all’universo già condiviso, che era e sarà esattamente lì, ad attendere la nostra visita, e allora sarà uno sguardo, una smorfia del viso, un sorriso o una parola che cancelleranno i distinguo, le ragioni contorte anche se argomentate, il vociare rumoroso, le motivazioni opportunistiche o sante che siano, non serve un perché alla condivisione profonda che è la complicità, perché è indipendentemente dalle sue ragioni, è essa stessa valore fondante di sé.

Molto spesso il termine complicità assume connotazioni negative, si pensa al complice di qualche misfatto e quel genere di connivenza prevede la partecipazione diretta all’azione criminale, ma ne conserva lo squallore morale anche quando è semplice silenzio; già il non denunciare magari ritenendosi estranei a un fatto del quale siamo a conoscenza può essere in realtà un’assunzione di responsabilità, così come il suo rovescio, sentirsi depositari di verità accusando con superficiale supponenza. Le sfaccettature del concetto in una prospettiva giuridica sono molte e complesse, potremmo arrivare a chiederci: ma un avvocato, che difende un imputato che sa essere responsabile del crimine che lui stesso tende a non far sancire, diviene complice e corresponsabile del misfatto? È evidentemente solo un’estremizzazione utile a far riflettere sulle inevitabili dinamiche che nascono all’interno del diritto e dell’attività processuale, ma lasciamole a margine di queste righe e torniamo alla complicità alla quale invitava Saint-Exupèry solo portando con noi il termine “silenzio”. In questo caso il silenzio è positivo, non è disinteresse, indifferenza o fuga vigliacca, diviene profumo di affetti, di tragitti percorsi tenendosi per mano, è il pentagramma capace di far sì che le poche parole che lo andranno ad abitare divengano le note di una meravigliosa sinfonia emotiva. Potremmo affermare che la complicità non nasce dalle parole, non è la comunicazione che la genera, al contrario, è la complicità che rende inutili mille parole per far rinascere profondamente cariche di senso le poche che verranno utilizzate. Molto spesso accade che non ci si capisca, che il messaggio venga travisato, addirittura rovesciato nel senso, e questo perché il territorio nel quale ha luogo la comunicazione è, a priori, paludoso, malcerto, infido; allo stesso modo il silenzio fiorito di uno sguardo e magari un gesto, forse solo di due parole, ecco che diviene intima comprensione reciproca. Questa forma di complicità si sostiene possa anche assumere connotazioni più ampie, con implicazioni sociologiche di una certa rilevanza.

Mi sembra che questa seconda tipologia nasconda più pericoli che vantaggi, mi riferisco alla complicità costruita su modelli che, proprio in quanto tali, poco possono coincidere con le sfaccettature e le sfumature peculiari di ogni componente del gruppo. Questo genere di complicità si fonda più che sulla vicinanza dei membri del gruppo, a mio modo di vedere, sul prendere le distanze da quelli che non ne condividono i comportamenti che, molto superficialmente, spesso sostituiscono i contenuti con la forma. Non mi sembra una positiva tipologia di complicità quella che per costituirsi e conservarsi, per confermarsi e crescere ha bisogno di escludere, questo è l’inizio della sua stessa agonia. La complicità sana è necessariamente ospitale, certo, ha bisogno dei propri momenti esclusivi, ma sempre discreti, mai esibiti, anzi, gelosamente custoditi nelle intimità che sono per natura inaccessibili a chi non conosce le ombre e i sussurri dei tuoi sentieri privati. Se ha, al contrario, bisogno di custodi terzi, che siano persone o regole poco importa, ecco che decade a settarismo gruppettaro, ad adolescenziale slang, a stereotipi e burattineschi comportamenti. Ci sono casi di complicità estesa a grandi numeri, una sorta di “comune comprensione del mondo”, quella che caratterizza la cultura di un popolo che si scopre unito, diverso da altre culture, ma quante implicazioni e cadute etiche e intellettuali hanno generato simili fenomeni; con questo non sto giudicando, mi limito a una rilevazione storica per abbandonare subito questo percorso e tornare alle parole di Saint-Exupéry.

La diade complicità-amore mi sembra tanto fondamentale quanto la triade amicizia-complicità-amore e, ancora una volta, i silenzi tornano a essere centrali. Per dirla con le parole di Albert Camus, “Quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire”, quello che si sa, che nasce da una solida fiducia nell’altro e da un’intima frequentazione delle profondità reciproche. Nell’amore, tornando allo schema del triangolo equilatero di Sternberg, sono ugualmente fondamentali Intimità, Passione e Impegno; nel caso dell’amicizia la passione sfuma nel piacere estetico dell’altro, ma la struttura permane nella sostanza e la complicità attraversa allo stesso modo ogni lato. Possiamo ora tornare alle righe di apertura per riflettere sulla più intima, passionale e impegnativa forma di complicità: l’amore. Se ha ragione Saint-Exupéry e “amare non significa affatto guardarci l’un l’altro ma guardare insieme nella stessa direzione” la componente passionale viene ridimensionata mentre si sottolinea la complicità nell’essere “compagni di cordata” e diviene importante la “vetta in cui ci si ritrova”. Nella chiusa di questa riflessione, mi perdoni il buon amico Antoine, vorrei dedicare spazio invece alla componente passionale, all’attrazione e all’azione sessuale proprio perché credo che la componente “complicità” sia imprescindibile soprattutto all’interno di questa sfera sempre che si alzi l’asticella e l’istinto, l’attrazione, l’eccitazione, che sono alla base di qualsiasi atto sessuale, si innalzino alla complicità che sola consente di “fare l’amore”. Credo sia chiara a chiunque la differenza tra i due livelli ma mi sembra possa essere utile precisare che complicità non è solo fiducia e attenzione così da condividere senza censure quale gesto, modo e tempo possono aiutare per un piacevole momento d’amore, quanto piuttosto la creazione di un topos all’interno del quale è possibile conoscere in silenzio l’intimità fisica dell’altro, nella sua condivisione. Si tratta di ri-conoscere piccoli segni, sospiri, sguardi tracce indiziarie, ed è indispensabile essere davvero nudi, non solo senza vestiti. È un diverso livello di comunicazione, che la parola è norma che convenzionalizza e ridimensiona il gesto riducendolo alla sua meccanicità finalistica e la “vetta in cui ci si ritrova” diviene un effimero altrove, meraviglioso, ma non quanto potrebbe. L’idea è di trasformare l’epilogo in un momento dialettico così che l’intimità sessuale divenga una tappa del viaggio che conduce alla complicità di coppia dove i protagonisti siano tali nella complessità di ognuno. Sono convinto che allora potrà accadere quanto sussurra Walt Whitman: “Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando piano, forse nemmeno una parola”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
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