Intervista

Ischemie, al Santa Corona record di pazienti trattati. Padolecchia: “Siamo nella top 20 italiana”

Più di 100 casi nel 2022: "Oltre 1 su 2 ha avuto un completo recupero clinico con una mortalità del 10% ben al di sotto di quella nazionale"

Pietra Ligure. Ictus ischemico: oltre 100 pazienti trattati in un anno dalla Neuroradiologia dell’ospedale Santa Corona. È grande la soddisfazione del dottor Riccardo Padolecchia, responsabile del reparto e Capo del dipartimento Testa-collo dell’Asl2 savonese. Si tratta, infatti, di un record per il nosocomio pietrese che nel 2021 aveva trattato la metà dei casi, un numero allora già al di sopra delle medie passate e ora raddoppiato.

Un traguardo che il primario, insieme al suo staff, ha raggiunto in soli 8 anni da quando, nel 2015, si è scoperta l’efficacia dei trattamenti endovascolare. E un numero ancora più ragguardevole se si pensa che nell’altro hub della Liguria, ovvero l’ospedale San Martino di Genova, che ha un bacino molto più esteso, i pazienti trattati sono stati 170.

A raccontarci come l’ospedale Santa Corona sia riuscito a raggiungere questo importante risultato, diventando un’eccellenza in Italia, è lo stesso Padolecchia.

Un piccolo grande record lo scorso anno nel suo reparto, per la prima volta si sono superati i 100 interventi…

La soddisfazione è grande, abbiamo superato i 100 pazienti nel trattamento angiografico nei casi di ictus ischemico trattati in fase acuta e quindi subito dopo l’immediato evento ictale che ha portato i pazienti in ospedale. Per noi si tratta della prima volta, lo scorso anno infatti stati trattati 49 pazienti e negli anni precedenti ancora meno. Questo vuol dire che il 118, il sistema assistenziale ospedaliero e tutto il personale che si occupa di ictus ischemico del Santa Corona ha lavorato, pur nelle difficoltà note (ricordo ad esempio la carenza di personale medico e del comparto e l’incendio del settembre scorso che ha causato problematiche legate alla riduzione dei posti letto), in maniera ottimale e ha consentito alla nostra struttura questo risultato.

Come mai i casi trattati sono raddoppiati? Per merito del vostro lavoro oppure perché  il problema ora è più diffuso?

Dal 2015, ovvero da quando trials internazionali hanno dimostrato la validità del trattamento per via endovascolare, cioè la trombectomia meccanica, in caso di occlusione delle grosse arterie cerebrali c’è stato un progressivo e importante incremento dei casi trattati. Si è inoltre lavorato per sensibilizzare la popolazione su questo aspetto, sottolineando come si possono avere dei vantaggi enormi nell’arrivare presto in ospedale. Qualche anno fa, questi numeri sarebbero stato impensabili: i trattamenti infatti erano nettamente inferiori sia per il ridotto personale medico e del comparto sia per la non ancora conoscenza, come detto, di cosa si poteva fare. Piano piano, grazie al progressivo lavoro di squadra, siamo cresciuti con l’impegno di tutti sfruttando al meglio le nostre risorse e siamo arrivati ad un elevato livello di organizzazione e gestione di questa patologia.

Un risultato che porta il Santa Corona ad essere un’eccellenza in Italia

Sì, siamo almeno fra le prime 15/20 realtà neurointerventistiche italiane con risultati clinici ottimali. Considerate che fra i pazienti controllati a tre mesi oltre 1 su 2, cioè il 56%, ha avuto un completo recupero clinico (dati REI) con una mortalità del 10% ben al di sotto di quella nazionale e con un tasso di ricanalizzazione endovascolare del 90% ca. Ciò vuol dire che tutto questo, ha enormi risvolti sociali ed economici perché i costi e l’impatto sociale di assistenza anche in ambito familiare è notevole. Pensate che ogni anno di riabilitazione può arrivare a costare 18.000 mila euro per non contare della possibilità di sopravvivenza.

Prima di continuare ad analizzare i dati, spieghiamo cos’è l’ictus ischemico…

In pratica è l’occlusione acuta di un’arteria cerebrale con conseguente riduzione di apporto di sangue e quindi di ossigeno e nutrienti al tessuto cerebrale. Questo provoca alterazioni delle funzionalità delle cellule cerebrali che conducono rapidamente a morte la porzione di tessuto cerebrale più colpita dall’ischemica (cosiddetto core ischemico) attorno al quale c’è una porzione di tessuto in sofferenza ischemica, ma ancora recuperabile (la cosiddetta penombra ischemica) sulla quale dobbiamo intervenire in tempi brevi velocizzando tutte le fasi che portano un paziente, nei casi più gravi, sino alla sala angiografica per cercare di disostruire l’arteria occlusa. Ormai è nota la frase “Time is brain”, cioè chiamare il 118 e andare in ospedale nel più breve tempo possibile al primo sintomo di ictus.

Che incidenza ha oggi l’ictus ischemico e cosa comporta?

In Italia è la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, ma la prima causa assoluta di disabilità: sono circa 15 milioni nel mondo le persone colpite da ictus all’anno, mentre in Italia i casi sono circa 200.000 di cui l’80% nuovi casi e il 20% recidive. Il 75% dei casi riguarda persone con più di 65 anni ma, comunque, 12mila persone sotto ai 55 anni vengono colpite ogni anno. In pratica l’ictus produce invalidità e morte e quindi la campagna informativa a livello mondiale e nazionale tende a far conoscere sempre di più il problema del trattamento in acuto e gli effetti positivi di un ricovero in tempi brevi in un centro specializzato per ridurre gli effetti negativi dal punto di vista sanitario, per il paziente, e sociale ed economico per tutto quello che implica a livello della famiglia e del lavoro avere un famigliare colpito da ictus.

Ma nel trattamento in acuto, quale è l’organizzazione? Quali i trattamenti e dove vengono eseguiti?

Esiste oggi una rete dell’ictus costituita da centri cosiddetti hub, come il Santa Corona e il San Martino a Genova, dove oltre alla neurologia (stroke unit) vi sono neurochirurgia, neuroradiologia interventistica e neuroriabilitazione, ovvero un team aggregato che è in grado di fornire ogni tipo di terapia medica ed endovascolare. A questi si aggiungono i centri spoke con una neurologia Stroke Unit, reparti altamente specializzati, per fornire cure adeguate e migliorare la prognosi dei pazienti. Fra hub e spoke vi sono stretti rapporti di lavoro e noi come hub siamo in collegamento con il centro spoke di Savona e quello di Imperia dell’Asl1. I pazienti colpiti da ictus arrivano come autopresentazione o, più frequentemente, con il 118 nel centro hub attraverso quella che si dice ‘centralizzazione primaria’ se valutati più gravi oppure secondariamente dal centro spoke. Il primo trattamento che può e deve essere fatto è rappresentato dalla terapia per vena con farmaci appropriati e questo deve essere eseguito in tempi molto brevi dall’arrivo in ospedale del paziente nel centro hub o spoke. Ricordo che l’ospedale Santa Corona quest’anno ha vinto per la seconda volta un premio internazionale su tale tempistica, addirittura 33 minuti, per l’ottimo lavoro svolto dal gruppo di neurologi della Dr.ssa Tassinari e dal team ospedaliero coinvolto. Ritornando alla domanda, oltre alla terapia per vena, oggi vi sono terapie specifiche, effettuate in centri specializzati come il nostro, per intervenire in caso di occlusioni di grosse arterie cerebrali con la trombectomia meccanica. In ogni caso, il riconoscimento precoce dei sintomi e il trasporto immediato in un centro dove si possano attuare le terapie di ricanalizzazione, sono di importanza strategica.

In cosa consiste il trattamento endovascolare?

Consiste nel pungere l’arteria femorale all’inguine e far salire alcuni cateteri di diversa grandezza sino alle arterie del cervello dove, in base alle caratteristiche del vaso occluso, si decide di utilizzare dei sistemi di disostruzione: la cosiddetta tromboaspirazione del trombo che ostruisce, con sistemi di pompa collegati ad alta pressione, oppure stent dedicati. Gli stent si utilizzano a vario livello nel nostro corpo dal cuore ai distretti periferici, ma nel cervello devono cercare di catturare emboli o trombi dentro vasi con diametri da 2 a 5-6 milllimetri. In pratica io dico che facciamo “gli idraulici del cervello”.

Cosa si aspetta per il futuro? Dove si può arrivare ancora e cosa serve?

Mi aspetto di poter continuare su questa strada cercando di migliorare i punti critici che ancora ci sono e che solo lavorando congiuntamente si potranno superare per avere ancor risultati migliori con un’offerta di cura efficace. Mi auguro che la governance della sanità pubblica investa ancora risorse umane e tecnologiche nelle malattie tempo dipendenti e su chi svolge un lavoro di estrema criticità e difficoltà come il nostro.

Perchè lo diceva prima, per raggiungere questo risultato è stato fondamentale il lavoro di squadra…

Assolutamente sì, è un importante traguardo raggiunto da parte dell’Asl2 e della direzione aziendale e da tutti gli operatori coinvolti, che nominerò doverosamente, soprattutto come messaggio alla popolazione locale e a tutta l’area regionale del ponente nonché a tutti i turisti. È infatti importante sapere che in questo ospedale vi è un gruppo di lavoro che è in grado di offrire una risposta acuta e post-acuta in un paziente colpito da ictus ischemico. Devo ringraziare tutti coloro che, in ogni settore, hanno contribuito a raggiungere questo risultato: il personale del 118, quello del pronto soccorso gli anestesisti e rianimatori, guidati dal prof. Patroniti e dal dottor Pirozzolo, il gruppo di neurologi fortemente motivati e diretti da una valida collaboratrice come la Dr.ssa Tassinari. E poi il nostro gruppo di infermieri coordinati da Sara Parodi e quelli fondamentali della sala angiografica coordinati da Rosalba Masia, nonché i tecnici di radiologia con il coordinatore Mauro Marello. Per ultimi, ma non per importanza, un grazie di cuore al gruppo dei medici neuroradiologi sia per la diagnosi e, soprattutto, agli operatori sul campo, quelli che fanno per così dire gli idraulici, passatemi nuovamente il termine, i dottori Allegretti, Sanna Calzoni e Gasparrini. Mi fermo qui, ma questo elenco è lungo proprio perché il lavoro svolto non è di una sola persona ma di una squadra che speriamo continui a lavorare migliorando sempre di più le prestazioni e lo standard fornito.

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