Porto sicuro

Genova possibile “porto sicuro” per navi Ong in soccorso dei migranti: allo studio il piano per la prima accoglienza

Vertice in prefettura con l'assessore Gambino: "Siamo pronti a fare tutto il necessario per riceverli". L'obiettivo è concentrare tutte le operazioni in porto

nave migranti

Liguria. Appare ormai estremamente probabile che Genova sia destinata a diventare uno dei “porti sicuri” individuati dal Governo per l’approdo delle navi delle Ong che soccorrono i migranti al largo delle coste africane, in alternativa agli scali del Mezzogiorno ormai al collasso. Tanto è vero che oggi in prefettura si è riunito il primo vertice per iniziare a elaborare un piano operativo, in modo che tutto sia già predisposto qualora l’eventualità si presentasse davvero.

“È evidente che, essendo una città portuale, potremmo essere soggetti a una decisione di questo tipo – conferma l’assessore alla Protezione civile del Comune di Genova, Sergio Gambino – e con la Prefettura stiamo mettendo a punto un piano per essere pronti nel caso in cui il ministero dell’Interno dovesse stabilire di scegliere Genova come porto sicuro. Per noi, comunque, non c’è nessun problema, siamo pronti a riceverli e a fare sì che abbiano tutto il necessario per l’ospitalità”.

Nei giorni scorsi l’ipotesi di Genova “porto sicuro” era emersa come indiscrezione di stampa. E mentre infuriava la polemica nei confronti del governo Meloni, accusato di scaricare il problema sulle città amministrate dal centrosinistra, l’assenso politico è arrivato tanto dal presidente della Regione Giovanni Toti, che ha parlato di un “giusto riequilibrio” rispetto agli approdi del Sud, quanto dal sindaco Marco Bucci che comunque ha messo le mani avanti: “Noi siamo disponibili ma servono risorse adeguate. Se non bastano quelle che abbiamo, le chiederemo a Roma”.

Al vertice in tarda mattinata hanno partecipato il prefetto Renato Franceschelli, l’assessore Sergio Gambino e rappresentanti della Questura e della Guardia costiera. A Genova esiste già un precedente: il 2 giugno 2019 il pattugliatore della Marina militare Cigala Fulgosi aveva attraccato a Calata Bettolo dopo aver soccorso al largo delle coste libiche un gommone con 100 migranti a bordo, tra i quali 23 minori e 17 donne. Gli screening medici e le operazioni di prima accoglienza erano avvenute in banchina e in serata tutti i migranti (eccetto minori non accompagnati e donne incinte) avevano lasciato la città in pullman per essere ospitati in altri Paesi europei.

Di sicuro quell’area non potrà essere utilizzata nuovamente allo scopo: “Oggi Calata Bettolo non è più idonea perché è zona di cantiere – spiega Gambino – e perché in inverno le temperature non sono ideali”. L’idea, comunque, è quella di “farli muovere il meno possibile”, cercando di concentrare tutte le procedure necessarie (compresi accertamenti sanitari e identificazione) nella zona portuale, in modo che “sia tutto collegato dal punto di vista logistico”. Il punto di approdo verrà deciso in base al tipo di nave e al numero di persone che dovessero sbarcare, anche perché “non dovremo interferire con altre attività commerciali”, puntualizza l’assessore. Sul tavolo ci sono già diverse ipotesi che però non vengono rese note per non creare tensioni. Per ora, del resto, non c’è nulla all’orizzonte, ma la Prefettura sta coordinando tutti gli attori coinvolti per essere pronta a mettere in moto il meccanismo 24-48 ore prima di un eventuale arrivo.

A fare da modello potrebbe essere Ancona, indicata per lo sbarco dei 37 migranti soccorsi dalla Ocean Viking. In quel porto la Prefettura ha allestito un punto di prima accoglienza con servizi igienici e cinque container riscaldati dove sono stati distribuiti anche pasti e kit di assistenza. La nave, arrivata tra onde alte sei metri, dovrebbe ripartire nelle prossime ore per lasciare il posto alla Geo Barents che trasporta a bordo altre 73 persone di cui 18 minorenni.

Non si arresta tuttavia lo scontro tra le Ong e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Ocean Viking e Geo Barents avevano chiesto un porto più vicino, ma non c’è stato nulla da fare. “Come previsto – riferisce Sos Mediterranee – il tempo è gravemente peggiorato con venti da 40 nodi e onde fino a sei metri, aggiungendo dolore ai 37 sopravvissuti che sono appena scampati alla morte. Il 95% soffre di mal di mare. Queste ulteriori sofferenze avrebbero potuto essere evitate con la designazione di un place of safety più vicino in Italia”. Da questo punto di vista, Genova sarebbe una destinazione ancora più lontana e pertanto ancora meno gradita alle Ong. 

“L’Italia – commenta Medici senza frontiere – ha rifiutato categoricamente le nostre richieste. Non abbiamo quindi altra scelta che obbedire e proseguire verso nord, verso Ancona. Aderire alle indicazioni delle autorità, però, non significa essere d’accordo. La nostra posizione rimane invariata: è inaccettabile mandarci a Ancona mentre altri porti idonei sono molto più vicini, soprattutto in queste condizioni meteo.️ Questo è contro il diritto marittimo internazionale e il miglior interesse dei sopravvissuti”.

Il titolare del Viminale difende la linea dura e ribalta le accuse, ribadendo che le navi umanitarie rappresentano un pull factor (un fattore d’attrazione) per le partenze e sui rapporti tra Ong e trafficanti di uomini sono in corso inchieste giudiziarie. “Noi – sostiene il ministro – ci siamo mossi assolutamente in linea con le norme internazionali. Non neghiamo la possibilità di salvare, ma cerchiamo di dare un quadro di regole. I salvataggi in mare e l’azione di controllo sul Mediterraneo la fa lo Stato con le sue strutture, Guardia di finanza e Guardia costiera. Abbiamo l’ambizione di gestire noi il fenomeno e non possiamo consentire a navi private che peraltro battono bandiere di Paesi esteri di sostituirsi allo Stato italiano”.

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