Da un imprevisto ad una possibilità

Promozione. Pisano festeggia con una vittoria le sue 400 panchine: “Grazie al calcio sono una persona migliore”

Dall'area di porta a quella tecnica è un passo che dura ormai sin da quando aveva 14 anni: "Il mio presente si chiama Pietra Ligure"

Generico novembre 2022

Foto prese dal profilo Facebook del tecnico biancoceleste

Pietra Ligure. Il calcio è una delle passioni più comuni nei giovani, coltivata per cercare di poterci sempre convivere con il passare degli anni. Ma questa disciplina, talvolta, è un po’ come monopoli: quando si pesca la carta degli “imprevisti” può davvero succedere di tutto.

Questo è stato un po’ il percorso di Mario Pisano, alla guida del Pietra Ligure da ormai 7 anni e che ha iniziato la carriera da allenatore a causa di un infortunio. Dall’imprevisto è nata una nuova possibilità che lo ha portato a festeggiare le 400 panchine tra le Prime Squadre, una soglia raggiunta in Coppa Italia con la Carcarese e superata domenica con la trasferta a Campo Ligure.

Mister, domenica hai vinto e, quindi, festeggiato al meglio. Partiamo dall’inizio di tutto: qual è stato il tuo primo percorso in questo ruolo? 

La mia prima volta è stata a 14 anni, per una scommessa con il mio vecchio allenatore. Ho guidato dalla panchina la mia squadra, i Giovanissimi Regionali ad Andora, e vinto 2-1 in casa contro la prima in classifica facendo la formazione e anche la riunione tecnica. Poi dopo il mio primo infortunio, un’infezione al ginocchio sinistro dopo una caduta in scooter, ho allenato gli Esordienti 90-91 dell’Andora nella stagione 2002-03. Quando poi ho ripreso a giocare, al termine di una stagione positiva in Eccellenza, ho dovuto smettere a 25 anni per un grave infortunio alla caviglia e da lì la stagione successiva ho allenato prima la Juniores e poi la Prima Squadra subentrando a stagione in corso.

Che tipo di giocatore era Mario Pisano? 

Portiere forte fisicamente, deciso, vedevo il gioco e guidavo bene la difesa, cavandomela bene coi piedi. I miei punti deboli erano l’atletismo, l’elasticità e molte volte la troppa sicurezza mi metteva nei guai andando oltre le miei capacità.

Guardandoti indietro, che cosa pensi di aver migliorato nel corso degli anni di panchina?

Sicuramente ad arrabbiarmi di meno e ad essere più comprensivo verso chi è diverso da me per mentalità, ad accettare di più l’errore.

Com’è stato il salto tra Andora e Pietra Ligure? Per la società biancoceleste sei una guida ormai da 7 stagioni

Il miglior salto che potessi augurarmi. Ero convinto di stare fermo per mancanza di opportunità serie e dal nulla si è paventata questa grande possibilità. Abituato com’ero a dover fare tutto da solo, passare al Pietra Ligure è stato come venire in una società professionista.

Ma hai mai avuto l’ambizione di poter andare in categorie più alte?

Io voglio arrivare più in alto possibile, ma il mio presente si chiama Pietra Ligure e ne sono orgoglioso di questo: prima di pensare ad altre cose inutili, ho il dovere di riportare il Pietra dove deve stare. Poi le società migliori in questa zona sono davvero poche e fanno tutte categorie superiori. Per il momento non hanno bisogno di me e io non sono il tipo che cambia tanto per cambiare.

Qual è stato il momento più esaltante e la delusione più cocente?

Il momento più bello è la vittoria del campionato di 6 anni fa, un senso di liberazione incredibile per essere riuscito a dimostrare a me stesso che in un contesto credibile e con una buona squadra potevo fare qualcosa di buono. Sulla delusione preferisco non parlarne, sarei ripetitivo.

Ti riconosci nella definizione di “manager”?

Definizione esagerata, diciamo che in precedenza ho dovuto velocemente imparare l’arte dell’arrangiarsi. Questo vale sia per ciò che riguarda le carte federali, gestire un magazzino di materiale e conoscere approfonditamente la gestione di un bilancio o, più semplicemente, comporre la rosa di una squadra. In giro questa cosa non è vista bene, credo per gelosia e ignoranza. Vengo visto come un allenatore che vuole fare il dirigente, ma non è così: io sono un allenatore che, a seconda delle esigenze della società, si adegua e si mette al suo servizio vedendo le cose sotto un punto di vista dirigenziale. Questo mi aiuta proprio nel rapporto con la società stessa.

Quali sono i giocatori più belli e difficili da allenare?

I più piacevoli sono quelli di personalità, quelli che ti guardano in faccia e ti dicono sempre cosa pensano con un rapporto sincero e diretto, i più fastidiosi invece sono quelli stupidi, deboli, superficiali senza cultura del lavoro, quel tipo di giocatore con me fa sicuramente fatica.

Infine, che cos’è il calcio per te?

Grazie alle esperienze nel calcio sono stato lontano dai casini e sono diventato una persona migliore. Ho conosciuto tanta gente e creato tanti legami davvero forti, vivendo emozioni incredibili che in pochi altri ambienti si possono trovare così forti, nel bene e nel male. Posso dire con certezza che, chi pensa che il calcio sia solo tattica e numeri, lo pensa perché ne sa poco o nulla.

 

 

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