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Il cammino di due savonesi fino a 5540 metri: in 22 giorni alla vetta Kala Pattar, sopra il campo base dell’Everest fotogallery

Bassissime temperature, centinaia di metri di dislivello e paesaggi mozzafiato. Il racconto: "Ogni viaggio è sempre un nuovo inizio"

Boissano/Loano. Da Katmandu alla vetta di Kala Pattar a 5540 metri di altitudine. Centinaia e centinaia metri di dislivello, raggiungendo e superando il campo base dell’Everest. A 34 anni Michael, insieme alla fidanzata Cristina, ha realizzato il suo sogno nel cassetto da quando aveva 21 anni.

Per fare quest’avventura ci sono voluti 22 giorni, tra pause per acclimatarsi e cammino. Sentieri stretti, frane, strapiombi. Per fortuna il meteo è stato clemente: cielo terso e sole, nemmeno un giorno di pioggia.

I due ragazzi, di Boissano e Loano, hanno trascorso 6 giorni a Katmandu, da qui il primo tratto in autobus fino alla partenza del sentiero, a Jiri. Poi un saliscendi fino alla vetta sopra il campo base dell’Everest, da dove si può ammirare l’imponente monte.

“Le condizioni sono impegnative. Abbiamo dormito a -10 gradi, negli ostelli le finestre sono rotte e si paga qualsiasi cosa. Non c’è riscaldamento, l’unica fonte di calore è l’acqua che si beve solo calda”, ha raccontato Michael.

Oltre alle bassissime temperature, superata una certa quota diminuisce la concentrazione di ossigeno nell’aria: “Io credo che sia una cosa alla portata di tutti ma allo stesso tempo non è uno scherzo perché si rischia di stare male, soprattutto sopra i 4mila metri si inizia a sentire disagio. Ho visto tante persone andare via in elicottero. Non è come andare sulle nostre montagne”.

Insieme alle rigide condizioni climatiche a complicare il viaggio un incontro poco piacevole: “Abbiamo rischiato di essere rapinati. Ci sono zone dove sono assenti i controlli della polizia. Può essere molto rischioso, soprattutto se ci si trova da soli. Lungo il percorso ci sono cartelli con persone disperse di diverse nazioni…”.

Lungo il percorso, però, sono state anche tante le occasioni di scambio positive con altre persone: “Ho conosciuto tanti sherpa, uno è stato 19 volte sull’Everest, un altro 7. Poi ho conosciuto anche un italiano, guida alpina a Cortina, che c’è stato una volta. Da tutti ho imparato qualcosa“. Oltre agli autoctoni e ai turisti, anche 22 scienziati, anche italiani, in spedizione sull’Everest che – come riporta l’agenzia Dire – avevano l’obiettivo di studiare l’impatto fisico e psicologico del viaggio su sportivi non agonisti.

Il paesaggio è particolare: “Ci sono dei villaggi in quota dove ci si può fermare a dormire e mangiare. Poi si trova anche una vera e propria città sulla montagna: Namche Bazaar, dove ci sono alberghi, ristoranti”.

Michael spiega dove trova il coraggio di partire per queste imprese che richiedono anche molto tempo: “La mia fede in Cristo mi ha spinto a fare questo genere di viaggi, questo fa parte di me. Credo che non bisogna perdere tempo nelle false sicurezze dettate dal sistema“. E cita il monologo finale del suo libro preferito “Il tè nel deserto”: “Poiché non sappiamo quando moriremo si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile, però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia? Un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita, forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna, forse venti. Eppure, tutto sembra senza limite”.

Una buona acclimatazione e molte soste sono stata la carta vincente di Michael e Cristina che sono riusciti a portare a termine la loro impresa. E tra pochi giorni il viaggio prosegue in treno, con partenza da New Delhi fino al deserto del Thar, al confine con il Pakistan. “Ogni viaggio è sempre un nuovo inizio“, ha concluso Michael. E raggiunto un obiettivo? Ecco che ne arriva subito un altro: “Lo rifarei, ma sarebbe bello riuscire a fare la vetta dell’Aba Dablam (oltre 6.800 m). E’ una montagna stimata qui, è più basso ma ha un percorso più impegnativo dell’ascesa all’Everest. Però ci vuole una squadra e il porter, va organizzato”.

E conclude con una seconda citazione tratta dal libro preferito: “A volte penso che questo sia il nostro vero errore: credere di avere tutto il tempo che vogliamo. Che il tempo in realtà non esista…”.

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