Storie di vita

Dall’orrore nei lager all’arrivo a Savona, la storia di Nicola ricostruita dalla figlia: “Lettere e diari trovati dopo la morte di mamma”

"Babbo non aveva mai trovato la forza di raccontare il dramma di cui era stato protagonista". Il vissuto di Maroscia raccolto nel libro "Il senso della vita"

Savona. La reclusione nei campi di concentramento, la liberazione nel ’45, il trasferimento a Savona per offrire ai figli più possibilità per il futuro. A raccontare la storia di Nicola è proprio la figlia, Anna Maroscia – presidente della Società Dante Aligheri di Savona -, che, dopo aver recuperato le lettere scritte dal padre, ha deciso di riportare quella vita travagliata in un libro dal titolo “Il senso della vita, una valigia di ricordi dall’orrore dei lager alla magia della vita”.

Primo Levi diceva: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E proprio su questa scia rispolveriamo una storia unica come quella di Nicola, ma simile a tante altre, su cui, ancora oggi è bene riflettere.

Entriamo ora nei panni di quell’uomo nato nel luglio del 1914. Gli anni vissuti da Nicola Maroscia non sono stati semplici fin dall’infanzia. I suoi genitori erano mancati quando lui aveva appena 3 anni, è seguito l’affidamento alla Casa degli Orfani di Guerra nella città di Campobasso, ricevendo un’educazione religiosa. Qui vi rimase fino a 19 anni. Poi il lavoro come vignettista collaboratore per il Corriere di Campobasso. Tra le prime persone con cui legò, la famiglia di Teresa, colei che diventerà poi sua moglie. A soli 21 anni svolse il servizio militare, negli anni ’40 del Novecento fu richiamato in guerra e assegnato prima a Chieti, poi mandato sul fronte di Moncenisio, poi a San Cesario sul Panaro. Non c’era alternativa, Nicola sarebbe stato inviato oltremare. Così di lì a poco il matrimonio, e nove mesi dopo la nascita della sua prima figlia, Anna.

Generico novembre 2022
Nicola con la moglie Teresa

LA DEPORTAZIONE NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Non passò molto tempo che il 17 settembre del 1943 Nicola venne caricato su un treno composto da una cinquantina di vagoni merci scoperte. “Compimmo un viaggio indescrivibile attraverso la Grecia e poi zigzagando per la Bulgaria” si legge nel libro narrato in prima persona, realizzato dalla figlia, seguendo gli scritti lasciati dal padre. “Dopo la Bulgaria entrammo in Germania. La mattina del 5 ottobre scendemmo in una stazione e dopo aver camminato a piedi per quattro chilometri arrivammo al Campo Prigionieri IB di Hohenstein, in Prussia orientale, vicino a Hindeburg”.

“I tedeschi avevano realizzato 17 campi, tutti con numeri romani, i quali poi avevano nel circondario altri sottocampi. Quello di Hohenstein era praticamente un paese di baracche, basse per resistere ai rigori dell’inverno. Eravamo circa 15mila italiani, ma vi erano molte migliaia di russi e francesi” racconta Nicola, poi la descrizione dei giorni vissuti lì: “Al campo I B la vita era dura: sveglia alle 4 e mezza con un freddo terribile, di gran carriera e lesti sempre, altrimenti non ci lesinavano botte e salto del cibo. A quell’ora di mattina l’unica cosa che ci concedevano era il tè; alle 10,30 un rancio di patate non sbucciate con verdura acida e poi, per il resto della giornata, 300 grammi di pane, un po’ di burro, della marmellata, che serviva a darci calorie per il lavoro, e ancora del tè il pomeriggio”.

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Un documento di Nicola Maroscia

Ma in quel lager, Nicola non restò molto. “Il 17 ottobre ci fecero bagno, disinfezione, fotografia e ci caricarono nuovamente sul treno. Viaggiammo tre giorni e arrivammo al campo IV B Stalag Zeithain. Lì vicino c’era il sottocampo di Mùhlberg, luogo terribile dove poi sapemmo furono accatastati migliaia di prigionieri morti per gravi malattie dovute a mancanza di igiene, malnutrizione, lavoro coatto, tubercolosi. Devo dire che per noi, al campo IV, ci fu invece un miglioramento delle condizioni di sopravvivenza, soprattutto perchè la temperatura era più mite ma anche il vitto era più pulito, così come la disciplina meno dura”.

In quel luogo Nicola, come tutti gli altri prigionieri,  aveva “un pensiero assillante, la posta e la condizione delle nostre famiglie, di cui non sapevamo la sorte. […] Di notte non riuscivo a dormire e in quelle ore pensavo alla mia Teresa e alla mia figlioletta Anna, che non avevo ancora conosciuto e che cresceva senza il suo papà: si ripeteva il mio triste destino” si legge. Nel frattempo si avvicinava il Natale e Nicola non aveva ancora ricevuto nessuna lettera dalla sua famiglia.

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Una lettera scambiata con la moglie

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE: “MAI AVREBBE POTUTO ABBANDONARMI IL RICORDO DI QUEI LAGER”

Seguirono altri spostamenti, fino al fatidico giorno, quello della liberazione. “Gli alleati entrarono nel lager a fine aprile del 1945 con alcuni carri armati e i soldati che filmavano, fotografavano, distribuirono cibarie – spiega Nicola -. Anche all’indomani della liberazione, però, la nostra odissea non finì. L’uscita dal campo iniziò con gli ammalati gravi, con i più deboli, e man mano venivamo noi. L’ostacolo al ritorno erano le condizioni delle ferrovie tedesche e italiane, ripetutamente bombardate”. “Pur rendendomi conto di essere finalmente libero e al riparo da tutte le atrocità che avevo subito, pensai che mai avrebbe potuto abbandonarmi il ricordo dei campi di concentramento, di lavoro, di sterminio” aggiunge.

Di lì a breve, nel ’52 Nicola decide di trasferirsi con la famiglia dal Molise alla Liguria, prima nelle due Albisole, poi a Savona. “La nascita di Antonio, il mio secondo figlio, mi rimise al mondo; ripresi a lavorare, a fare progetti, a pensare al futuro. Futuro che pensai di costruire in un luogo dove i ragazzi avrebbero potuto avere più possibilità di studiare, di lavorare, ed io, magari, di dimenticare. Purtroppo però il mio stato di salute probabilmente era stato compromesso dalla prigionia e non resse a lungo”. Dopo 14 anni Nicola fu colpito da un ictus, il 19 dicembre 1969 a 55 anni morì, conoscendo solo per due anni il suo nipotino, Federico (Berruti), ex sindaco di Savona.

IL LIBRO? FRUTTO DELLE LETTERE RECUPERATE DALLA FIGLIA

“Questo libro nasce dal silenzio, dal linguaggio del silenzio legato al dolore, alla lontananza, alla solitudine, al pudore di mio padre – afferma la figlia Anna, che ha voluto far conoscere la storia del padre -. Dopo la morte di mia mamma nel 2004, ho ritrovato diari, lettere immagini di quel periodo, conservati con cura. Babbo non aveva mai trovato la forza di raccontare ai suoi figli il dramma di cui era stato protagonista. E’ proprio perchè ne sono venuta a conoscenza in modo così doloroso e tardivo, che ho voluto ricostruire le vicende della mia famiglia, mettendomi nelle vesti di mio padre, seguendone il percorso esistenziale”.

In questo volume, oltre il racconto di Nicola, fotografie dell’epoca e di famiglia, lettere e frammenti di diario. Arrivati a questo punto è il caso di dirlo: non è facile trovare un senso alla vita – come vuole trovarlo il libro -, ma è ancor più difficile trovarlo alle atrocità messe in campo durante la seconda guerra mondiale.

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