Sull'orlo del baratro

Caro bollette, le fideiussioni alle stelle strangolano le imprese savonesi: “Molte hanno le settimane contate”

Il presidente dell’Unione Industriali di Savona Berlangieri lancia l'allarme: “Serve un intervento immediato, anche una sola famiglia che perde il lavoro è un disastro"

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Provincia. In provincia di Savona come nel resto d’Italia la situazione è molto critica. Gli extra costi energetici, che subiscono anche quelli delle materie prime, incidono fortemente sui costi di produzione, tanto che le aziende si trovano in difficoltà quando paradossalmente non siamo in presenza di una situazione di calo di mercato. Purtroppo la produzione dei prodotti ha dei costi che non regge la vendita”. A lanciare l’allarme – alla luce della preoccupante ondata di rincari  -è il presidente dell’Unione Industriali della provincia di Savona Angelo Berlangieri. 

Secondo il presidente degli industriali savonesi il quadro è allarmante: “È una emergenza che riguarda tutto il comparto industriale – sottolinea Berlangieri -, non solo il comparto degli energivori, che sicuramente sono colpiti in modo più rilevante, ma anche il settore alimentare, le cartiere, i trasportatori e il mondo del turismo. È un problema diffuso e molto esteso”.

Per le aziende medio-grandi l’incubo è doppio. In questi casi, infatti, l’approvvigionamento energetico prevede il rilascio di una fideiussione (sostanzialmente si tratta di un contratto in cui un soggetto si fa garante dei debiti contratti da una persona o da un’azienda). Proviamo a chiarirlo con un esempio: se un’azienda savonese paga una bolletta di 20 mila euro, è prevista una fideiussione (una garanzia per il fornitore energetico, quindi) poniamo di 60 mila euro. In questo contesto la banca fa da intermediario e non è il beneficiario della fideiussione. Ma se la bolletta aumenta (come sta avvenendo) allora la fideiussione richiesta non sarà più di 60, ma piuttosto di 120 mila euro. E questo per un’azienda vuol dire almeno due cose: “giocarsi” i margini di liquidità e indebitarsi ulteriormente. 

In questa situazione – spiega Berlangieri – la vita media di un’azienda può arrivare a 60 giorni. Se entro due mesi non si interviene, infatti, molte aziende penseranno di bloccare i cicli produttivi. Il paradosso è che in molti casi parliamo di aziende sanissime, che stanno da tempo sul mercato. Quindi non è un problema di cattiva gestione imprenditoriale. La scelta di bloccare la produzione è un provvedimento strategico di buon senso, anche perché se si va avanti su questa strada il rischio per le aziende è quello di indebitarsi ulteriormente sino alla chiusura”.

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Le aziende erogatrici del servizio energetico rilevano l’aumento strutturale della bolletta e di conseguenza chiedono di rivedere la fideiussione. E quella fideiussione di 60 mila euro che prima copriva tre bollette, oggi potrebbe non coprirne nemmeno più una: “Con l’aumento della fideiussione – aggiunge il presidente degli industriali -, di fatto si ottiene il blocco di gran parte delle liquidità. Ci sono aziende che pagavano un milione e che oggi sono diventati quattro. Questi sono valori rilevanti, sia in termini assoluti che percentuali”.

Ecco perché le aziende savonesi rischiano di trovarsi con l’acqua alla gola. La liquidità necessaria per far fronte ai costi aziendali ordinari (personale, affitti, ecc.) sta venendo meno: “Molte imprese hanno le settimane contate – lancia l’allarme Berlangieri -.  e l’imprenditore per evitare la crisi aziendale riduce il fattore produttivo. Può fare solo quello”.

E qui entra in gioco la discussione a livello nazionale sullo “scostamento di bilancio”. È un’espressione che dovrebbe suonarci familiare, soprattutto perché ne abbiamo sentito parlare molto durante l’emergenza Covid. Si tratta, in poche parole, di una richiesta che il Governo fa al Parlamento per poter aumentare il deficit rispetto a quanto era stato previsto dai documenti di finanza pubblica. È un provvedimento che ovviamente viene richiesto per far fronte ad emergenze nazionali. Era successo per il Coronavirus due anni, mentre oggi la nuova emergenza sono i rincari.

“Se io non faccio lo scostamento adesso e poi le aziende chiudono, le persone vengono messe in cassa integrazione, non viene più pagata l’Iva, idem per i contributi, si riduce la produzione e il Pil – aggiunge Berlangieri -, a quel punto lo Stato si ritrova a dover fare uno scostamento di bilancio perché la previsione fatta sul Pil non è più quella reale. Lo scostamento lo si fa obtorto collo, ma un conto è farlo oggi per salvare il tessuto economico produttivo, un conto è farlo in modo obbligato domani con il tessuto sfilacciato e distrutto. Si rischia di mettere a repentaglio la tenuta della coesione sociale del tessuto economico del Paese”.

In sostanza, per Berlangieri lo scostamento di bilancio “è un intervento che non può essere procrastinato nel tempo, ma va fatto subito”.

Ecco perché, da questo punto di vista, lo scostamento di bilancio rappresenterebbe un provvedimento che servirebbe a far fronte ad una emergenza nazionale (proprio come accaduto per il Covid): “È in pericolo tutto il sistema imprenditoriale italiano – evidenzia il numero uno degli industriali della provincia -. Non si tratta di scelte ideologiche, ma riguarda il futuro dell’intero Paese. Non ci sono imprese esenti da questa situazione. Sono tutte coinvolte, sia le aziende piccole sia quelle più grandi. Perché anche per le aziende piccole gli aumenti incidono in modo percentuale proprio come incidono sulle realtà più grosse. Chi pagava un milione e oggi ne deve pagare quattro, in proporzione non si trova in una situazione tanto diversa rispetto a quell’azienda che ne pagava due mila e che oggi si ritrova a doverne pagare dieci mila. Anche una sola famiglia che perde il lavoro è un disastro, non è una questione di numeri”. 

Cosa fare, quindi, per cercare di contenere o quanto meno tamponare l’ondata dei rincari? Secondo Berlangieri uno dei provvedimenti potrebbe essere quello di una moratoria sui mutui: “Sicuramente non risolverebbe il problema – conclude -, ma almeno darebbe un po’ di respiro alle aziende rispetto agli impegni assunti con le banche. In questo modo almeno può arrivare un po’ di liquidità. È vero che prima o poi comunque i debiti sono debiti e vanno pagati, ma la situazione è di emergenza e c’è bisogno di tamponare l’emorragia per salvare il tessuto imprenditoriale. La Germania lo ha fatto con 65 miliardi di euro e noi ricordiamoci che l’industria manifatturiera italiana è la seconda d’Europa. Quindi l’emergenza va ben oltre i confini italiani”.

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