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Per un pensiero altro

Il fine e la fine

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

pensiero altro 20 luglio 2022

“Non ci libereremo mai di dio finché non ci libereremo della grammatica” sentenzia W. F. Nietzsche in “Il crepuscolo degli idoli” portando alle sue estreme conseguenze un percorso antichissimo che, nel secolo successivo alla sua scomparsa, approderà alla creazione del linguaggio binario alla base della moderna tecnologia informatica. Ovviamente non è possibile in questa sede una trattazione anche solo minimamente esaustiva del complesso fenomeno del linguaggio, ci bastino alcune osservazioni che credo possano essere fruibili nel nostro comune quotidiano. Possiamo definire, mi sembra tanto intuitivo quanto condivisibile, che il linguaggio è una sorta di schema, di maglia a rete gettata sul mondo per imbrigliarlo in una ordinata interpretazione, strutturato in base a congenite forme del pensiero umano come i principi di causa-effetto, identità e non contraddizione. Se questa abbozzata definizione è corretta dobbiamo distinguere necessariamente il linguaggio da ciò che prova a rappresentare: la cosiddetta realtà. Ma quale legame profondo connette intimamente parola pensiero e mondo? Se il linguaggio non può cogliere la realtà quale possibilità di “dire il vero” sopravvive nella parola? È lecito l’approccio di Spaemann e della sua teoria “dell’infinito futuro” quando afferma che “la nostra esperienza è immersa nel linguaggio ed è fatta di linguaggio” tanto da concludere che impieghiamo una grammatica “che è fatta teologicamente”?

L’approccio al quale mi sono riferito è quello della “grammatica universale” che sostiene l’esistenza della medesima radice comune a tutte le lingue, prospettiva che si riverbera nella moderna grammatica generativa di Noam Chomsky che non afferma che tutte le lingue impieghino la medesima grammatica ma che esistano regole innate presenti in ogni essere umano corroborando tale ipotesi con “l’argomento della povertà dello stimolo”, cioè il tentativo di comprendere come sia possibile ai bambini di acquisire il linguaggio. Il nostro brevissimo excursus non può che accennare all’intuizione di Leibniz che nel 1678 nel saggio Lingua Generalis vagheggio l’ipotesi di dare vita a un linguaggio traducibile in termini numerici che rappresentino idee dai quali, in base a incontrovertibili sistemi combinatori, sarebbe potuta nascere una lingua capace di “dire il vero”, insomma, nessuno più avrebbe rischiato fraintendimenti o inganni, i contendenti si sarebbero potuti accomodare in poltrona per poter “calcolare la loro comunicazione” tanto da conseguire un risultato non più soggettivo e contestabile o interpretabile, ma universalmente certo. Credo sia intuibile il contributo che un simile approccio abbia fornito alle ricerche matematiche di George Boole e alla logica simbolica moderna. Sarebbe affascinante percorrere il lungo cammino della logica da Aristotele alle teorie linguistiche di Llull, da Bacone a Hobbes, da Pascal alla linguistica contemporanea, ma regaliamoci alla leggerezza provocatoria di un “pensiero altro” lasciando agli specialisti le considerazioni ortodosse al riguardo e riprendiamo gli interrogativi che abbiamo presentato in apertura riassumendoli in una domanda trasversale: può la parola cogliere e comunicare la realtà?

Ricordo un aneddoto scolastico intorno alla nascita del linguaggio: il docente stava spiegando ai suoi studenti come fossero nate le parole e quanto queste fossero intimamente connesse a ciò che rappresentavano. A tal fine portò un esempio: “Un giorno mentre il primo uomo si aggirava nell’Eden, accadde che da un albero si staccasse un frutto il quale, impattando il terreno, produsse un suono … POM … fu così che quel frutto divenne “pomo”. Gli astanti erano affascinati da tanto sapere, chissà come aveva fatto il loro maestro a conoscere avvenimenti occorsi prima del tempo, addirittura avvenuti nel giardino dell’Eden. Solo uno di loro avvertiva una certa inquietudine e si sentiva sbagliato così circondato dall’unanime consenso degli altri al cospetto di un sapere che in lui generava alcuni dubbi. Prese il coraggio a due mani e si risolse a chiedere fiducioso al maestro: “Mi scusi maestro, ma se a cadere fosse stata una pera?”. Ovviamente non abbiamo notizia della risposta dell’insegnante, possiamo ragionevolmente supporre, però, che troppi sono coloro i quali sarebbero rimasti affascinati dalle sue parole e nemmeno si sarebbero sognati di regalarsi al dubbio, eppure tutti oramai sono stati anglofonizzati, allora perché non domandarsi almeno come mai il frutto cadendo a terra non abbia generato il suono apple o almeno app? E non si tratta solo di ironia, oggi la lingua universale, quella parlata da Dio, quella confusa nel corso della costruzione della Torre di Babele, quella ricercata da Federico II e che condusse alla follia i bambini oggetto dei suoi “esperimenti”, ebbene, quella meravigliosa “gabbia per il perenne fluire della vita” è divenuta approssimativa, superficiale e banale nel parlato quotidiano. La logica del “ma dai, ci siamo capiti” ha impoverito il lessico conversazionale, ha cancellato le sfumature riportando il mondo al bianco e nero che, quale meraviglia, tanto più è coglibile dalla fredda logica del sistema binario. Per tornare alla promiscuità delle lingue come l’italiano imbastardito dall’invasione inglese e senza rammentare l’impiego di termini come cliccare, scannerizzare, bypassare: sono convinto che la stragrande maggioranza degli italiani impieghi oramai l’espressione “il fine settimana” per indicare il Sabato e la Domenica mediandola o traducendola, Dante mi perdoni, da “il weekend”. Ebbene, in italiano siamo molto sottili, il fine è tutt’altra cosa da la fine. Non ha proprio senso parlare del fine della settimana che, mi sembra ovvio, non è dotata di alcuna intenzionalità e non persegue nessuna ragione; al contrario essa è dotata di una fine poiché convenzionalmente la si fa iniziare con il lunedì.

Vuoi vedere che l’italiano medio ha raccolto la geniale provocazione nietzscheana e ha deciso di liberarsi della grammatica? A parte l’ironia, è evidente che non si può confondere la proposta rivoluzionaria del filosofo tedesco con il pressapochismo del lessico da “chiacchiera”, come lo definirebbe Heidegger, non è la superficialità la risposta al quesito intorno al senso e alla possibilità del linguaggio ma piuttosto una più attenta riflessione su cosa e come “si dice”. Non credo che sia corretto presupporre una “grammatica universale”, ma sono convinto che la struttura convenzionale del pensiero sia comune a tutti gli uomini, da questa i vari linguaggi che, figli dei medesimi genitori, pur nel numeroso variare, sono tutti traducibili gli uni negli altri. Certo, con sfumature e peculiarità importanti, ma omogenei. Se guardiamo la foglia di un castagno e di un ontano le percepiamo come profondamente diverse, ma se le osservassimo nella loro intima natura nell’atto di operare la sintesi clorofilliana le comprenderemmo come molto simili. La vera questione rimane, a mio modo di vedere, che se anche le maglie della rete con la quale tento di “pescare l’essere” possono avere strutture triangolari o quadrate tanto da indurmi a concepirlo secondo quelle forme, posso ben comprendere che queste saranno solo l’immagine contingente della mia percezione dell’essere e mai la sua natura ontologicamente intesa. Insomma, se per vero vogliamo intendere la sua essenza, l’essere esiste solo nell’atto della fruizione da parte di un soggetto che, vista l’omogeneità dell’essere umano, si convince della coincidenza tra il pensiero e la realtà così che dopo aver distinto gli animali tra feroci e mansueti affronta il rischio di essere sbranato per confermare la propria tesi nella speranza di incrociare un agnello e non un leone.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli

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