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Per un pensiero altro

Gli occhi e lo sguardo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

pensiero altro 27 luglio 2022

“Che fai?” mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. “Niente – le risposi – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino”. Mia moglie sorrise e disse: “Credevo ti guardassi da che parte ti pende.” Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:”Mi pende? A me? Il naso?” E mia moglie, placidamente: “Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.” Inconfondibile l’incipit di “Uno, nessuno, centomila” di Luigi Pirandello. Il povero Vitangelo Moscarda, l’eroe del romanzo, si è appena accorto di un “difetto” che non si conosceva, questo innesca un perverso viaggio ermeneutico intorno a se stesso e al proprio rapporto con gli altri. Scopre di essere Gengé per la moglie che, il fatto diviene ben presto evidente ai suoi occhi, non ama Vitangelo ma Gengè, quell’altro lui che lo osserva sorpreso dallo specchio ben consapevole del proprio naso che pende a destra. In una nota a piè di pagina, infatti, il protagonista, auto terapeuta e voce narrante del romanzo, precisa che “Mia moglie, da Vitangelo che purtroppo è il mio nome, aveva tratto questo nomignolo, e mi chiamava così”, ciò che più importa, però, è che la moglie era devotamente innamorata di Gengè, ma questo splendido sentimento comportava, inevitabilmente, che non amasse Vitangelo e, ancor più drammaticamente, che lui stesso non riuscisse più a sapere chi dei due fosse! Non procediamo oltre lungo le orme del malcapitato protagonista, chi non conosce l’epilogo della vicenda? Proviamo invece a rivolgere la nostra riflessione a noi stessi, al nostro quotidiano per verificare se il caso raccontato da Pirandello non sia che la normalità alla quale siamo più o meno consapevolmente assuefatti.

Qualche giorno fa, accidenti quanto mi sono avvertito come Vitangelo, avevo appena concluso la mattutina operazione di radermi, quando ho avuto la necessità di inforcare gli occhiali e, molto pirandellianamente, ho scoperto un altro viso nello specchio. Le guance, che alla mia vista anziana e accomodante erano parse quasi glabre, rivelarono la presenza di innumerevoli pelucchi sopravvissuti alle lame. Certo, se non mi fosse occorso il caso di osservarmi nello specchio a breve distanza con gli occhiali a cavallo del naso, me ne sarei uscito per il mondo convinto di essere ben rasato mentre a passeggio sarebbe andato un uomo poco curato. Nulla di male, probabilmente in pochi se ne sarebbero accorti, di certo non mia moglie che avrebbe continuato a sorridere al suo Gengè privato. Probabilmente le mie letture e una abitudine coltivata per più di mezzo secolo mi hanno costretto a soffermarmi di fronte a quel viso poco consueto per chiedermi, oltre agli interrogativi pirandelliani accennati in apertura, quante volte la nostra vista offuscata così utile nella sopravvivenza della specie sia intervenuta e intervenga nella nostra vita? Se i miei occhi stanchi non fossero stati rinfrancati da modeste lenti da occhiali ma addirittura potenziate da una visione degna del più efficiente microscopio, quale sorpresa mi avrebbe visitato? Quale sarebbe stata la percezione più prossima al vero? Esiste un vero indipendente da uno sguardo? Ma la questione più sconvolgente, almeno per me, fu domandarmi quale fosse la mia vista interiore e quale il livello dello sguardo degli esseri umani in generale.

Sono convinto che se gli occhi di tutti improvvisamente acquisissero potenzialità molto più elevate andremmo incontro a gravi problemi: chi oserebbe mettersi in bocca un pezzo di formaggio una volta osservatolo al microscopio? Chi accosterebbe le proprie labbra a quelle di una persona che improvvisamente fosse in grado di osservare nello stesso modo? E potrei proseguire ma il senso mi sembra chiarissimo, in ogni caso sono certo che lo stesso potrebbe affermarsi ancor con maggiore forza nel caso dello sguardo interiore. Siamo sicuri di voler vedere più oltre le convenzionali relazioni emotive che ci collegano agli “altri”? Non saremmo costretti ad accettare l’idea che sia più utile alla convivenza cosiddetta civile una pesante miopia dell’anima? E addirittura non reclameremmo l’urgenza di una grave presbiopia per consentirci la convivenza con le persone più prossime? Mi tornano alla mente le caustiche parole di Oscar Wilde: “Quando si è innamorati, si comincia sempre con l’ingannare se stessi e si finisce sempre con l’ingannare gli altri. E’ quello che il mondo chiama una vicenda d’amore” che ben si completano con l’affermazione di Johann Wolfgang Goethe: “Non si è mai ingannati, si inganna se stessi”. La riflessione che andava consumandosi davanti allo specchio con ancora il rasoio in mano nel tentativo di rimediare al trauma mi ha portato a comprendere che è possibile attribuire la responsabilità utilitaristica della nostra vista mediocre a scelte della specie e della natura, insomma, a quella irrazionale ed efficacissima cooperazione che abbiamo battezzato come evoluzione, un viaggio nel quale la responsabilità individuale è inghiottita dall’anonimato della specie e dalle regole già scritte della sopravvivenza del più adatto, un itinerario collettivo al quale è impossibile sottrarsi tanto da non offrire alternative sollevandoci, così, da implicazioni etiche.

In altre parole possiamo ragionevolmente accettare l’idea di adattamento in relazione alla specie e alle sue caratteristiche fisiche, ma è lecito utilizzare il medesimo criterio nel caso non della vista fisica ma per “gli occhi del cuore”, tanto per citare Pascal e non essere accusato di retorica? Il secondo tipo di operazione è adattamento o autoinganno? E in tal caso l’atto è consapevole o no? Se non siamo in grado di scegliere nemmeno la capacità della nostra vista interiore che margini di libertà ci rimangono? Se, al contrario la deliberazione è consapevole non va analizzata in un profondo ambito etico? Me ne stavo lì, con il rasoio in mano, così mi sono tolto gli occhiali e tutto è sembrato ritornare al proprio posto, ma, molto montalianamente, oramai l’inganno solipsistico non poteva più funzionare, sia perché io “mi ero voltato”, mi riferisco ancora alla lirica di Montale “Forse un mattino andando”, ma soprattutto perché oramai avevo in me il dubbio che gli altri potessero vedermi con occhi più acuti dei miei e avrebbero avuto di me un’idea diversa della mia e rispondendo al mio saluto avrebbero salutato Gengè. Il rapporto tra Vitangelo e la moglie si è disintegrato, forse accadrebbe lo stesso a chiunque non accettasse l’idea di mitigare la propria vista interiore così da rendere accettabile a sé la propria vita e quella altrui. Le ultime righe del romanzo Uno nessuno centomila sono: “Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno […]. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori”. Questa la chiusa pirandelliana del romanzo che ha condotto alla pazzia il protagonista, ma l’uomo comune ha saputo far di meglio, ha rinominato normalità la follia collettiva dell’inganno solo apparentemente inconsapevole alla base di ogni rapporto sociale per paura della solitudine. Troppo difficile nascere intero e vivere, quanto più vigliacca e comoda l’eutanasia quotidiana che, se condivisa con l’anonimizzante umanità, quella omologatamente codarda, quella che ci osserva dallo specchio fingendo di non accorgersi che il nostro naso pende a destra, ci permette di sopravvivere ma ci impone di non riflettere sulla profonda differenza tra ciò che definiamo vita e il perenne rinascere a se stesso “vivo e intero”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli

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