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Per un pensiero altro

La coda del gatto

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Generico giugno 2022

“L’umanità non rappresenta, come oggi si crede, un progresso verso qualcosa di migliore, di più forte o superiore. Il progresso non è altro che un’idea moderna, ossia un’idea sbagliata. L’europeo di oggi, per il suo valore, resta profondamente al di sotto dell’europeo del Rinascimento” possiamo leggere nell’Anticristo di F. W. Nietzsche. La prospettiva del grande pensatore tedesco offre uno sguardo come sempre dissacrante e originale con il quale accostarsi all’uomo e al suo viaggio nel tempo, ma il concetto stesso di progresso viene messo in discussione indipendentemente da a chi e a cosa viene applicato. In altri termini: cosa significa progresso?

Il termine deriva dal latino e rimanda al concetto di movimento, presume un viaggiare positivo, un andare avanti. Non si tratta, pertanto, semplicemente di viaggiare, ma di procedere nella direzione corretta al fine di raggiungere la meta prefissata. Nel tempo la parola si è fatta carico di implicita positività senza più richiedere una preliminare indicazione del senso dell’incedere, voglio dire che chi si proclama progressista indica e vuole indicare il proprio dirigersi verso il meglio. Mi abita ironica la memoria “L’antica storia di due gatti e di una coda” nella quale il giovane felino correva disperatamente in cerchio nel tentativo di afferrarsi la coda celebrando la propria vitalità tanto da indurre il più saggio compagno ad alzarsi, stiracchiarsi e incamminarsi con calma ben consapevole che la sua coda l’avrebbe seguito. Al di là della graffiante metafora di quel racconto, è determinante comprendere cosa si desidera raggiungere, riflettere sulle ragioni di tale obiettivo e, finalmente, sarà possibile comprendere se il nostro agire può essere definito davvero un progresso.

Mi sembra possano essere illuminanti le parole di Henry Miller: “Il nostro mondo è un mondo di cose. È fatto di comodità e di lusso, oppure del desiderio di entrambi… è un mondo adatto ai monomaniaci ossessionati dall’idea del progresso, ma di un falso progresso, di un progresso che puzza. È un mondo ingombro di oggetti inutili che uomini e donne, per farsi sfruttare e avvilire, imparano a considerare utili” e ancor più spietata l’allegoria di Andrea Zanzotto che parla di “progresso scorsoio”, un nodo che più ostento e più mi soffoca o, per dirla con le sue parole dell’intervista di Marzio Breda: “[…] in questo progresso scorsoio non so se vengo inghiottito e se ingoio”.

Se riconosciamo il crisma del vero nella descrizione di Miller e nella denuncia di Zanzotto è perché abbiamo compreso che non ci stiamo oramai da troppo tempo domandando la ragione del nostro frenetico rincorrere la coda, lo abbiamo travestito da saggio comportamento adulto, magari imborotalcato di pragmatismo efficentista, lo abbiamo tramandato per generazioni come eccellente itinerario verso il meglio ma … se tentassimo di interrompere la corsa e provassimo a voltarci per verificare se la coda e lì, proprio con noi, e non ha senso rincorrerla generando il vortice dell’iper attivismo che spacciamo anche a noi stessi come saggio agire per non riconoscere il fallimento di un intero sistema?

Chissà che non abbia ragione Sigmund Freud che afferma che il prezzo del progresso sia la proporzionale riduzione della felicità inversamente all’incremento del senso di colpa. Sentirsi in colpa per non aver prodotto, per non essere stati performanti, per non aver riscosso un adeguato numero di like, per non aver aumentato il proprio capitale senza più chiedersi se davvero è proseguendo in quel percorso che  potremo incrociare la felicità e, chissà, magari scoprire che ci camminava ad un passo, proprio lì, come la coda del gatto.

Davvero possiamo chiamare progresso il tragitto dell’umanità dall’età della pietra a oggi? L’interrogativo potrebbe sembrare assurdo, ma proviamo a tracciare il grafico all’interno di due coordinate senza dimenticare che è fondamentale scegliere la natura delle stesse e che tale scelta è la cartina al tornasole della nostra identità. Per carità, è ovvio che se scegliamo la ricchezza e l’offerta del mercato come asse delle ics e la durata media della vita come asse delle ipsilon il tratto che andremo a evidenziare indicherà un progressivo incremento, chiamiamolo pure progresso. Anche se suonano sarcastiche quanto caustiche le parole di un medico che sapeva essere genialmente autoironico, l’indimenticato Enzo Jannacci: “La medicina, in questo secolo, ha fatto enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare”. Ma se le nostre coordinate si muovono tra la qualità delle acque dei nostri fiumi e del mare da una parte e quella dell’aria che respiriamo dall’altra, probabilmente il grafico assumerà un segno diverso.

Certo, ci sarà qualcuno che parlerà di inevitabili prezzi da pagare, ma mi sembra opportuno considerare un antico proverbio indiano che ci rammenta che la Terra sulla quale viviamo non è tanto un’eredità dai nostri antenati quanto un affitto dai nostri figli. Insomma, costruire scale mobili o ascensori è un progresso nei confronti di tutti quelli che avrebbero difficoltà e impedimenti per una particolare condizione di svantaggio fisico, ma diventa demenziale se induce a dover poi correre in palestra o da un dietologo per smaltire il grasso in eccesso. E ancora possiamo concederci un sorriso, in fondo sarà sufficiente sottolineare che potremo offrire l’alternativa e che sarà cura dell’interessato prendere l’ascensore o salire le scale, ma se invece delle scale mobili ci interroghiamo sulla costruzione di armi sempre più devastanti? Possiamo sempre considerare un progresso il fatto che adesso non si debba guardare negli occhi un uomo prima di decidere di ucciderlo? È lecito, con ottimistica fede nella tecnica, non domandarci se la nostra attenzione non dovrebbe essere rivolta a quello sguardo piuttosto che al fatto che oggi nemmeno ci si debba più sporcare le mani di sangue per eliminare un nostro simile?

Quello che la civiltà dei consumi ha battezzato come progresso, è lo stesso che abita le menti di troppi tra i miseri abitanti del villaggio globale, indipendentemente oramai dal colore della pelle, dal dio che si prega, dal confine più o meno plausibile che segna il limite del territorio, dall’idioma parlato, dal ceto sociale e, mi sembra ancor più aberrante, dal presunto livello culturale; è causa di stress, di perenne rincorsa al “consumare per produrre così da poter ancor di più consumare”, siamo afflitti dal nodo scorsoio del PIL, le nostre scelte devono avere il consenso dei mercati, la terra che abbiamo in affitto dai nostri figli viene sempre più insozzata dalla nostra immondizia, addirittura ci sentiamo in dovere di procreare per garantire un adeguato “incremento demografico”! Ora, proviamo a riprendere il grafico ricorrendo alle coordinate imprescindibili della dignità dell’individuo e del rispetto per l’ambiente, allora sì avremo modo di comprendere se questo incedere è un progresso o se abbiamo perso la direzione.

Non dubito che la prospettiva appena accennata possa essere tacciata di pessimismo, addirittura i più sofisticati potrebbero riconoscerne elementi nichilistici, e allora non posso non ricordare di nuovo le parole del filosofo che ha aperto questo argomentare: “Ogni specie di pessimismo e di nichilismo diventa nella mano del più forte soltanto un martello e uno strumento in più, per acquisire un nuovo paio di ali.” (Frammenti postumi). Si è fermato e ci sta osservando il saggio gatto, forse suggerisce che abbiamo una vita sola e che la coda non deve essere rincorsa, soprattutto se il fine è di afferrarla con i denti, al termine di un faticoso vorticare che ci confonde fino a giustificare la ferocia con la quale abbiamo intenzione di stringere le fauci, la vita è un’opportunità, non ha senso lasciarla decidere dal mercato, la coda è già nostra e lo sarà se smetteremo di volerla mordere, riconosciamola come compagna di viaggio concedendo alla nostra intelligenza ritrovata e alla nostra sensibilità riscoperta di scioglierne il personale e privato significato allegorico. 

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli

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