Posizioni

Cairo 2022, ospedale di comunità: per Lambertini “opportunità”, per Briano “fake news”, per Ferrari “non è un vero ospedale”

Per il sindaco uscente "bisogna sedersi a un tavolo a parlarne", per i suoi rivali bisogna puntare sull'ospedale di area disagiata in modo che ritorni il pronto soccorso

ospedale cairo

Cairo Montenotte. “Essere o non essere, questo è il problema”, diceva Amleto. Ma il dilemma a Cairo Montenotte è un altro: ospedale di comunità o ospedale di area disagiata? Diverse le posizioni dei tre candidati sindaco che, durante il confronto organizzato da IVG.it e andato in scena nell’anfiteatro di Palazzo di Città, hanno espresso le loro perplessità e i loro progetti.

Da una parte Paolo Lambertini (Noi per Cairo) secondo cui non bisogna escludere a priori l’ospedale di comunità, che definisce “un’importante opportunità”. “Dopo dieci anni in cui si è disinvestito sull’ospedale di Cairo facendolo diventare quello che è, oggi grazie al Pnrr, che guiderà nel prossimo futuro le scelte sanitarie a livello nazionale, arrivano 10 milioni di euro da investire per le strutture e le attrezzature. È tutto nero su bianco. Sono convinto che dobbiamo sederci intorno ad un tavolo con chi prende queste decisioni (Regione, Asl, Alisa) e con loro portare avanti le nostre istanze. L’ospedale di comunità è certamente un’opportunità del Pnrr che non va esclusa a priori, soprattutto essendo noi politici e non tecnici”.

Non sono d’accordo i suoi rivali alle urne, ovvero Fulvio Briano (Più Cairo) e Giorgia Ferrari (Cairo in Comune): il primo infatti sostiene si tratti di un “tentativo di far morire i servizi ospedalieri della Valbormida”, la seconda invece è favorevole al servizio, “ma – dice – non può essere considerato un’alternativa all’ospedale vero e proprio”. Per entrambi, la richiesta è quella della classificazione del San Giuseppe come ospedale di area disagiata.

Nel dettaglio, Briano afferma: “L’ospedale di comunità nei social verrebbe definita una fake news, perché non è un ospedale. Dopo il bando della privatizzazione del San Giuseppe, è il secondo tentativo di far morire i servizi ospedalieri della Valbormida. Nel 2015 si è iniziato con l’assessore Viale, sempre amministrazione Toti, a propinare il bando della privatizzazione dell’ospedale. Poi è stato annullato perché portava al nulla, in favore di un bando Pnrr che porta un ospedale di comunità che significa cancellare l’ospedale di Cairo dalle reti ospedaliere regionali. Non ci sarà più un ospedale a Cairo, ma un poliambulatorio con alcuni posti di degenza a conduzione infermieristica. Inoltre – prosegue – nessuno dice all’interno del Pnrr chi paga per la struttura e quali saranno i medici che andranno a lavorarci dentro. L’unico servizio di primo intervento che viene dato è da codici bianchi e verrebbe demandato in campo ai medici di famiglia. Questo è quello che ci vogliono propinare”.

Aspetto rimarcato anche da Giorgia Ferrari: “Non siamo d’accordo con l’ospedale di comunità, perché a dispetto del nome, non è un vero ospedale ma un reparto a gestione infermieristica – evidenzia – Questo non significa che non vada bene come servizio, ma non deve essere posto come alternativa o in contrasto come un reparto vero e proprio”. L’avvocatessa poi ricorda il ricorso presentato al Presidente della Repubblica insieme ai consiglieri di minoranza Matteo Pennino e Silvano Nervi  e al presidente del Comitato sanitario locale Giuliano Fasolato con l’obiettivo di “opporsi al disegno della Regione” e fare in modo che “non solo Cairo ma tutta a Valbormida con i suoi 40mila abitanti abbia un servizio sanitario all’altezza di questo nome”.

Ma in attesa che una delle due soluzioni prenda il via, cosa serve all’ospedale di Cairo? Secondo Ferrari nel breve periodo  “servono dei reparti ospedalieri, quanto meno per ripartire quelli che erano aperti prima del covid e che sono stati chiusi. Quindi un reparto di medicina che faccia da supporto al ppi, un ppi aperto 24 ore, una chirurgia di bassa complessità anche per utilizzare le sale operatorie per cui sono stati spesi un mucchio di soldi pubblici, una riabilitazione, una diagnostica che funzioni. Questo è il punto di partenza in attesa di avere un pronto soccorso. Ricordo che una mozione al sindaco per chiedere di richiedere all’Asl una tac è stata respinta dalla maggioranza nel 2018 per non scomodare la Regione”.

Per Lambertini, invece, le priorità sono: “l’emergenza sulle 24 ore, deve essere riconsiderata e non deve essere accettato nulla di diverso, poi servono dei reparti, degli ambulatori specialistici, dei servizi di diagnostica moderna, un centro prelievi. Tutti servizi che devono riempire di contenuti il nostro ospedale”.

E su questo lo attacca Briano: “C’è una confusione di massima – dice – se tu vuoi un ospedale di comunità quella roba lì non ce l’hai. Allora è bene che vi chiarite le idee: o volete un ospedale di comunità o volete un ospedale di area disagiata che è quello che la Regione Liguria non ha mai voluto votare nonostante avessimo fatto una proposta di legge popolare che è stata depositata in Regione e non è mai stata portata in commissione”. La richiesta di Briano, oltre all’ospedale di area disagiata, è quindi di avere per il San Giuseppe un sistema di emergenza operativo h24, di attivare il progetto India (ovvero un infermiere presente sull’ambulanza) e un casello dedicato alle ambulanze dirette verso l’ospedale San Paolo di Savona.

Le “picconate” sulla sanità

Sul tema della sanità al centro, dolenti o nolenti, della campagna elettorale, ogni candidato ha un “tallone d’Achille”, ognuno di loro, infatti, per ruoli attuali o passati se ne è occupato in prima persona e la redazione di IVG non si è risparmiata nell’evidenziarlo.

Il primo a rispondere è stato Fulvio Briano che, soprattutto durante il suo ultimo mandato da sindaco si è sempre scagliato contro i piani regionali che prevedevano la privatizzazione dell’ospedale e allora aveva deciso di dimettersi da presidente del distretto socio sanitario delle Bormide. Una battaglia che aveva portato avanti con la presenza ma anche il “silenzio” di molti sindaci del territorio che ora dice di voler compattare per dare una risposta univoca della Valle. Ma se allora non era riuscito a mettere tutti d’accordo, come pensa di riuscirci oggi? Gli abbiamo domandato.

Ecco la sua risposta: “Con i sindaci bisogna parlarci anziché litigarci insieme, io non ci ho mai litigato con loro. Semplicemente quando ci trovammo nel teatro Chebello, tutti e 19 i sindaci con il gota della sanità ligure a dirci ‘la privatizzazione dell’ospedale significa portare tutti i servizi che voi desiderate’, feci un ragionamento molto concreto: se cancelli dal bilancio regionale le voci relative al nostro tour ospedaliero, da lì non ce le metti più. Quella era la morte dell’ospedale e io non lo potevo accettare. Finivo il mio secondo mandato e, in coscienza, ho detto a tutti: ‘Ragazzi continuate con la vostra opera da sindaci, io ho finito adesso io non me la sento di regalare l’ospedale’. Oggi penso che ci sia una situazione completamente diversa e vedo tanta voglia di fare fronte comune in Valbormida, cosa che negli ultimi anni, nonostante l’identità territoriale politica che c’è all’interno della valle, un territorio prevalentemente di centrodestra, non c’è stata. Ci sono 3/4 posizioni diverse oggi sull’ospedale e questo è un grande problema”.

Dopo Briano, è stato il turno di Paolo Lambertini. Il sindaco uscente ha più volte ribadito: “se ci sarà una manifestazione parteciperò, ma non la organizzerò mai io”. La sua paura era che al corteo partecipassero in pochi, invece la risposta del territorio c’è stata ed è stata forte. A Lambertini abbiamo quindi chiesto: “È stato troppo poco coraggioso per paura che la gente non avesse a cuore l’argomento oppure, come la accusano, troppo accondiscendente (alcuni hanno detto ‘succube’) verso il partito?

“Per me non c’è mai stato nessun problema per decidere se partecipare ad una manifestazione, ma ho sempre sostenuto che poteva e non doveva essere quella la soluzione – ha replicato -. Ricordiamoci che 2012, quando Burlando di fatto ha chiuso l’ospedale e da lì è cominciato il declino del nostro ospedale con la chiusura del pronto soccorso e del reparto di medicina e con il dimezzamento dei posti letto, in quel momento la manifestazione è stata fatta. Qual è stato il risultato? Che l’ospedale ha continuato il suo declino fino alla situazione di oggi. Quindi la manifestazione è importante, ma a quella deve seguire il dialogo con chi conta ed è deputato a prendere delle decisioni e noi dobbiamo sederci a quei tavoli per discutere e dialogare per poter ottenere dei risultati. Non c’è un’altra strada”.

Il giro di “picconate” si è concluso con Giorgia Ferrari e ha riguardato il ricorso presentato al Capo di Stato che, dicono alcuni, potrebbe portare con sé il rischio del ritorno all’ipotesi privatizzazione dell’ospedale, dalla stessa Ferrari sempre osteggiata.

Non riteniamo che si vada verso la privatizzazione – ha detto la candidata -, anzi si va verso il rispetto di quello che era già stato previsto. Così come non crediamo che il ricorso, qualora accolto, faccia rinunciare ai fondi del Pnrr, perché un servizio non esclude l’altro. Lo scopo di questa azione – spiega – è di dare esecuzione al piano socio sanitario in vigore della Regione, tra l’altro richiamato dalla stessa delibera regionale che trasforma il San Giuseppe in ospedale di comunità. Quel piano parla di ospedale di area disagiata, lo dice la stessa Regione. Quindi quella delibera va in contrasto con un atto di programmazione approvato dal consiglio regionale”.

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