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Per un pensiero altro

Il diritto di mentire

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Generico maggio 2022
“Amico mio accanto a te non ho nulla di cui scusarmi, nulla da cui difendermi, nulla da dimostrare: trovo la pace … Al di là delle mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo”. Un segno? Una banale coincidenza? Non è importante in questo momento, sta di fatto che ho avuto l’onore di realizzare la regia di un testo teatrale dell’amico Gershom Freeman mettendo in scena il suo lavoro “Occhio Pin!” con tre splendidi attori del Teatro Argomm di Milano (Mariangela Eterno, Gianni Lamanna e Michelle Fantasia) e, mentre studiavo il copione, sono inciampato sulla frase di apertura di Antoine de Saint-Exupery. Intanto, anche se forse intuitivo e pleonastico, preciso che Occhio Pin è la battuta ripetuta più volte, nel testo di Freeman, da parte del Grillo Parlante nei confronti di Pinocchio. Non sto a raccontare la splendida quanto libera rivisitazione operata dall’amico scrittore, ci basti sapere che Pinocchio non è un burattino ma una ragazza e che solo la visione distorta dei genitori, Geppetto e la Fata Turchina, lo mostra come burattino ai loro occhi. È evidente che l’intera vicenda assuma significati assolutamente spiazzanti, mi auguro che chi mi legge possa assistere allo spettacolo e non vado oltre nel riportarne la trama, in questa sede ci occupiamo specificatamente di uno dei numerosi sguardi alternativi suggeriti dal copione e strettamente connesso al concetto di sincerità e libertà.

Uno dei momenti più intensi del lavoro di Gershom Freeman è, a mio avviso, quello dell’incontro tra la giovane Pinoccho e l’anziano Geppetto all’interno del ventre di un pescecane. Una battuta di Pinocchio chiarisce il senso allegorico del topos: “Oh babbo, non so se questa sia la pancia di un pescecane, ma sono certa che siamo quaggiù, dove si incontrano le nostre vite perché è il momento di parlare di te … di me”; interessante è anche che il vecchio affermi che loro due abbiano sempre parlato, ma la replica della giovane è illuminante: “No, non abbiamo mai parlato davvero, parlavi solo tu e hai solo continuato a ripetermi che dovrei essere diversa da quel che sono”. Come non ritrovare il senso delle righe di de Saint-Exupery, sarebbe possibile riprenderle sostituendo solo la parola conclusiva con “donna”. Insomma, se vogliamo che chi parla con noi non sia indotto e addirittura giustificato nella menzogna, è presupposto imprescindibile che noi lo si accetti per come si presenta, senza pre giudizi e futuri giudizi. A questo punto l’argomentare del “presunto burattino” sembra essere ancora più criptico, il povero padre, che, questo è importante, gli vuole bene, è sempre più disorientato. D’altra parte è bene ricordare che, come splendidamente sentenzia Eraclito, “Non troverai mai la verità, se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare”, e subito tornano alla mente le parole di Nietzsche in Delle tre metamorfosi: “[…] entrare nell’acqua sporca, se è l’acqua della verità, e non respingere da sé rane fredde e rospi caldi”. Ma Freeman va addirittura oltre, quando Geppetto fa presente a Pinocchio che non può mentire per via della minaccia del naso che dolorosamente crescerebbe, questa risponde: “Altra menzogna! La verità? La verità è che io non posso mentire in relazione a quello che è la verità per voi. Lo so, sembra complicato, ma provo a essere più chiara: per esempio, ho mentito accettando l’idea di essere un burattino nato dalla maestria di un falegname, sapevo bene che non era così, eppure questo non ha mai comportato che mi si allungasse il naso, perché era quello che voi volevate credere per vero”.

L’attento lettore saprà certo comprendere le differenti prospettive tra Collodi e Freeman, i presupposti profondamente diversi: se per il primo non vi erano dubbi sul diritto di creare un burattino come surrogato di figlio e poi farsi soccorrere dalla magia per premiarlo trasformandolo in un bambino in carne e ossa, nella rilettura di Freeman l’interrogativo pedagogico e quello psicologico si approfondiscono considerevolmente, l’attenzione si sposta sulla “persona Pinocchio”, sul suo diritto di essere e divenire secondo le proprie aspettative, sul suo desiderio di essere vista e accettata per come si pensa e si sente, sulla sua capacità di cogliere i limiti e le frustrazioni dei genitori eppure amarle e assecondarle fino alla conclusiva richiesta di diritto alla propria libertà.

L’aspetto educativo punitivo introdotto da Collodi, il naso che cresce rivelando la menzogna, diviene occasione per una riflessione, a mio avviso, piuttosto utile a qualsiasi rapporto, non solo genitore- figlio ma universale. Ancora una volta è una battuta di Pinocchio che ci può aiutare a meglio comprendere. Quando Geppetto afferma che l’azione di Turchina è buona poiché la obbliga a essere sincera la giovane Pinocchio replica: “Ma io non posso essere sincera poiché non mi è concesso mentire, è come dire che uno senza unghie è buono perché non graffia”! A parte l’evidente eco nietzscheana, Pinocchio sta esplicitando, in una sola breve affermazione, diversi concetti, ne elenco solo quattro: il primo è il diritto alla scelta, anche alla menzogna così da poter restituire senso, valore e bellezza alla decisione di essere sincera; il secondo è che è necessario conoscere il vero per poter deliberare di affermare il falso; il terzo è che il vero e il falso non sono “portatori ontologici positivi e negativi ma lo divengono solo all’interno di un atto di libertà”; il quarto è che se il soggetto è convinto sia vera una cosa falsa, nell’affermarla non sta mentendo né può essere giudicato bugiardo. Il genitore e l’insegnante che informano il giovane sul fatto che la terra è ferma e piatta non sono né bugiardi né scorretti fino alla rivoluzione copernicana, solo successivamente sarà possibile e opportuno che correggano la loro conoscenza astronomica. 

A questo punto è doveroso porsi qualche interrogativo: Turchina e Geppetto sono abbastanza liberi da poter aiutare una giovane fanciulla a rispettare la propria libertà? Quante volte, poi, i genitori insegnano più o meno esplicitamente che “certe menzogne sono dette a fin di bene?” Come non ricordare il capolavoro di Dostoevskij “L’idiota” nel quale l’ingenua sincerità del protagonista lo ha reso pericolosamente inadeguato alla vita civile? Oppure l’autoironica affermazione di Troisi-Tommaso in “Pensavo fosse amore e invece era un calesse” quando gli “amici” lo informano che la ragazza che ama frequenta un altro: “Ma perché siete tutti così sinceri con me, che cosa vi ho fatto di male, io?… Chi vi ha chiesto niente? Queste non sono cose che si dicono in faccia.

Queste sono cose che vanno dette alle spalle dell’interessato. Sono sempre state dette alle spalle.” Ma torniamo al suggerimento che apre questo scritto: poter essere sincero, naturale, spontaneo, libero dall’angoscia del giudizio di chi ci ascolta, credo sia rivoluzionario, una vera conquista del diritto a se stessi. Eppure è necessario essere “qualcosa” per poterlo affermare. La protagonista di “Occhio Pin!” non ha dubbi, ha coscienza di sé! Ma questo non con l’arroganza presuntuosa che contraddistingue chiunque sia convinto di “sapersi” e si avverte come depositario di tanta certezza, al contrario, proprio perché è consapevole di stare percorrendo una strada che la modifica costantemente, come accade a ogni persona che viva e, pertanto, divenga. È anche vero che ognuno di noi è consapevole che sta cambiando a ogni istante, a ogni nuova esperienza, eppure avverte l’urgenza di sapersi come qualcosa di immutabile, nel caso della nostra Pinocchio la questione si risolve attraverso il sentimento: Pinocchio è felice di essere stata visitata dall’amore, un’emozione tanto intensa da donarle la consapevolezza di sé. Non pretende di sapere chi è, ma non ha dubbi di essere chi sta vivendo quella magia, una vera magia, quella che diviene dono senza nulla chiedere, che regala felicità senza nulla imporre, che ti cambia la vita consegnandoti a te stessa.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.

Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli

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