Le indagini

Tour operator scomparso 22 anni fa, i suoi resti trovati a Borgio Verezzi: per la Procura è suicidio

I due amici a lungo indagati per omicidio. Ora la procura prova a mettere la parola fine, ma il fratello si oppone all'archiviazione

carabinieri cairo

Borgio Verezzi. Si è ucciso ingerendo un gran quantitativo di psicofarmaci perché era depresso e non esiste alcuna prova che i suoi due amici l’abbiano ucciso o lo abbiamo spinto a togliersi la vita. A quasi 22 anni dalla scomparsa il sostituto procuratore Fabrizio Givri prova a mettere la parola fine sulla morte di Massimo Mattoni, il tour operator genovese i cui resti furono trovati in un bosco a Borgio Verezzi nel febbraio del 2003, quasi tre anni dopo.

Il primo punto fermo, rispetto a un mistero che in questi anni ha fatto aprire e chiudere diverse indagini tra Genova e Savona, è che quei resti appartengono proprio a Mattoni. A differenza di quanto avvenne con la prima indagine infatti, quando si ‘suppose’ che si trattasse del tour operator scomparso per la presenza di un telefono che gli apparteneva e anche vestiti e medicine che sarebbero state ricondotte a lui, l’ultima riapertura dell’ indagine, sollecitata dal gip di Genova Alessia Solombrino dopo l’opposizione alla richieste di archiviazione da parte del fratello, hanno portato a riesumare le ossa ritrovate da cui è stato estratto il Dna, comparato con la madre di Mattoni.

Non ci sono dubbi quindi sul fatto che Massimo Mattoni sia morto (tra le ipotesi c’era anche quella che si fosse trasferito all’estero), ma dopo le nuove accurate indagini della Procura, non ci sarebbero prove che i suoi due amici lo abbiamo ucciso né lo abbiamo convinto a compiere il gesto estremo. Intercettazioni telefoniche, ambientali, analisi dei conti bancari e le decine di testimonianze hanno condotto alle conclusioni dell’inchiesta.

Nella vicenda sono stati indagati un uomo e una donna, la cui figlia è stata sottoposta ad un esame genetico nell’ambito degli accertamenti investigativi.

Per la Procura, quindi, Massimo Mattoni era depresso, tanto che poco prima della sua scomparsa era stato ricoverato in psichiatria all’ospedale di Sestri Ponente e non voleva che i suoi famigliari lo sapessero, come ha dichiarato agli investigatori anche lo psichiatra che lo aveva in cura. Era una persona fragile Mattoni e probabilmente l’ennesima relazione fallita con una donna conosciuta a Cuba lo aveva reso disperato.

A far sospettare degli amici era stato in particolare il fratello di Massimo, accusando i due anche di circonvenzione di incapace in quanto l’uomo aveva dato loro la procura per la gestione di conti bancari nel principato di Monaco, da cui fra l’altro, dopo prima della morte, erano spariti parecchi soldi: la stessa autorità giudiziaria aveva aperto un fascicolo contro i ignoti, poi chiuso per la prescrizione del reato.

Gli indagati, difesi dall’avvocato Mario Scopesi, hanno sempre sostenuto, come confermato dalle indagini dei carabinieri, che per loro la morte dell’amico sarebbe stata un evento tutt’altro che auspicabile anche dal punto di vista economico: dopo la sua morte, infatti, a quei conti condivisi non hanno più potuto accedere. Fra l’altro, secondo il pm, il conto a Montecarlo sarebbe stato aperto da Mattoni in seguito a tensioni famigliari anche di natura economica con una causa civile messa in piedi dal fratello per l’eredità del padre e poi con una denuncia fatta dalla madre e dal fratello di Massimo per la vendita di un appartamento. Un conto aperto con possibilità di accesso agli amici di sempre, quindi – scrive il pm – avrebbe avuto lo scopo di “impedire ai prossimi congiunti di beneficiare in futuro delle sue disponibilità economiche”.

La distrazione di denaro che c’è stata da parte degli amici (ma loro hanno spiegato che si trattava di denaro su un conto condiviso che apparteneva a tutti e tre) e, scrive il pm, “sebbene disdicevole e di per sé rilevante ai fini penalisti, ma i reati sono prescritti, è assolutamente insufficiente a sostenere che l’uomo sia stato ucciso in mancanza di alcuna prova di una sua morte ‘violenta’ e ancor di più che gli autori dell’ipotetico omicidio siano stati gli indagati”.

Vicenda chiusa quindi? Ancora non del tutto visto che il fratello del tour operator ha nuovamente presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, insistendo sulla colpevolezza degli amici. Nelle prossime settimane quindi il gip dovrà fissare un’udienza ad hoc e poi decidere che se mettere la parola fine a una storia iniziata quasi 22 anni fa.

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