Lo studio

Donne e lavoro: la Liguria una delle regioni con maggiore concentrazione di imprese femminile

Lo dice l'analisi della Centrale Rischi di Intermediazione Finanziaria (Crif), ma secondo “Women for Oncology of Italy, nel nostro Paese la situazione è "allarmante"

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La Liguria è una delle regioni italiane con la maggiore concentrazione di imprese femminile. A dirlo è un’analisi della Centrale Rischi di Intermediazione Finanziaria (Crif) che, a partire dal proprio ecosistema di dati, ha cercato di comprendere lo stato dell’arte dell’imprenditoria femminile in Italia e quali sono le potenzialità messe a disposizione dal PNRR.

L’Italia, infatti, è a lavoro per ridurre il divario di genere e per farlo utilizzerà anche i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La situazione, come dichiarato da Rossana Berardi, presidente di  donne: “Diverse volte abbiamo denunciato il fatto che le donne sperimentino difficoltà rispetto agli uomini”, ha sottolineato.

I dati, del resto, parlano chiaro: il tasso di occupazione femminile in Italia è intorno al 50%, con un divario di ben 12 punti rispetto a quello europeo del 62%. Nel nostro Paese, la percentuale di donne nei livelli esecutivi è solo del 17%. Il World Economic Forum ci classifica solo al 63esimo posto su 153 nella classifica del gender gap. Secondo il Gender Equality Index dello Eige-European Institute for Gender Equality, l’Italia si colloca attualmente al 14esimo posto, con un punteggio di 63,5 punti su 100, inferiore di 4,4 punti alla media UE.

“Questi dati allarmanti possono migliorare solo se le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) saranno indirizzate in modo diretto e incisivo a chiudere il gender gap – spiega ancora Berardi – Il PNRR rappresenta quindi un’occasione unica per accelerare la chiusura del divario di genere in Italia”. L’investimento 1.2 dedicato alla Creazione di imprese femminili – 38,5 miliardi di euro – e previsto dal PNRR, si prefigge di sostenere la realizzazione di progetti aziendali innovativi per imprese già costituite e operanti a conduzione femminile o a prevalente partecipazione femminile, quali ad esempio la digitalizzazione delle linee di produzione, il passaggio all’energia verde, eccetera.

Lo studio della Centrale Rischi di Intermediazione Finanziaria (Crif) ha preso in considerazione le ditte individuali con titolare donna e le società in cui la maggioranza dei componenti dell’organo di amministrazione è costituita da donne o, ancora, la maggioranza delle quote di capitale è detenuta da donne. 

In Italia a febbraio 2022 le imprese femminili sono risultate essere 1.381.987 (erano 1.312.451 alla fine del 2015), ma rappresentano solo il 22% delle imprese italianeIl 76% di queste ha una forma giuridica di ditta individuale, a fronte di un 15% di società di capitale, un 8% di società di persone e il restante 1% di associazioni iscritte alle Camere di commercio, enti, fondazioni e società anonime. Per quanto riguarda, invece, l’incidenza delle imprese femminili rispetto al totale delle imprese, le forme giuridiche con la quota più alta sono società di persone (27%) e ditte individuali (26%).

Andando ad analizzare l’incidenza di imprese femminili nei vari settori economici, lo studio di Crif presenta una situazione estremamente variegata. Nel dettaglio, il 40% delle imprese che operano nel settore dei lavori domestici è femminile, così come il 38% di quelle attive nella sanità, mentre quasi un’impresa su tre è femminile nei servizi di alloggio e ristorazione e di istruzione. 

 L’analisi territoriale mostra una distribuzione sufficientemente equilibrata tra tutte le regioni del Paese. Quelle con la maggiore concentrazione di imprese femminili sono Basilicata, Molise, Umbria, con una incidenza del 25% sul totale, seguite da Abruzzo, Calabria, Liguria, Sicilia e Valle d’Aosta con il 24%. Lombardia e Trentino Alto Adige registrano invece solo il 19% di imprese “rosa”, pur essendo regioni a elevata imprenditorialità. Discorso sostanzialmente analogo per il Veneto, con il 20% di imprese femminili.

Il piano sembra puntare principalmente al miglioramento delle condizioni lavorative delle donne – conclude la presidente di Women for Oncology of Italy – Aspettiamo di vedere quale sarà l’impatto effettivo di questa impostazione e come sarà possibile valutarlo efficacemente”.

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