Il punto

Covid, aumentano i casi ma per Icardi non ci sarà un’altra ondata. “Green pass? Non serve più”

L'epidemiologo del San Martino: "Contagi in salita per Omicron 2, rilassatezza e tamponi più mirati, ma non ci sono ripercussioni cliniche. La mascherina al chiuso? Per ora meglio tenerla"

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Liguria. Non è preoccupato per l’aumento dei contagi Giancarlo Icardi, direttore dell’unità operativa di igiene dell’ospedale San Martino di Genova. Secondo l’epidemiologo, infatti, ad oggi la crescita dei casi non si preannuncia come l’inizio di una nuova ondata, in quanto non ha ripercussioni sul sistema sanitario. Il professore  sottolinea, però, come ci sia bisogno ancora di cautela, nonostante questa settimana la Liguria sia tornata in zona bianca. È ancora troppo presto per togliere la mascherina al chiuso, dice. Mentre per quanto riguarda il green pass, sostiene non abbia più un ruolo importante nella lotta al virus.

“Da una parte abbiamo un dato consolidato: la vaccinazione e le misure adottate hanno costituito un argine molto importante e fondamentale per mettere pressione al virus e fare in modo che cambiasse i suoi connotati e diventasse un cugino di quello iniziale, adattando le sue capacità – spiega Icardi  -. Se da una parte è diventato decisamente più trasmissibile, e questo lo abbiamo già visto con la variante Omicron, è diventato anche meno virulento. Abbiamo anche notato come accanto a Omicron ci fosse una sorella gemella, Omicron 2: quelle poche mutazioni che le distinguono hanno aumentato ulteriormente la capacità del virus di trasmettersi. Di fronte a una situazione di questo tipo l’aumento di casi che abbiamo osservato come numeri assoluti ci sta”.

Ma ci sono altri fattori alla base del fenomeno: “Anche il fatto di aver avuto un po’ di rilassatezza e allentamento delle misure di prevenzione, che se vogliamo è anche giusto venendo da due anni di restrizioni molto pesanti da sopportare in termini di rapporti interpersonali. Poi abbiamo un terzo fattore: è diminuito il numero di tamponi che vengono eseguiti, ma oggi vengono fatti in modo più mirato. Tutto questo concorre all’aumento dei casi”.

Un “rimbalzo” fisiologico, insomma, che non deve preoccupare più di tanto. “Quando facciamo riferimento alle ondate precedenti – prosegue Icardi – abbiamo ben chiara quello che fu la prima ondata del 2020 e il suo effetto trebbiatura. Abbiamo vissuto poi la seconda e la terza ondata senza soluzione di continuità fino ad arrivare alla quarta in quest’ultimo autunno-inverno. Questo aumento va contestualizzato: mentre le ondate precedenti si sono riverberate su dati clinicamente rilevanti, ora le caratteristiche sono decisamente diverse. Potrebbe esserci un minimo aumento dei ricoveri, ma assolutamente non significativo rispetto alle ondate precedenti. All’atto pratico potremmo dire che, se fossimo in un periodo di normalità anziché pandemico, chi di noi col naso che cola o il mal di gola si sottoporrebbe a una sorveglianza così attenta?”

Sullo sfondo c’è l’emergenza Ucraina, primo Paese europeo per tasso di popolazione non vaccinata (poco meno del 64%). L’infettivologo genovese Matteo Bassetti aveva lanciato l’allarme sui possibili rischi derivanti dall’arrivo dei profughi. Secondo Icardi le dimensioni del fenomeno attualmente non destano preoccupazione: “Parliamo di una nazione grande due volte l’Italia con 44 milioni di abitanti. Al momento abbiamo un movimento di popolazione stimato intorno ai 3 milioni, di cui la maggior parte si ferma in nazioni limitrofe allo scenario di guerra e un certo movimento verso il nostro Paese. Ad oggi risultano arrivate in Italia 25-30mila persone e due su tre non sono vaccinati. Senza dubbio questo dato un significato ce l’ha, ma dobbiamo pur sempre confrontarlo con quello dei 60 milioni di italiani, di cui 55 milioni vaccinabili e immunizzati all’85% circa. E sappiamo che in Italia abbiamo 30-40mila casi negli ultimi giorni. Allora è chiaro che una popolazione di questo tipo può più facilmente contagiarsi, però non penso che al momento un numero tale distribuito su tutto il territorio nazionale possa rappresentare un problema che faccia schizzare in alto i casi. Se avessimo un esodo che presuppone un milione di persone nell’arco di qualche mese è chiaro che la dimensione numerica cambierebbe, ma ad oggi, in una situazione di movimento della popolazione ampia ma sicuramente limitata, con un’attività sanitaria di controllo costante, non mi sentirei di dire che questo fatto possa aggravare la situazione”.

Intanto dal 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza, l’Italia dovrebbe dire addio al green pass per le attività all’aperto, prima tappa verso la progressiva archiviazione del certificato verde. Strumento che, secondo Icardi, ha assolto ormai la sua funzione: “Che sia servito in modo pragmatico per indurre alcune persone a vaccinarsi è dimostrato dai dati. Poi ci sono diverse persone non vaccinate che si sono contagiate e hanno sviluppato un’immunità naturale. Da una parte penso che la popolazione sia consapevole che il virus non è scomparso e che non è andato in soffitta, d’altra parte credo che non sia tanto lo strumento green pass o altri strumenti in questa fase che possano giocare un ruolo importante nella lotta al virus. Il ruolo più importante lo gioca la popolazione con comportamenti adeguati. E questi due anni hanno fatto capire alla quasi totalità della popolazione che è importante adottare quelle misure, come ad esempio il lavaggio delle mani, per cercare di evitare il più possibile il contagio”.

Discorso diverso, quindi, per la mascherina al chiuso: “In una situazione come quella attuale, con Omicron 2, un significato continua ad averlo. Sicuramente non all’aperto, ma la mascherina al chiuso, soprattutto in situazioni in cui il virus continua a circolare, è bene tenerla. Se i numeri dovessero calare in modo significativo verso fine marzo-inizio aprile, allora anche questa misura si potrà riconsiderare“.

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