Urgenza

Peste suina, allarme su export e allevamenti: “Subito interventi a sostegno delle imprese”

Dopo l'ordinanza di blocco sui boschi e le prime conseguenze sui produttori

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Liguria. Nella speranza di avere ampio margine di deroga ai “servizi regionali competenti”, compresa la possibilità di aprire alla caccia selettiva, l’assessore regionale Alessandro Piana è convinto che il divieto di accesso ai boschi potrebbe durare solo poche settimane e non sei mesi, “se nel frattempo non dovessero essere rinvenute altre carcasse”.

Tecnici e addetti ai lavori stanno monitorando il territorio per restringere progressivamente la zona rossa. Il provvedimento prevede il divieto di ogni attività venatoria, salvo la caccia selettiva al cinghiale nella zona individuata come infetta, ossia 114 Comuni di cui 36 in Liguria e 78 in Piemonte, dove la presenza di allevamenti è per fortuna molto contenuta; sono vietate anche la raccolta di funghi e tartufi, la pesca, il trekking, il mountain bike e le altre attività di interazione diretta o indiretta con i cinghiali infetti.

E torna d’attualità la battaglia per nuove misure di contenimento degli ungulati, che ha visto in prima linea la Cia ligure e savonese con una petizione e raccolta firme per cambiare la legge regionale per fronteggiare seriamente il problema degli ungulati.

Proprio la Cia, in queste ore, lancia l’allarme sulle pesanti conseguenze economiche per allevamenti e settore zootecnico, un settore strategico dell’agricoltura nazionale, inficiando anni di lavoro dedicato alla qualità delle produzioni, alla sicurezza dei consumatori e al benessere degli animali. Le autorità competenti di Giappone e Taiwan hanno già disposto il blocco dell’import di carni suine italiane e si temono ulteriori manifestazioni di ostilità commerciale.

Attualmente, l’export di salumi e carni suine si attesta su 1,7 miliardi di euro (+12,2% rispetto al 2020). Principali tipologie di prodotti esportati sono prosciutti stagionati, disossati, speck, coppe e culatelli. Nonostante la grande preoccupazione, Cia ribadisce che le misure di bio-sicurezza degli allevamenti italiani hanno standard molto elevati, che verranno ulteriormente rafforzate nelle prossime settimane per tutelare le aziende zootecniche, a rischio di tracollo nella malaugurata ipotesi di focolai.

Malgrado non ci sia alcun caso di contaminazione della popolazione suina, Cia chiede alle istituzioni di mantenere alto il livello di allerta e si rammarica della scellerata gestione del problema della fauna selvatica da parte dei nostri decisori politici, all’origine di questo grave allarme sanitario. I numeri parlano chiaro: 2 milioni di ungulati in circolazione, oltre 200 milioni di danni all’agricoltura e 469 incidenti, anche mortali, in quattro anni.

“E’ importante la tempestiva adozione del provvedimento che consente alle attività produttive di continuare a lavorare in sicurezza, fornendo rassicurazioni in merito alle esportazioni” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

“E’ essenziale agire anche per tutelare gli interessi economici connessi allo scambio extra Ue e alle esportazioni verso i Paesi terzi di suini e prodotti derivati: sono già state attivate misure precauzionali alle frontiere di Svizzera, Kuwait e in Oriente (Cina, Giappone e Taiwan) dove è stato previsto un temporaneo stop alle importazioni di carni e salumi Made in Italy. Le esportazioni di carni suine e derivati Made in Italy ammontano complessivamente nel mondo a 1,7 miliardi ma va sottolineato che oltre il 60% è destinato a Paesi dell’Unione Europea che, riconoscendo il principio della regionalizzazione, prevedono eventuali blocchi solo dai comuni delimitati, dove peraltro l’attività di allevamento è molto contenuta. Un comportamento analogo peraltro è stato adottato anche da paesi come Regno Unito, USA e Canada dove è diretta la maggioranza dell’export extra Ue per i casi analoghi che si sono verificati in Germania, Belgio e Paesi dell’Est Europa e per questo diventa ora importante una azione diplomatica per formalizzare questo orientamento e non penalizzare la filiera”.

“Siamo in continuo e costante contatto con l’autorità sanitaria in Liguria, gli assessorati regionali all’Agricoltura e alla Sanità, oltre che con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta per poter dare ai nostri associati le corrette informazioni e tempestivi aggiornamenti – spiegano Gianluca Boeri presidente di Coldiretti Liguria e Bruno Rivarossa delegato confederale – Siamo costretti ad affrontare questa emergenza perché è mancata l’azione di prevenzione e contenimento, come abbiamo ripetutamente denunciato sia durante le manifestazioni in piazza De Ferrari sia nelle sedi istituzionali, di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne in tutta Italia, dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari con stime di oltre 80mila capi nella nostra regione; inoltre, siamo ancora in attesa dei dati che abbiamo chiesto a Regione Liguria per conoscere bene i numeri e i meccanismi che vengono generati dall’attuale sistema di caccia, al fine di monitorare il fenomeno anche in termini sanitari e fiscali e di vigilare contro le speculazioni di mercato a tutela degli allevatori e del sistema economico ed occupazionale”.

“Abbiamo più volte evidenziato il rischio della diffusione della PSA attraverso i cinghiali e la necessità della loro riduzione sia numerica che spaziale attraverso le attività venatorie, le azioni di controllo della legge 157/92 articolo 19 e le azioni programmabili nella rete delle aree protette. –afferma Ettore Prandini- Adesso serve subito un’azione sinergica su più fronti anche con la nomina di un commissario in grado di coordinare l’attività dei prefetti e delle forze dell’ordine chiamate ad intensificare gli interventi, per tutelare e difendere gli allevamenti e compensare gli eventuali danni economici alle imprese. Si ravvisa infine la necessità di avviare iniziative comuni a livello europeo perché è dalla fragilità dei confini naturali del paese che dipende l’elevato rischio di un afflusso non controllato di esemplare portatori di peste”.

“Da due anni il turismo e la cultura sono in ginocchio – sottolineano Rossi e La Marca di Legacoop Liguria -. La peste suina non è il covid o un virus che non si conosce, riteniamo che non si possa reagire a colpi di lockdown per tutto senza una programmazione e una prevenzione adeguata e il coinvolgimento di tutte le parti in gioco. Le Cooperative turistiche e culturali nostre associate hanno ridotto il fatturato in modo molto rilevante e si sono risollevate già due volte ma una terza sarebbe letale. L’outdoor è una delle nostre risorse perché ci occupiamo di un Turismo e un modo di promuovere la Cultura particolari e perché i nostri Soci lavoratori si sono specializzati in questo tipo di professione. Grazie a loro i territori hanno quel presidio umano che permette di contrastare fenomeni di incuria e degrado così preziosi per l’igiene dei nostri luoghi. Le imprese di questo settore rischiano di pagare di nuovo un conto durissimo proprio in un periodo dell’anno in cui si sono fatti investimenti per l’inizio della stagione che in queste attività comincia in primavera”.

Per il presidente Coop Arcimedia dei Rifugi della Deiva, Giovanni Durante, “servono deroghe insieme a misure di profilassi. I sentieri tracciati e puliti sono anche uno strumento di vigilanza”.

Si dice sconcertata Marilú Cavallero, presidente di Coop Dafne impresa sociale e tour operator da più di 25 anni, che si occupa di esperienze legate all’outdoor e di educazione ambientale. “Rispettiamo le ordinanze ma non possiamo rischiare di essere abbandonati dalle istituzioni, abbiamo bisogno di aiuto. Dafne, già duramente colpita da tutte le restrizioni legate all’emergenza covid, come altre realtà, ora si trova ad affrontare un’altra emergenza, quella legata alla peste suina, e a dover annullare escursioni ed attività organizzate da tempo, su cui ha investito ore di progettazione e lavoro. In questo modo andranno perse decine di migliaia di euro di fatturato e di conseguenza anche i professionisti come le guide si troveranno nuovamente ferme senza un lavoro”.

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