Calcio

L’ex granata Matteo Bosio e la Soccer School d’oltremanica

Lo speciale del Ct Vaniglia

L'ex granata Matteo Bosio e la Soccer School d'oltremanica

Dopo una lunga militanza nel settore giovanile del Toro Fc insieme a Davide Cravero, Matteo Bosio è stato assunto alla fine del 2020 nel team tecnico dei Canterbury Eagles, dove ha assunto il ruolo di Direttore del Coaching, il che significa che supporterà tutti gli allenatori, oltre a guidare un piano a lungo termine per lo sviluppo dei giovani giocatori inglesi. Matteo, che possiede una licenza da allenatore UEFA B, ha un background enorme nel calcio giovanile, quindi il suo coinvolgimento è una grande spinta alle ambizioni del club. Si era trasferito a luglio 2020 dall’Italia, alla ricerca di una nuova sfida dopo 15 anni di Toro. Ecco alcune domande che gli sono state poste sia di recente che in passato. Dalle risposte si potranno trarre utili indicazioni, come nello scopo di questa rubrica.

Hai lavorato in tutto il mondo. Qual è stata la tua esperienza calcistica più memorabile?
Sinceramente, è davvero difficile scegliere. Grazie al Torino ho visitato alcune importanti società calcistiche e ho avuto modo di studiare allenatori e culture diverse da tutto il mondo. Forse i club più interessanti che ho visitato sono stati il Wolfsburg in Germania, l’Olympic Lyon in Francia, il Toronto FC in Canada e l’AZ Alkmaar nei Paesi Bassi. Hanno progetti ambiziosi a lungo termine, in particolare con le squadre dell’accademia, con visioni per i giovani giocatori “cresciuti in casa”.

Puoi raccontarci qualcosa della tua esperienza di coaching?
Ho iniziato ad allenare all’età di 18 anni in un club locale di Torino, il “Cit Turin LDE”. Ho imparato quanto sia difficile gestire una squadra e come le relazioni e l’organizzazione fuori dal campo siano importanti quanto le attività sul campo. Il Toro era la mia squadra preferita sin da quando ero bambino, quindi si può immaginare quanto fossi felice ed emozionato ad allenare lì. È una delle squadre più grandi d’Italia, con una storia unica, piena di terribili tragedie e momenti incredibili. Probabilmente il più famoso è il “Grande Torino”, la leggendaria squadra del Torino degli anni ’40 tragicamente morta nel disastro aereo della “Superga” il 4 maggio 1949. È più di una squadra. È uno stile di vita e una filosofia. Ho iniziato al Toro come allenatore degli U9s. Nel corso degli anni il mio ruolo è cambiato diverse volte, diventando un manager e imparando molto da persone straordinarie e competenti lungo la strada.Credo fermamente nella definizione di obiettivi per aiutare la progressione e ritengo che la cosa più importante sia sempre “il quadro generale”.

Avevi un coach/manager a cui tenevi e quale delle sue tecniche usi nel tuo coaching?
Sinceramente non c’è un solo allenatore. Il Toro ha una scuola per allenatori da quando Sergio Vatta l’ha creata nel 1986 e da allora è diventato un modello per le moderne accademie di calcio, con una grande configurazione di scouting e coaching. Ho incontrato molti insegnanti meravigliosi e ho rubato loro pezzi di conoscenza.

Cosa ricordi della tua esperienza in granata?
Dal 2005/2006 sono entrato nei Primi Calci del Torino FC nel quale ho svolto nell’ordine il ruolo di istruttore, responsabile tecnico d’annata ed infine responsabile tecnico dell’intera categoria e responsabile di un camp estivo. Essendo entrato in società in un momento particolarmente difficile, fallimento dell’estate 2005, ho assistito e partecipato attivamente alla ricostruzione delle giovanili e dei Primi Calci. In particolar modo quest’ultima categoria ha visto una crescita esponenziale sotto tutti i punti di vista, grazie al grandissimo lavoro svolto insieme al Prof. Davide Cravero, sotto la supervisione del responsabile Scuola calcio Silvano Benedetti, il tutto basato su di un “semplice” obiettivo: la crescita calcistica fondata sul divertimento dei bambini. Insieme si è riusciti così a creare un movimento che ormai a Torino è diventato punto di riferimento dal punto di vista organizzativo (quasi 300 iscritti all’anno suddivisi in 3 impianti), tecnico (basti pensare al fatto che, negli ultimi anni, le squadre selezionate nella categoria pulcini sono composte all’80%in media da bimbi cresciuti in “casa”) e formativo (con eventi extra calcistici pensati per i bimbi, un progetto formativo in partenza per bimbi e famiglie affidato ad Anna Parolini ed una formazione continua dello staff tecnico, formato da laureati/laureandi/tirocinanti SUISM) e che continua ancor oggi a crescere ed espandersi.

Come trovi stia cambiando il mondo del calcio giovanile? Sia tra le società dilettantistiche che nei palcoscenici professionistici?
I cambiamenti degli ultimi tempi a mio parere non son di certo molto positivi in entrambi gli ambiti: la mancanza di progettualità, di investimenti a lungo termine e soprattutto una cultura sportiva italiana basata essenzialmente sul risultato immediato, hanno portato senz’altro ad un abbassamento qualitativo calcistico ed ad una troppo lenta innovazione rispetto ai cambiamenti sociali di oggi. Dal punto di vista professionistico, a parte poche eccezioni, pochi sono gli investimenti per i settori giovanili, preferendo ancora dirottarli per le prime squadre. Penso comunque che ci dovrà essere una forte inversione di tendenza, nella quale le società, in primis quelle di seconda fascia, che in realtà in alcuni casi già iniziano a farlo, viste le difficoltà economiche crescenti, saranno costrette ad investire principalmente in risorse cresciute in casa e/o un accurato lavoro di scouting, portando di conseguenza ad un lavoro più accurato nei settori giovanili. Dal punto di vista dilettantistico (in Piemonte ad esempio) sicuramente il problema si acuisce ulteriormente, abbassando ulteriormente il livello qualitativo del lavoro tecnico e spesso, a causa della cultura del risultato, perdendo lo spirito di aggregazione che dovrebbe caratterizzare il mondo dilettantistico. Come soluzione a questi problemi ritengo possano avere ruoli decisivi la FIGC e l’AIAC, intervenendo con regolamenti appropriati, formazione e soprattutto un controllo capillare sul territorio.

Tecnica, tattica, preparazione fisica e motivazione. Tra quali di questi settori trovi che ci siano più margini di crescita?
In questo caso rispondo per quanto riguarda la categoria di cui mi occupo, e ritengo vi sia ancora tanta strada da fare per quanto riguarda la preparazione fisica (intesa in questo ambito principalmente come sviluppo delle capacità coordinative) e l’aspetto motivazionale (e più in generale sul delicato rapporto bimbo-famiglia). Purtroppo inoltre, essendo considerata tra gli addetti ai lavori, una categoria “di passaggio”, se non addirittura una categoria con poca importanza, trovo che su tutti gli aspetti vi sia un bassissimo livello qualitativo, che porta di conseguenza ad enormi margini di crescita e di studio.

Chi sono i tuoi primi tre calciatori di tutto il mondo e perché?
In Italia è sicuramente Andrea Belotti, attaccante della mia squadra del cuore e della Nazionale italiana. È il capitano del Torino FC, ha segnato tanti gol e ha sempre dimostrato grande diligenza. Penso che potrebbe essere una star qui nel Regno Unito. Il secondo è Kylian Mbappé. È fantastico, è già un giocatore leggendario ed è ancora così giovane!
Il terzo è Piotr Zielinski del Napoli. È un centrocampista completo e potrebbe giocare ovunque.

Chi sono i tuoi primi tre giocatori del campionato inglese e perché?
In Premier League sono rimasto sorpreso dalla velocità e dalle capacità di dribbling di Alain Saint Maximin del Newcastle. Sono un tifoso del West Ham, quindi penso che Declan Rice sia un grande giocatore e un centrocampista moderno. L’ultimo è Harry Kane. È un leader, un giocatore molto professionale e un gran lavoratore. So che quando era giovane, l’Arsenal non credeva nelle sue capacità, perché non era abbastanza atletico. Ma questo lo rende un esempio incredibile per tutti i giovani giocatori.

Cosa speri di ottenere con i giocatori dei Canterbury Eagles?
Spero di incontrare molte nuove persone, condividere idee e imparare nuovi modi di pensare. Voglio aiutare il club cercando il modo migliore per migliorare e sviluppare i singoli giocatori, squadre e allenatori.

Qual è il miglior consiglio che hai ricevuto e l’hai preso?
Ho incontrato due grandi mentori nella mia carriera calcistica.
Il primo è Davide Cravero. Ha avuto una grande esperienza calcistica allenando a Parma, Lazio, Torino e in Cina. È la persona più importante che abbia mai incontrato nel calcio e ora è un vero amico. Era il Torino Academy Manager e mi ha insegnato a essere un allenatore, non solo un allenatore, e mi ha incoraggiato a pensare sempre al “quadro generale” e agli obiettivi a lungo termine. La seconda persona era don Aldo Rabino. Fu un sacerdote eccezionale che creò diverse associazioni di beneficenza in Italia e in Brasile, chiamate OASI (che significava “ora, amici, sempre insieme”) aiutando i bambini e le famiglie. Purtroppo è morto nel 2015 ma la sua saggezza è rimasta forte nella mente delle persone che lo hanno conosciuto. Una delle sue frasi riflette la mia idea di calcio: “Siate amici, fate gruppo, lavorate sodo”.

Infine uno sguardo al Soccer made in England.
Parlando dell’estero trovo sia molto d’esempio la cultura inglese, nella quale impegno, passione, appartenenza ed umiltà stanno alla base del loro movimento calcistico. Ricordo a tal proposito il racconto di Federico Macheda, in un’intervista, del suo arrivo a Manchester da poco diciottenne. Appena sceso dall’aereo col padre trovò nientemeno che Ryan Giggs ad attenderlo come benvenuto e per iniziare a spiegargli cos’era il Manchester United…

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