Progetto

Cairo, Toti: “Il pronto soccorso non ci sarà, non ci sono i numeri. Sì all’ospedale di comunità”

"Ppi aperto h24 solo se i dati dimostreranno la sua utilità”, le spiegazioni del governatore nella conferenza con sindaci, sindacati, asl e comitato locale

toti ospedale cairo

Cairo Montenotte. “L’ospedale di Cairo parte come progetto-guida del nostro sistema sanitario regionale per una sanità territoriale più organizzata secondo i bisogni dei pazienti e il bacino di utenza, per questo non avrà un pronto soccorso“.

Queste le parole del governatore Giovanni Toti in collegamento, poco fa, insieme al direttore generale del Dipartimento Salute e Servizi sociali della Regione Francesco Quaglia e al coordinatore della Struttura di missione per la sanità della Regione Giuseppe Profiti con la direzione strategica di Asl2, il sindaco Paolo Lambertini e gli altri sindaci del distretto, i rappresentanti del Comitato sanitario Val Bormida, i sindacati confederali, il referente di Cairo Salute e i consiglieri regionali savonesi.

La delibera di giunta regionale individua nel San Giuseppe la realizzazione di una casa di comunità, di un ospedale di comunità con 20 posti letto e di un reparto di riabilitazione post acuti da altri 40 posti, per un totale di 60 posti. Il tutto per consentire il miglioramento delle cure per patologie di media e bassa intensità.

“In Val Bormida l’ospedale si presta a questa riconversione in centro di assistenza intermedia, con equipe multidisciplinari e specialisti ambulatoriali, servizi infermieristici e diagnostici, nonché un punto di primo intervento per i casi a basso rischio – ha spiegato Toti – Saranno investiti dieci milioni e mezzo di euro, di cui 8,1 destinati all’edificio “ex Maddalena”, e serviranno per l’adeguamento anti sismico, e la creazione dell’ospedale di comunità al primo piano, del reparto di riabilitazione al secondo piano, della casa di comunità nel seminterrato e al terzo. Si tratterà di un intervento di ristrutturazione edilizia, con annesso l’ampliamento volumetrico, l’acquisto di arredi e attrezzature di radiologia ed una nuova Tac”.

Il contenzioso con i privati non andrà a rallentare i lavori, la Regione cercherà di risolverlo “nel modo più indolore possibile”, rassicura Toti.

Il cronoprogramma prevede un percorso di lavori articolato in tre anni, a partire dall’individuazione puntuale degli interventi da parte di Regione entro il 28 febbraio e la sottoscrizione dell’intesa con il ministero della Salute entro maggio 2022 per poi procedere con l’attuazione degli interventi, che dovranno necessariamente essere conclusi e rendicontati entro il 2026 come previsto in modo inderogabile dal Pnrr.

Ma Toti ha specificato che “entro i primi 24 mesi entrerà in funzione l’80% dei servizi, con i primi di questi servizi a regime già dalla primavera 2023“. Tutto ciò, ovviamente, alla luce dell’evoluzione della pandemia: “Nonostante lo stato di emergenza, che dovrebbe essere prolungato di un trimestre almeno, firmeremo gli accordi con il ministero, chiuderemo le gare e affideremo i lavori. Ma la partenza dei servizi veri e propri si incrocia con le esigenze dovute al perdurare dell’emergenza Covid“.

Queste le spiegazioni del governatore a cui sono seguite alcune domande dei partecipanti. Unica voce fuori dal coro è stata quella del segretario generale della Cigl di Savona, Andrea Pasa, insoddisfatto da quanto detto da Toti. “E’ vero che l’ospedale è un presidio fondamentale, ma pensiamo serva un investimento più generale sul socio-sanitario per l’intera Valbormida. Non solo dall’incontro di oggi, dopo 7 mesi, mi aspettavo qualcosa di più, ma anche qualcosa di diverso. Mi fa sorridere, se non preoccupare, che ci sia qualche amministratore che ha avuto oggi le informazioni che non aveva avuto negli scorsi mesi, visto e considerato che Toti ci ha letto la delibera regionale emanata qualche mese fa. Bastava andare sul sito della Regione per leggerla per avere le informazioni lette questa sera”.

Accuse a cui il sindaco Lambertini ha risposto: “Si parla di un investimento di oltre 10 milioni di euro. È un decennio che all’ospedale di Cairo è sempre stato tolto qualcosa, ora invece si pensa ad investire, c’è l’intenzione di costruire qualcosa. Non ricordo in passato un presidente o un assessore regionale venuto a Cairo per spiegare il perché fossero portate via attrezzature oppure la struttura fosse depotenziata. Mi pare che questo progetto rappresenti un passo in avanti, da qui bisogna partire poi per parlare anche delle emergenze. Fare polemica ha poco senso”.

E proprio sulle emergenze che poi si è spostata la discussione. “I sindacati, insieme a 19 sindaci e al Comitato, a ottobre 2020 avevano costruito un documento che Toti ha ricevuto il giorno dopo e che il 4 febbraio 2021 abbiamo presentato ufficialmente – ha rimarcato Pasa – A febbraio il governatore ci ha detto che in esso c’erano proposte condivisibili, che avrebbe fatto in modo di rispondere anche per iscritto alle richieste fatte dal territorio. A giugno l’unica cosa che ci ha detto di nuovo rispetto a quanto riferito febbraio era che la Regione aveva deciso di ritornare indietro rispetto alla privatizzazione dell’ospedale di Cairo e che si sarebbe riaperto un Ppi sulle 12 ore. Almeno per quanto riguarda la Cgil, avevamo chiesto di avere risposte al documento del 2020, ma ad oggi non ne sono arrivate. Anzi, oggi ci viene detto che gli investimenti fatti sull’ospedale di Cairo traguarderanno il triennio 2023/2026 e nella delibera regionale non c’è risposta su ciò che il territorio chiede, cioè garantire i servizi essenziali: Ppi sulle 24 ore, reparto di medicina integrata e altro. Anche perché mancano circa 600 tra medici, tecnici, infermieri, Oss. E ci sono circa 400 lavoratori che stanno lavorando con contratto precario a tempo determinato che viene rinnovato trimestralmente”.

PRONTO SOCCORSO: I SINDACI LO CHIEDONO, TOTI LO NEGA

“Un pronto soccorso a Cairo? Non ci sarà”, lo dice senza nascondersi il presidente Giovanni Toti che apre – ma solo “se i numeri confermeranno la reale necessità” – ad una seconda automedica e ad un Ppi h24 (e non solo di 12 ore come avviene attualmente). Il motivo è semplice e lo ribadisce più volte il governatore. “Un bacino di 20 mila possibili pazienti non può ospitare dei servizi da pronto soccorso come avviene nei grandi hub. Non è una questione di denaro, qualunque programmazione che prevede una cosa del genere sarebbe considerata da Roma fuori dagli schemi e sicuramente bocciata”.

“La nostra analisi si basa sui numeri e sui reali bisogni dei cittadini. Lo screening di Alisa ci dice in maniera oggettiva che la maggior parte delle richieste in Valbormida derivano dalla bassa e bassissima intensità. Con il nostro progetto stimiamo di poter rispondere al 90% delle domande cliniche del territorio”, spiega Toti e poi aggiunge: “Il numero di utenti del pronto soccorso sarebbe troppo basso per garantire un servizio di qualità”.

Non è d’accordo, però, il presidente del Comitato sanitario locale, Giuliano Fasolato: “Non capisco perché basare le esigenze solo sui numeri e non sulle necessità che ha la Valle – evidenzia – Per le zone come le nostre, il decreto ministeriale 70 e le modifiche ad esso apportate con il Pnrr non fanno riferimento a numeri ma prevendono un ospedale di area disagiata che è quello che serve alla Valbormida”.

Sull’importanza del pronto soccorso si esprime anche il consigliere regionale del Pd Roberto Arboscello: “Il tema vero è quello dell’emergenza. Tema complicatissimo: spesso accedere ad un luogo dove non c’è l’assistenza adeguata, specie in emergenza, porta danni. Quindi è giusto dirottare sugli hub attrezzati. Ma la riforma ha ridimensionato la possibilità di accedere alle strutture specializzate nell’emergenza, quindi ora c’è una carenza di strutture in grado di rispondere a questa necessità nella Valle. Una carenza acuita ancora di più dalle problematiche legate alle infrastrutture viarie, specie in un territorio con la nostra orografia”.

Anche il sindaco Lambertini si unisce al coro, chiedendo delucidazioni sull’argomento emergenze. A fargli eco i primi cittadini di Carcare e Cosseria. Il primo sottolineando come la Valbormida abbia bisogno di un pronto soccorso, sia perché territorio che ospita diverse industrie e istituti scolastici, sia per un discorso di prospettive:  “La statistica per ora ‘offende’ il territorio, i dati ora non sono dalla nostra parte, ma domani ci saranno bisogni maggiori – dichiara Christian De VecchiUna struttura emergenziale serve alle scuole, alle industrie, al carcere del domani. La Valbormida non è un territorio marginale,  siamo un territorio di transito, di merci, di persone e mi auguro in futuro anche di turismo. Vi chiediamo di ascoltarci e prendere in esame le richieste che abbiamo fatto nel documento redatto tutti insieme ad ottobre, perché contiene tutti i bisogni della Valle”, dice il sindaco di Carcare rivolgendosi a Toti.

Il sindaco Roberto Molinaro, invece, pone l’accento sulle infrastrutture: “Soddisfatto dei milioni che verranno investiti sull’ospedale di Cairo, cosa che non deve passare in secondo piano – dichiara – ma ci sono ancora tanti punti da valutare. Quando si parla di pronto soccorso, bisogna anche tenere conto delle infrastrutture. L’A6 Torino Savona risale ai primi anni 50 e dipende da dei sensori messi sulle colline, la Statale del Colle di Cadibona risente di pericolo di frana e queste sono le uniche due vie per raggiungere l’ospedale di Savona che, in caso di allerta meteo, spesso vengono chiuse”.

Il primo cittadino di Cosseria sposta poi la discussione anche su altre patologie. “Trasportare un malato oncologico fino a Savona, è una violenza –afferma – Non vogliamo che a Cairo ci siano interventi a cuore aperto, ma bisogna pensare a un sistema di stabilizzazione, le persone hanno bisogno di sapere che c’è un punto non troppo distante da raggiungere per le emergenze. E se questo non è possibile almeno venga realizzata la bretellina che collega l’A10 all’ospedale di Savona per facilitare gli spostamenti”.

“Inoltre – conclude Molinaro  – la diagnostica ha tempi di attesa imbarazzanti. Si contano pochi accessi perché tanti cittadini vanno a curarsi in Piemonte e questo non è corretto. Va bene i numeri, non bisogna far spreco di denaro pubblico, ma bisogna risparmiare in altri settori, non nella sanità”.

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