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Per un pensiero altro

La libertà al bivio

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero Altro 10 novembre 2021

“Un Giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
“Che strada devo prendere?” chiese. La risposta fu una domanda: “Dove vuoi andare?” “Non lo so” rispose Alice. “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza sapere dove devi andare”. Non è difficile riconoscere l’apparente paradosso del dialogo intercorso tra Alice e lo Stregatto che Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carrol, ci riporta nel celeberrimo “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”. Non va dimenticato che la formazione culturale dello scrittore è fondamentalmente logico matematica, infatti Alice si trova di fronte ad un bivio e deve imboccare una via che, inevitabilmente, escluderebbe la possibilità di imboccare l’altra. Insomma, si ripropone lo schema classico della logica aristotelica così come il meccanismo dualistico alla base del sistema binario. Vi sono innumerevoli riflessioni interessanti che possono prendere il via dal breve dialogo, limitiamoci a un paio. La prima nasce dalla domanda: “Nella vita ci troviamo solitamente di fronte a dei bivi o le vie che si offrono al nostro cammino sono molto più numerose o … abbiamo davanti a noi sempre e solo la nostra strada?” La seconda, strettamente connessa alla prima, possiamo esprimerla così: “Sappiamo già dove vogliamo andare tanto che una delle vie sarà la migliore o forse addirittura l’unica per condurci alla meta oppure lo andiamo scoprendo proprio nel momento in cui ci conosciamo operando la scelta?”

Credo risulti inevitabile una rapidissima incursione nella filosofia di Søren Kierkegaard per il quale lo stesso esistere si identifica nella possibilità di scegliere. È peculiarità dell’essere umano il diritto di scelta, il libero arbitrio strappato dalle mani del Creatore emancipandosi da quella anonimizzante perfezione del tutto nel momento meraviglioso e terribile del peccato originale. La riflessione del pensatore di Copenhagen intreccia itinerari teologici ed esistenzialistici in una prospettiva decisamente pessimistica, la possibilità diviene dramma, angoscia perenne, poiché ogni deliberazione è rinuncia ad ogni altra opzione e nemmeno il non scegliere è una via di fuga in quanto “scegliere di non scegliere è pur sempre una scelta”, così l’essere umano è, in quest’ottica, condannato all’assunzione di responsabilità, al terrore dell’errore, al pericolo dello stallo. “Io mi trovo qui esitante come Ercole – scrive il filosofo dell’aut aut – non si tratta di un semplice bivio, ma di un incrocio di vie che s’irradiano in tutti i sensi. Ecco perché è tanto difficile imbroccare la giusta”. Una velocissima precisazione: il riferimento del filosofo al bivio di Ercole rimanda ad un racconto di Prodico di Ceo che è riportato da Senofonte, in esso l’eroe si trova di fronte ad un bivio esistenziale, due donne seducenti, una che simboleggia la virtù e l’altra il vizio, promettono al giovane che l’avrebbero condotto alla felicità, la virtù attraverso un percorso faticoso, il vizio godendo di gioie e piaceri. L’aneddoto, dal chiaro intento moralistico, narra di come Ercole decise di percorrere la via più impervia rifiutando i facili piaceri del vizio ma effettuando “la scelta corretta”. Kierkegaard coglie la maggiore complessità della scelta che si offre ad ogni essere umano, non solo sottolineando come ogni uomo non si trovi di fronte a “un semplice bivio, ma di un incrocio di vie che s’irradiano in tutti i sensi”, ma soprattutto riconoscendo il dualismo, l’aut – aut, non nelle opzioni ma nella scelta del soggetto che optando per un si riunisce ogni altra opzione in un no. Qui si apre l’immensa riflessione che genera la filosofia esistenzialista e, in questa sede, non ci addentriamo oltre.

In qualche modo quanto abbiamo appena precisato offre una parziale risposta al nostro primo interrogativo, potremmo così sintetizzare: non si tratta né di un bivio né di infiniti percorsi e nemmeno di una sola via, si tratta più profondamente di comprendere che il tutto si consuma nelle profondità del singolo. A questo punto possiamo fare tesoro dell’affermazione di Carl Gustav Jung “La vita umana è un esperimento dall’esito incerto “, ma solo per chiosare: in realtà sarebbe più opportuno parlare di “un progetto dall’esito incerto”. Non si tratta di capziosità sofistica, l’esperimento colloca il soggetto nel ruolo di cavia, il progetto, inteso come progetto di chi vive, lo rende il protagonista, o almeno, questo è il senso che assegno alla solo apparentemente sottile distinzione. Noi progettiamo la nostra vita, quanto liberamente è poi tutto da verificare. Non è un caso se l’approccio più diffuso della psicologia alla questione della scelta sottolinea la preliminare imprescindibilità del “sapere chi siamo” e questo ci colloca al centro della domanda dello Stregatto e della seconda questione posta all’inizio del nostro argomentare: sappiamo già dove andare? Ciò che desideriamo è espressione libera di noi o indotto surrettiziamente? È la scelta stessa che ci determina concludendo quella spirale ermeneutico esistenziale che è la nostra vita? Domande complesse alle quali proviamo a offrire una risposta più o meno semplice attraverso una facile allegoria.

Al cominciare del viaggio individuale ci si scopre a condividerlo con numerose altre persone che, il più delle volte, non ci possiamo nemmeno scegliere come compagni di viaggio, tutti a procedere lungo una strada che troviamo già realizzata. Ben presto ci accorgiamo di dover acquisire diverse informazioni per proseguire spediti lungo il tragitto, nemmeno il tempo di chiedersi dove mai conduca la via poiché troppo impegnati ad imparare come farlo. Bisogna mantenere la propria destra, sempre che non si sia nati a Birmingham che altrimenti è “buono e bello tenere la sinistra”, ovvio che chi è cresciuto in una delle due opzioni trovi quantomeno curiosa l’altra, quindi sarà opportuno acquisire dimestichezza con la segnaletica sia orizzontale che verticale, ben presto saremo in grado di sostenere l’esame per ottenere la patente di guida, meglio, il “permesso” di condurre”. Una volta “autorizzati” alcuni sceglieranno le due ruote, altri opteranno per un auto, ci sarà chi diverrà autista di TIR se sostenuto dalla passione per i giganti della strada, i più guideranno per dovere o necessità, comunque ecco che ci si presenta un bivio, lasciamo perdere l’ipotesi delle direzioni plurime, semplifichiamoci la vita almeno nella nostra allegoria che pure si sta già complicando. Scelgo in base a ciò che sono o divengo in relazione a cosa e come scelgo? Ho deciso io dove andare o la meta è determinata dalle contingenze? Sappiamo per dove e perché ci siamo messi in viaggio o optiamo per l’indicazione “tutte le direzioni”? E se poi ci accorgessimo che le alternative non sono esattamente tali nel momento in cui non si tratta di un percorso fisico ma di assoluta destinazione esistenziale? Allora apparirebbe chiaro che non importa se guido tenendo la destra o la sinistra, se piloto un articolato e uno scooter, ciò che conta è il piacere nel viaggiare, l’accettare di essere sorpreso dalla scelta e dal paesaggio che vado a scoprire, accogliere con un sorriso quanto la mia guida si trasformi ad ogni chilometro fino a comprendere che non esiste una strada giusta e così nemmeno la sua antitesi poiché ciò che conta è il senso del viaggio che, lo si voglia oppure no l’unica via è quella, lo stiamo vivendo dentro di noi e la meta … non è più così rilevante la meta se abbiamo compreso davvero che più che il dove è fondamentale come e perché!

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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