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Per un pensiero altro

Il tempo di ruminare

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Generico novembre 2021

“La sensazione di essere di fretta non è solitamente il risultato di una vita piena dove manca il tempo. Nasce, al contrario, da una vaga paura di stare sprecando la nostra vita. Quando non facciamo l’unica cosa che dovremmo fare, non abbiamo tempo per qualsiasi altra cosa, siamo le persone più indaffarate del mondo”. L’autore di questo pensiero si chiama Eric Hoffer, uno scaricatore del porto di San Francisco scomparso nel 1983, aveva compiuto 81 anni nonostante l’accanimento con il quale aveva consumato enormi quantità di sigarette nel corso di una vita di lavoro piuttosto logorante. Va anche precisato che, nel frattempo, aveva raggiunto la fama come filosofo e come scrittore fino ad essere premiato dal Presidente degli Stati Uniti. Decisamente un personaggio fuori dagli schemi e già questo è notevole, ma soffermiamoci sulle righe che aprono questo scritto. L’elemento più significativo, a mio vedere, e nel quale è più comune potersi riconoscere, consiste nello strano piacere di sentirsi indaffarati per nascondere il nulla insoddisfacente del nostro procedere. Lo so, difficile ammetterlo, allora facciamo così, continuiamo a negarlo ufficialmente e regaliamoci un momento di severa onestà privata. Sentirsi oberati di impegni è un modo per pensarsi importanti, forse quasi indispensabili o, almeno, protagonisti di una vita piena. Il problema è che se qualcosa è pieno di vuoto diventa indistinguibile dal vuoto stesso. Non si tratta di cosa faccio ma di come, perché e di quanto sia significativo, almeno per me. Già diversi secoli or sono il grande Blaise Pascal aveva lucidamente espresso, ricorrendo all’illuminante espressione divertissement,  quel essere indaffarati confondendo l’azione che allontana da quella che ti rende padrone della tua vita. Molto spietatamente aveva individuato proprio negli impegni del quotidiano, quelli che fanno sentire adulti e responsabili, le attività che “de-vertono” dalla vita. Insomma, quelle che ti lasciano lo sgradevole sapore, alle soglie del palato della mente, di aver sprecato del tempo. Fare, correre, indaffararsi magari con la “matura considerazione” che si tratta del dovere di ogni adulto e responsabile preoccuparsi del mutuo e delle bollette. Ovvio che non sia possibile farne a meno, ma sembra di avvertire la giustificazione di un obeso che si preclude ogni pensiero sacrificandolo sull’altare del lavoro per “portare a casa da mangiare” e poi pagare il conto dell’ennesimo dietologo.

“Sento spesso il bisogno di ruminare il passato e di rendere digeribile il presente con quel condimento”  scrive Friedrich Nietzsche all’amico Erwin Rohde il 3 novembre del 1867, credo che il suo atteggiamento nei confronti della storia del mondo e del tempo presente sia riconducibile, nel pieno rispetto del suo pensiero, alla vita di ognuno di noi: non riusciamo a rendere digeribile il presente, cioè utile al benessere quotidiano, se non ricorrendo alla comprensione del passato, il nostro passato. Non basta masticare con serietà l’oggi per renderlo proprio, bisogna “digerirlo” e, a tal fine, è indispensabile il “condimento del passato” che si genera riportandolo al presente, insomma, ruminandolo. Quanto poco tempo ci concediamo a ripensare a quello che abbiamo vissuto, non mi riferisco alla nostalgia o al rimpianto, non si tratta di un’esortazione ad un atteggiamento crepuscolare, delicato, intimistico e malinconico, al contrario, ma ad un invito a riafferrare le fila della propria vita regalandosi il tempo per ripensarla, ruminarla e meglio prenderne possesso. La vita si capisce con la vita. “La vita passata si comprende attraverso la vita presente” affermava il filosofo Dario Antisteri, mi piace aggiungere, per concludere il cerchio ermeneutico, che la vita presente si vive solo se si è compresa la sua radice trascorsa. Mi sembra che troppo spesso il ritmo della cosiddetta vita di oggi ci impedisca di regalarci il tempo per ruminare, ne consegue che gran parte di quanto ingerito non viene metabolizzato, per dirla ancor più esplicitamente, la vita più che essere vissuta risulta, in questo modo, defecata. Le radici del più o meno compreso ma diffusissimo malessere di sistema sono fretta e superficialità, uno dei sintomi più evidenti della malattia è la noia … e spesso le presunte cure sono ancor più dannose della patologia.

“Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri tra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura? Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi contempla le finestre del buon Dio non si annoia; è felice.” si chiede Milan Kundera e poco oltre ci suggerisce un’interessante osservazione: quando desideriamo ricordare qualcosa che ci sfugge, tendiamo a rallentare il passo, addirittura a fermarci per consentirci di afferrare ciò che sembra svanire; al contrario, quando siamo assillati da un problema, il nostro passo diviene accelerato, quasi volessimo fuggire da quel pensiero. Oggi si ritiene che l’importante sia raggiungere la meta il prima possibile e così si va di corsa, ma forse si sta fuggendo, forse non ci si vuole rendere conto che ciò che conta è quanto sappiamo osservare ad ogni passo che, altrimenti, una volta raggiunta la meta non potremo che avvertire il vuoto procurato dall’apnea del tragitto, l’amarezza di non aver vissuto il viaggio. Non si perde tempo lungo il percorso che si affretta per raggiungere la meta, se capisci che la meta è ogni passo scopri che sei sempre arrivato ed il tempo impiegato nel tragitto non è perduto, ora immagina il viaggio come la vita, che senso ha affrettarsi se già conosci la meta che oltretutto vorresti evitare, allora rallenta, goditi la passeggiata della vita, scegli compagni di viaggio piacevoli ama il tempo condiviso e non rimpiangere chi se ne è andato.

Come potrei, a questo punto, non concedermi ad un ricordo: mi riferisco ad una lontanissima, ma inevitabilmente vicinissima, storia d’amore. Con la compagna di quel tempo avevamo inventato l’espressione “momenti perfetti” per indicare quegli istanti d’eternità che tutti gli amanti dovrebbero vivere. Avevamo deciso che sarebbero rimasti sospesi nel per sempre, magari scordati dalla memoria convenzionale, ma sempre presenti laggiù, in quell’abisso tanto spaventoso quanto meraviglioso che ci abita. Non credo che riuscirei a riportarne nemmeno uno alla mia memoria presente, ma sono divenuti me, proprio perché tanto intensamente vissuti, ognuno di quei “momenti perfetti” è presente oggi nella mia carne, nei miei nervi, nel mio respiro e so che tutti sono stati vissuti, assaporati con lentezza, seguendo le eterne leggi del piacere intenso. Di certo avrei potuto essere abitato da molti altri momenti perfetti, ma l’urgenza di fare, di essere veloce, insomma, di “non perdere tempo” me lo hanno impedito. Non è di certo un caso se sempre un amore passato mi ha regalato “Il piccolo principe” sottolineando una splendida frase che Antoine de Saint-Exupéry ci ha consegnato: “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”, è tempo perduto o meglio vissuto?

Quanta paura di perdere tempo e poi magari sprecarne davvero a coltivare rancore, a progettare sofferenze e vendette, a rinunciare all’amore, ad aver paura di parole che vorresti pronunciare e codardamente taci: allora mi taccio per non farti perdere tempo!!!

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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