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Per un pensiero altro

Giudizi ed opinioni

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero Altro 6 ottobre 2021

“Non possiamo mai giudicare le vite degli altri, perché ogni persona conosce solo il suo dolore e le sue rinunce. Una cosa è sentire di essere sul giusto cammino, ma un’altra è pensare che il tuo sia l’unico cammino” scrive Paulo Coelho in “Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto”. Come non riconoscere quanta saggezza abita le parole di Coelho, eppure siamo stati tutti adolescenti, non possiamo non ricordare come eravamo pronti a sentenziare su tutto e su tutti proprio perché ancora nulla o ben poco avevamo sperimentato sulla nostra pelle. Certo, siamo cresciuti, tanti errori e troppi peccati ci hanno accompagnati nel corso del nostro cammino verso l’età adulta, più anni abbiamo vissuto maggiore è il numero di “incidenti di percorso” che abbiamo consumato, eppure non tutti hanno fatto tesoro di simili esperienze. L’epoké, sospensione del giudizio, sostenuta in più epoche da diversi protagonisti lungo il percorso del pensiero filosofico dall’antica Grecia ad Husserl, è strategia scelta da chi è davvero cresciuto, da chi conosce la “cum – passione” nel suo senso più etimologicamente ed emotivamente fondato. Chi è rimasto adolescente pur invecchiando, e spesso gli anni rendono vecchi ma non saggi, prosegue nell’assurda pratica del giudizio spesso con le modalità indicate da Honoré de Balzac: “E’ nostra abitudine giudicare gli altri basandoci su noi stessi e, mentre li assolviamo volentieri dei nostri difetti, li condanniamo severamente se non hanno le nostre virtù”, altrettanto spesso si giudica affrettatamente, “a pelle”, come si diceva negli anni 70, eppure un antico motto italico suggerisce di giudicare solo dopo aver consumato almeno un chilo di sale con chi si presume di conoscere tanto da poterlo sottoporre al nostro giudizio. Un simile significato è riconoscibile anche in un detto dei nativi americani: “Giudica solo dopo aver camminato per due lune nei mocassini di chi vuoi giudicare”, attività che richiede oltre che tempo, come per il chilo di sale, anche un’assoluta intimità e fiducia reciproca.

Per rimanere in ambito di saggezza popolare potremmo raccogliere il suggerimento di giudicare una persona da chi frequenta (dimmi con chi vai e ti dirò chi sei) ma il rischio è in agguato, come dovremmo giudicare Giuda? E Gesù? Altra tesi è quella che sostiene che sia possibile giudicare in maniera corretta valutando i risultati e non le intenzioni, tanto per rimanere nell’ambito della storia cristiana, come dovremmo giudicare il Creatore? Non addentriamoci in polemiche sofistiche intorno al libero arbitrio, volevo solo con leggerezza suggerire una prospettiva plausibilmente destabilizzante. Altra possibilità ipotizzata dalla storia dell’umanità ed ancor oggi molto in voga è quella di giudicare non dalle apparenze ma dalla sostanza. Mi ricorda un po’ il suggerimento ricorrente nel cinema americano: “Fai la cosa giusta”, monsieur de La Palice se la gode! Ma se fosse possibile accedere alla sostanza, sempre postulando che esista e che permanga invariata nel tempo, non staremmo nemmeno a discutere sulla questione del giudizio, tutti trasparenti ed abitati da un’essenza oggettiva ci annoieremmo a morte ma non saremmo afflitti dalle mene del giudizio. Credo, per tornare alla realtà che condividiamo lasciando agli dei l’osservazione dell’eterno, che sia interessante comprendere che, attraverso ogni nostro giudizio, non stiamo cogliendo nulla nell’altro ma solo esprimendo la nostra natura più profonda, infatti molto spesso si osservano le persone dalla rocca incrollabile dei nostri pregiudizi attraverso la lente falsante delle nostre paure così che ciò che davvero potremmo incontrare sono una rocca ed una lente, in altri termini, ancora e solo noi.

Bene, mi sembra il momento di riprendere la questione dalle fondamenta, già, perché abbiamo trascurato quanto ho anticipato nel titolo: opinione e giudizio sono la stessa cosa? Certo che no, può sembrare pleonastico ribadirlo … oppure no? Assurdamente c’è chi crede che premettere un semplice “secondo me” ad un giudizio lo trasformi in un’opinione, mi sembra che in questo atteggiamento si confonda profondamente la forma con il contenuto, proviamo ad accordarci su una definizione dei due termini? L’opinione è l’espressione di una valutazione che non si fonda su certezze oggettive ma che si consente di evolversi nella dialettica che mette in relazione il variare del soggetto valutante, del contesto di chi o cosa si valuta e della persona o dell’azione in oggetto. Un giudizio è l’applicazione di quanto precedentemente è già stato deliberato come regola, deliberazione che può essere più o meno riuscita ma che, nell’atto della sua applicazione, solleva il giudicante dall’assunzione di responsabilità, questa appartiene interamente alla legge. Lo stato, il re, il parlamento, il potere, l’ente preposto dalla comunità è chi definisce la legge, chi giudica non deve fare altro che verificare che la legge sia stata rispettata o meno. Se il giudice è corrotto, scorretto o malato è marginale non negli effetti empirici, anzi, ma di certo per il nostro attuale argomentare. Ecco allora che chi giudica non in relazione alla legge deve avere la certezza che la “regola etica che lo abita” sia assoluta e non personale, che non sia mutevole nel volgere di poche stagioni della sua vita.

Faccio fatica, non è nella mia natura né nella mia cultura accettare l’idea che esistano delle regole uguali per tutti pur amando e apprezzando assolutamente l’approccio kantiano, certo posso accettare l’idea che sia indispensabile per il funzionamento di sistemi sociali complessi come quelli in cui viviamo anche se, mi permetto di sottolineare, non possiamo credere che possano essere una legge e la conseguente punizione che debelleranno corruzione e violenza, ce lo conferma la storia ad ogni passo, credo lo potrebbero fare solo intelligenza libera e coscienza dell’altro, ma anche accettando l’idea di una legge e di un giudice, perché non limitarci alla benevola opinione aperta al cambiamento per tutto quello che non cade nella giurisprudenza del sociale? Insomma, non sarebbe più intelligente evitare la tagliola e la berlina della legge, dell’infrazione, della colpa, del giudizio e dell’espiazione almeno per la sfera del privato? Se il tuo vicino frequenta una donna di vent’anni più giovane pur non essendo un attore famoso, se la tua collega ha tre amanti pur non essendo una celebre cantante, perché non riporre l’invidia, smettere di giudicare, limitarti a non condividere quei comportamenti e non metterli in atto senza rompere l’anima al prossimo? Che abbia ragione Leonardo Sciascia quando scrive: “Ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.” Sono convinto che gli “uomini di Sciascia” siano quelli capaci alla comprensione, disposti a confrontarsi con qualsiasi opinione e assolutamente liberi dalla cancrena del giudizio anche se, con malinconica condivisione dell’opinione dello scrittore, mi rendo ben conto di quanto esigua ne sia la schiera.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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