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Il pongista albisolese Matteo Orsi a IVG.it: “Soddisfatto per le mie Paralimpiadi ma senza pubblico era una tristezza”

L'atleta è tra i venti più forti al mondo: "Non sono mai stato così in alto in classifica ma voglio migliorare ancora"

Matteo orsi
Matteo Orsi durante le gare a Tokyo 2020

Albisola Superiore. “Lo scopo della tua vita è dare il meglio di te”, scriveva in uno dei suoi libri l’aviatore americano Richard David Bach. Chi cerca sempre di farlo è indubbiamente il pongista albisolese Matteo Orsi, paraplegico per via di un incidente stradale occorsogli all’età di sedici anni, che però non lo ha fermato dal buttarsi a capofitto nello sport, tant’è che oggi è reduce dai sedicesimi Giochi Paralimpici estivi in Giappone, anche se purtroppo il tabellone non è gli stato a favore.

Al Tokyo Metropolitan Gymnasium la giovane promessa del tennistavolo ha perso infatti 3 a 0 la prima gara contro il numero uno al mondo, il cinese Feng Panfeng, e 3 a 1 la seconda contro il polacco Maciej Nalepka, che gli ha precluso il passaggio del turno. “È ‘facile’ esordire con il più forte perché non hai nulla da dimostrare – dichiara l’atleta a IVG.it – Nonostante il risultato sono soddisfatto del mio approccio contro Panfeng. Con Nalepka avevo già perso in un torneo a Laško, in Slovenia, ma senza condurre una buona partita, a Tokyo invece ho vinto il set d’apertura cercando di fare punti e non aspettando che sbagliasse. Con il mio allenatore mi impegnerò per migliorare le prestazioni”.

Uno stimolo a crescere agonisticamente è l’attuale posizionamento tra i migliori venti del ranking mondiale: “Mai mi sono piazzato così in alto, la classifica è un aspetto che voglio sviluppare“. Inoltre il nostro conterraneo può ispirarsi alle compagne Michela Brunelli e Giada Rossi, medaglie di bronzo a squadre in classe 1-3, sempre nella capitale nipponica, e all’omonimo 18enne triestino Matteo Parenzan, portabandiera alla cerimonia di chiusura. “La decisione di affidare questo compito a lui, il più giovane atleta italiano a Tokyo, è un importante segnale che si percepisce la serietà con cui lavoriamo ogni giorno – è l’opinione di Orsi – Dobbiamo ringraziare chi ha gestito i Giochi dal punto di vista mediatico: pratichiamo una disciplina di nicchia e la trasmissione in diretta delle gare non è mai scontata”.

Ancor più in generale il record di “metalli” della delegazione paralimpica azzurra (ben 69, di cui 14 d’oro) è un ulteriore incentivo a non essere mai sazi: “Tutto il movimento sportivo sta crescendo e lo hanno dimostrato i risultati e la partecipazione, la più numerosa di sempre – dice il pongista – La nostra nazionale a Rio aveva mandato cinque atleti, per il Giappone eravamo in sette e due non si sono qualificati per poco”.

L’augurio è che bottini così ricchi si possano riconquistare senza più le penose ma necessarie restrizioni causa pandemia. “Finito il lockdown, abbiamo ripreso ad allenarci a giugno 2020 sperando che saremmo scesi in campo quanto prima ma è successo solo un anno dopo – ricorda Matteo Orsi – A Tokyo il villaggio paralimpico era grande e attrezzato ma non potevamo uscirne, nemmeno per una visita in città. Tuttavia l’impatto maggiore è stato l’assenza di pubblico, una vera tristezza: il palazzetto era bello anche vuoto ma pieno avrebbe fatto un altro effetto. Durante le partite pensavo solo a gareggiare, soprattutto la seconda per la presenza delle telecamere, poi una volta terminate guardavo gli altri e senza tifosi sembrava un allenamento”.

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