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Per un pensiero altro

Eterno ungarettiano

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero Altro 22 settembre 2021

“Tra un fiore colto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla” molti avranno riconosciuto l’inconfondibile poetare di Giuseppe Ungaretti; si tratta di una brevissima lirica dal titolo “Eterno” composta da due soli versi che apre la sezione “Ultime”, collocata in apertura alla sua prima raccolta: “L’Allegria”. Per i più curiosi preciso che il titolo Ultime non è in contraddizione con la sua posizione nella silloge, la scelta dell’autore si spiega in quanto le poesie della sezione sono la conclusione di un percorso che si può riconoscere nella raccolta e stanno ad indicare una linea di confine che, meravigliosamente, segna la fine di ciò che è stato e il cominciare di ciò che verrà. Quello che è rilevante, a mio modo di vedere, è che il poeta ha scelto Eterno per dare inizio al suo incontrare il lettore, inevitabilmente ciò sta a significare che attribuisce a quei versi la capacità di divenire una sorta di chiave interpretativa della sua poetica. Io, almeno, l’ho vissuta in quella prospettiva e ritengo che sia paradigmatica di tutto l’itinerario fondativo dell’ermetismo e di quella ricerca di valore e senso, di quella disperata volontà di rendere la parola capace di mettere in relazione, di unire anche e soprattutto nei suoi silenzi, negli spazi bianchi, in tutta la sua possibilità logica ed evocativa che sono le cifre peculiari dell’arte del primo novecento ma che, e forse ancor di più oggi, lanciano un grido d’allarme all’uomo affinché riprenda a pensarsi come tale e ad ascoltare “le voci degli altri”.

La ricerca del poeta si riconosce in tutta la sua scarna essenzialità, nella capacità di trasformare un limite in un’occasione: mi spiego. Affermava Nietzsche pochi decenni prima de “L’Allegria” che “Non ci libereremo mai di Dio se non ci libereremo della grammatica”; il senso della sua affermazione appare evidente nei percorsi dei poeti del periodo: Dio è l’ordine necessario della pensabilità dell’essere che diviene simultaneamente comprensione e rinuncia, comprensione di ciò che è pensabile che sia e rinuncia a ciò che non rientra nelle possibilità del logos. Concetto estremamente complesso e gravido il cui approfondimento non può trovare spazio ulteriore in questa sede ma che mi auguro sia possibile cogliere almeno nella sua essenza. La grammatica diviene, nella prospettiva nietscheana, la possibilità della parola di dire l’essere come “sembianza ed essenza del logos” che rende il reale razionale nell’inganno più o meno consapevole della razionalizzazione dell’assoluto. Gran parte della critica filosofica riconosce in questo atteggiamento le radici del nichilismo, della tristezza generata dalla tragedia dell’incomunicabilità e della conseguente solitudine dell’uomo, io credo che la poesia di cui ci stiamo occupando risponda positivamente a questa tesi rovesciandola: non si tratta di rinuncia, di accettazione dell’impossibilità di afferrare con la “parola logos” ciò che è inaccessibile addirittura alla “parola mithos”, ma di creazione-scoperta di un “linguaggio altro”. Il percorso ungarettiano, come di tanta arte del ventesimo secolo, è riconoscibile nella ricerca di una parola, di un segno, di un suono che possa oltrepassarsi fino a carezzare l’essenza che splendidamente è espressa nel secondo verso dell’originale distico: “l’inesprimibile nulla”.

Paradosso? Forse! Affermare che è anche solo ipotizzabile “dire l’indicibile” può apparire assurdo, quanti ho ascoltato ironizzare su una simile pretesa ma, poiché so che i miei lettori sono dotati delle qualità necessarie, curiosità e pazienza, vorrei provare ad arrivare alla dimostrazione di come sia possibile una simile impresa grazie a chi ci è riuscito, Ungaretti in questi versi, appunto. Credo che il senso della poesia, al di là della fondatezza delle numerose parafrasi presenti nelle varie antologie scolastiche, vada riconosciuto nell’affermare che “eterno” è “l’inesprimibile nulla” meravigliosamente evocato nel primo verso. L’eterno, lo stesso che “sovvien” a Leopardi nell’Infinito, che è poi l’altra faccia dell’eterno, è per antonomasia la negazione del tempo, o meglio, della sua riduzione alla pensabilità dello stesso attraverso le pre categorie gnoseologiche dell’uomo. Si tratta di “una questione con le corna” affermerebbe l’amico Nietzsche, in effetti: se il pensiero dell’uomo, necessariamente espressione dell’ hic et nunc anche quando ricorda o prevede, per il principio stesso di non contraddizione non è in grado di cogliere né l’eterno né l’assoluto, come può un segno, una parola, una nota pretendere di divenire la voce di quell’atrove inaccessibile? Insomma, per dirla ancora con Nietzsche, la donnaccia ingannatrice, la grammatica, e il linguaggio conseguente non sono inevitabilmente prigioni dalle quali non è possibile nemmeno spiare quell’altrove? Allora la ricerca ungarettiana non ha speranza di successo? Rileggiamo il primo verso: cosa distingue i due fiori? Il fiore una volta colto è divenuto “un” fiore, rappresentato da un articolo indeterminativo. Ciò significa che quando si coglie il fiore lo si nega alla sua essenza, diviene anonimo poiché sradicato, proprietà di chi lo ha ucciso, magari anche per compiere un gesto d’amore, inconsapevolmente strumento di vero nichilismo, nella metamorfosi mortale da “il fiore” ad “un fiore”, l’annichilimento dello stesso è opera dell’uomo che crede di averne preso possesso, lo stesso gesto del ,logos nei confronti dell’assoluto. Il fiore donato, al contrario, rimane “il”, esattamente “quello”, sorretto da un articolo determinativo, è ancora se stesso, permane nella sua essenza. Ecco che il vero atto d’amore si invera nell’indicare una stella, condividerla con l’amato sussurrandogli “Te la regalo”; sarà un per sempre, anche dopo l’eventuale conclusione di quell’amore, l’istante si infinita, gli amanti inverano nel gesto condiviso l’attimo kierkegaardiano, l’infrazione dell’istante nell’eterno.

Quando ti lasci abitare dal kaos o, forse meglio, quando accetti di essere kaos e non pretendi di negarti definendoti, inevitabilmente corri il rischio di non essere condivisibile, ecco profilarsi ai confini dell’anima la tragedia della solitudine. Ancora una volta illuminanti le parole di Nietszche: “Ora è come se appartenessimo a mondi diversi e non parlassimo la stessa lingua. Mi muovo tra loro come uno straniero, come un proscritto, senza che mi arrivi una parola, uno sguardo. Ammutolisco – perché non comprendono le mie parole – ahimè non mi hanno capito. E’ terribile essere condannato al silenzio quando si ha tanto da dire. L’incomunicabilità è la più terribile delle solitudini.” Ma probabilmente è corretto affermare che se è vero che nella solitudine il solitario divora se stesso, ancora più terribile credo sia essere divorato dai molti nella confusione del mercato. Solitudine abisso orrendo, ma se è vero che “Essere soli significa non riconoscersi negli occhi dell’altro” allora se l’altro avverte il profumo indicibile della tua essenza, se non pretende di dargli un nome, se non esige il suo permanere, se lo osserva mutarsi divenire, morire e risorgere, senza vincolarlo a nessun ceppo né logico né morale, ecco che, in un’istante di eternità, l’uomo riscopre di essere divino e anche un solo rapido ed effimero istante di eterno è l’eterno stesso, capace di sussurrare all’orecchio di chi è disposto ad ascoltare, “La tua vita è stata degna di essere vissuta ed ancora lo sarà per sempre”, allora un sussurro per chi lo saprà ascoltare: “Non cogliere “un fiore” ma dona “il fiore” della tua bellezza”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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