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La cicala

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero Altro 9 giugno 2021

“La morte è la possibilità più propria dell’esserci. L’essere per essa apre all’Esserci il poter-essere più proprio, nel quale ne va pienamente dell’essere dell’Esserci” scrive Martin Heidegger nel primo capitolo del suo capolavoro “Essere e Tempo”. La scrittura del filosofo tedesco è sempre tanto suggestiva quanto criptica, limitiamoci pertanto ad un solo breve frammento cercando di renderlo il più prossimo possibile ad una lecita applicabilità al nostro quotidiano. Il tema sul quale si sofferma il controverso pensatore è quello dell’essere per la morte, l’idea di accettare “l’incondizionata e insuperabile essenza della morte” comprendendola non come una tragedia ma come una possibilità. Inevitabilmente sintetizzo ed essenzializzo il percorso della sua analisi, ma quello che qui ci interessa è cogliere l’opportunità esclusiva dell’essere umano nel momento in cui si scopre come cosciente della propria caducità. Il tema della consapevolezza della propria fine ed il suo preannunciarsi progressivo nell’esperienza dell’invecchiamento sono argomenti che accompagnano la storia dell’umanità dal momento in cui il primo uomo si è scoperto tale, cioè quando ha acquisito consapevolezza del proprio “esser-ci”, essere qui ed ora, atto che implica l’inevitabile futura conclusione di tale “presenza”. La tragica coscienza della prossimità della morte ha generato l’anelito all’immortalità e all’eterna giovinezza.

Uno dei miti che meglio ci raccontano l’evoluzione della riflessione dell’uomo su questo tema credo sia quello della cicala, non mi riferisco a quello forse più noto che narra della trasformazione subita da esseri umani tanto amanti della musica da arrivare a morire di fame pur di non interrompere il proprio canto così che le Muse li mutarono in cicale in modo che potessero dedicarsi alla loro arte nel corso di una breve vita e, dopo la morte, svolgessero il delicato compito di informare le dee su quali umani non le venerassero adeguatamente. Nemmeno voglio rifarmi alla ben nota favola di Esopo che tanto celebra l’alacrità delle formiche quanto denigra l’eccessivo compiacimento musicale della cicale. Preferisco riandare alla leggenda che vede protagoniste Eos, l’aurora, ed il bellissimo umano Titone di cui si era innamorata. Senza interpellare minimamente l’amato, dettaglio non trascurabile in una coppia, la dea chiese a Zeus di regalare l’immortalità al suo compagno dal quale aveva anche avuto già due figli, uno dei quali venne ucciso da Achille ed il pianto della madre per la sua morte darà origine alla rugiada. Ma torniamo a Zeus: il padre degli dei, che non manca di feroce umorismo, concesse l’immortalità all’ignaro Titone senza però accompagnarla all’eterna giovinezza. Titone non poteva morire ma invecchiava ed il suo atletico ed affascinante corpo nel tempo divenne così sofferente e raggrinzito che Eos, mossa da pietà o da disgusto o da altre brame non è dato sapere, ottenne dal padre degli dei che il sofferente Titone venisse tramutato in una cicala.

La vecchiaia è certamente rappresentata come un periodo di sofferenza, vissuta come il lento declino verso il nulla della morte, ma forse è possibile scoprirne numerosi aspetti interessanti, uno fra tutti quello di avere la possibilità di accedere ad una “vita autentica”, per tornare ad un linguaggio heideggeriano. “L’esistenza autentica – scrive il filosofo – non è qualcosa che si libri al di sopra della quotidianità deiettiva; essenzialmente essa è solo un afferramento modificato di questa”, cosa significa? Credo che questa affermazione si possa esplicitare nella possibilità che si presenta solo a chi sa osservare lo scorrere frenetico delle azioni con un certo distacco, libero dal luogo comune e impersonale del si dice, si pensa, si fa e, in questo modo, avere accesso ad un più vero “io dico, io penso e io faccio”, libero dal bisogno di consenso che, ovviamente, non è sgradevole , ma diviene un corollario e non il teorema. Quella che Heidegger chiama “la libertà per la morte” può essere colta in un esperimento un po’ estremo nei termini ma chiarificante se colto cum grano salis: immaginate di avere a disposizione un solo conclusivo giorno di vita. La prima reazione sarà la disperazione, forse alcuni cederebbero ad essa, altri reagirebbero soddisfacendo desideri troppo a lungo censurati a causa della reale o presunta limitazione imposta dal contesto nel quale si sono trovati a vivere, altri ancora cercherebbero vendetta ad antiche ingiustizie subite, ma sono convinto che i più vorrebbero regalarsi la possibilità di trascorrere le ultime ore donando sorrisi e bellezza alle persone che amano. Quale più alta forma di libertà e felicità ci è concessa se non quella dell’amore più assoluto?

Altro dono della vecchiaia, per le persone più accorte, è certamente l’auto ironia. A questo proposito ricordo la profonda serenità con la quale Simone Signoret dichiarava che, al contrario delle sue colleghe attrici, non aveva nessuna intenzione di cancellarsi le rughe dal viso, “Con tutto il tempo che ho impiegato per farmele comparire – affermava – non vedo proprio perché eliminarle”; e ancora, quando un’intervistatrice dichiarò ammiccante a Sean Connery che gli uomini calvi e sessantenni sono molto sexy, l’attore rispose: “Non saprei. Non sono mai stato a letto con un sessantenne calvo.” In taluni casi è anche vero che gli anni fanno vecchi ma non saggi, ma vale solo per chi non ha fatto alcun tesoro delle proprie esperienze. Chi non ricorda il verso di una canzone del grande De André: “dà buoni consigli chi non sa più dare cattivo esempio”? Certo, varrebbe la pena soffermarsi a riflettere su cosa si intende per buoni consigli e per cattivo esempio, ma credo che la questione ci porterebbe troppo lontano. All’interno di questo argomentare è importante chiedersi: se Titone avesse ottenuto oltre l’immortalità anche l’eterna giovinezza sarebbe stato felice? Prima di rispondere riflettiamo sul fatto che era umano! Gli dei, depensati e ignari della vita, loro sì possono essere felici di quella condizione, ma un uomo il cui corpo permane immutato, impossibilitato al cambiamento, mentre la sua mente, la sua coscienza della vita è un perenne crescere e fluire, non credete che avvertirebbe la feroce scissione che lo lacera? Un essere umano è ben più complesso di un dio, è pur vero che siamo abituati al nostro essere doppi, addirittura multipli, ma la zoppia della condizione ipotizzata ci impedirebbe il viaggio, e noi siamo esistenze in cammino.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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