Savona, storie di "nera": 15 anni di omicidi e cold case - IVG.it
La cronaca

Savona, storie di “nera”: 15 anni di omicidi e cold case

Viaggio tra i peggiori delitti nel savonese, raccontati da chi li ha vissuti "sul campo"

E’ difficile immaginare un quotidiano senza la cronaca nera. Ovviamente “Il Vostro Giornale” non fa eccezione: riavvolgendo il nastro degli avvenimenti più significativi avvenuti negli ultimi quindici anni nella provincia di Savona e raccontati dalla nostra redazione – mi permetto di chiamarla ancora così che se, ufficialmente, non ne faccio più parte, ndr – non mancano anche quelli più tragici, gli omicidi in primis. Senza avere la presunzione di elencarli tutti (servirebbe ben più che qualche pagina), questo articolo vuole fare un viaggio attraverso i più significativi eventi di cronaca nera del savonese, molti dei quali ho seguito in prima persona.

2006 – DELITTO MORO. Nel 2006, il neonato Ivg, ha affrontato in fretta il “battesimo” della cronaca nera raccontando – tra gli altri – uno dei più noti delitti avvenuti a Savona: quello di Cristina Moro, la cinquantaseienne ex impiegata dell’Asl, trovata morta il 25 settembre nel suo appartamento al secondo piano del civico 4 di via Guidobono, in pieno centro città. La donna è stata uccisa da due coltellate, una al collo e l’altra al petto, ma il cadavere aveva anche un cordino arrotolato intorno alla gola, oltre ad ecchimosi su braccia, gambe ed il naso fratturato. Un omicidio che è finito nella lista dei “cold case” (ovvero i casi irrisolti) savonesi: nonostante perizie, accertamenti e le indagini accurate fatte dopo la morte di Cristina Moro (che hanno portato a scoprire che la vittima si prostituiva e, in un primo momento, ad iscrivere sul registro degli indagati un suo cliente), infatti, il suo assassino non ha ancora un nome.

2008 – OMICIDIO NUTICA. Anche l’omicidio di Alina Nutica, prostituta romena di diciotto anni, ha occupato per diversi giorni le pagine virtuali de Il vostro Giornale nell’ottobre del 2008 quando la ragazza è stata trovata morta in un dirupo sulle colline di Alassio. Secondo l’ipotesi della Procura, ad ucciderla – probabilmente con un attrezzo (tipo una picozza) usato in edilizia – sono stati i suoi sfruttatori perché la ragazza aveva osato ribellarsi per uscire dal giro di lucciole che si prostituivano sulla piana ingauna. Purtroppo però anche il suo killer non è mai stato identificato.

2009 – L’OMICIDIO-SUICIDIO DI VALLORIA. Correva invece l’anno 2009 quando nel quartiere di Valloria, a due passi dall’ospedale San Paolo di Savona, furono trovati in una sera di luglio all’interno di un pick-up Mitsubishi L200 i corpi senza vita di Miriam Tambaro, 33 anni, e del suo assassino, Roberto Tobia, ex imprenditore sessantenne, che si sparò dopo aver ucciso la ex compagna. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo aveva esploso tre/quattro colpi di pistola alla nuca, alla spalla e al torace della donna che stava cercando di scappare per poi rivolgere l’arma contro di sé. Un delitto, come tanti purtroppo, maturato perché l’uomo non si era rassegnato alla fine della loro relazione.

2009 – IL DELITTO DEL COGNATO. Un mese dopo, ad agosto, fu Osiglia a finire alla ribalta delle cronache per l’omicidio di Massimiliano Molinari, 38 anni, ucciso al culmine di una lite famigliare nata per futili motivi, dal cognato Andrea Bonifacino, di 43. Come accertato dai carabinieri i rapporti tra i due erano tesi da tempo, ma nessuno avrebbe pensato che si potesse arrivare ad un simile epilogo.

2010 – BEN 4 OMICIDI IN UN ANNO. Se volessimo identificare un “annus horribilis” per il numero di delitti registrati nel savonese il 2010 è certamente il candidato migliore perché ci furono almeno quattro tragici omicidi – a Borghetto, Albenga, Savona ed Albissola – ad occupare le cronache locali. Tra questi c’è anche il primo di cui mi sono occupata “sul campo”: la tragedia di una mamma savonese che uccise il suo bimbo di tre anni. Difficile dimenticare i momenti concitati di quel giorno. E’ l’ora di pranzo del 7 ottobre quando in redazione capiamo che qualcosa di grave è appena successo a San Bartolomeo del Bosco, sulle alture di Savona. Gli altri colleghi operativi in quel momento sono tutti nella zona di Pietra Ligure. Io sono la più vicina e, quindi, prendo lo scooter, imbocco la strada verso Santuario e inizio a salire lungo le curve che portano a Naso di Gatto.

“A che altezza dovrò fermarmi?” mi ripeto mentre continuo a guidare senza immaginare che sarebbe stato impossibile non capire dove era avvenuta la tragedia. Appena arrivata a San Bartolomeo del Bosco mi trovo davanti diverse macchine della polizia, soccorritori e altre auto parcheggiate a bordo strada. Bastano pochi minuti per avere i primi dettagli: la vittima è un bimbo di soli tre anni e ad ucciderlo è stata la mamma. Difficile mantenere la lucidità in quei momenti, mentre bisogna scattare le fotografie, cercare di parlare con gli inquirenti, telefonare in redazione per fare il “lancio” della notizia e i tuoi occhi non riescono a cancellare l’immagine di quel corpicino sull’asfalto coperto pietosamente da un telo termico. Raccontare la morte credo sia uno dei compiti più difficili per un giornalista, almeno per me è sempre stato così. Farlo quando per la prima volta sei sulla scena di un delitto “dal vivo” e quando sai che a pochi metri da te c’è un bambino, se possibile, lo è stato ancora di più. E’ il lato negativo della medaglia di un lavoro che, in tante occasioni, ti permette di raccontare storie belle, allegre e con il lieto fine e, in altre, ti mette davanti ad orrori di cui non vorresti mai scrivere.

La morte di quel bimbo è stata certamente la prima storia di una lunga lista di avvenimenti di cronaca di cui non mi sarei mai voluta occupare. Sicuramente non avrei pensato che soltanto nove giorni più tardi, mi sarei trovata a seguire un’altra tragedia: l’omicidio di Kamila Lysadorska, una trentunenne polacca uccisa nel bagno della sua abitazione di via Dell’Oratorio, ad Albissola Marina, dall’ex compagno Nicolò “Walter” Vivado, di 36, con il quale aveva chiuso la relazione un paio di settimane prima. Di nuovo in “in prima linea” per raccontare quello che era successo: i dettagli sul delitto (l’assassino l’aveva colpita con un grosso coltello da pane e lei era morta dissanguata dopo una lunga agonia), le indagini, l’arresto dell’omicida, la sua confessione e, a distanza di due anni, anche il processo.

2012 – IL DELITTO DELL’OROLOGIAIA. Superato il mio “battesimo” della cronaca nera, negli anni successivi, purtroppo mi è capitato di seguire altre decine – ahimè – di casi di omicidio molti dei quali, per motivi organizzativi della redazione da “remoto”, ma altri ancora da vicino come quello di Rina Marrone, l’orologiaia settantottenne di Savona trovata morta il 19 ottobre del 2012 all’interno del suo negozio di via Niella, “Lazzarino”, dietro al bancone e in una pozza di sangue. Quel pomeriggio in strada c’era un continuo via vai di carabinieri, polizia giudiziaria e per effettuare un sopralluogo arrivò anche il pubblico ministero di turno, la dottoressa Cristiana Buttiglione accompagnata dalla collega Maria Chiara Paolucci. Nonostante tutto quel “movimento” che faceva pensare ad altro, inizialmente, gli inquirenti ipotizzarono che fosse morta per un malore, ma l’autopsia effettuata dal dottor Marco Canepa rivelò uno scenario ben diverso: ad uccidere la donna era stato un colpo di pistola di piccolo calibro che la colpì in testa. Le successive indagini, che coinvolsero anche i Ris di Parma, portarono all’identificazione del presunto assassino: Hader Veshaj, un muratore albanese di 35 anni. Ad incastrarlo, secondo l’accusa, c’erano tre elementi probatori chiave: un’impronta individuata su un giornalino di annunci immobiliari trovati nel negozio; i fotogrammi che ritraggono l’albanese in via Niella in due momenti importanti, prima e dopo l’omicidio; e tracce di residui di sparo, rinvenute sui pantaloni dell’imputato, compatibili con l’esplosione del colpo d’arma. Prove ritenute solide anche dalla corte d’assise del tribunale di Savona che, nel marzo 2014, in primo gradò condannò l’uomo a diciotto anni di reclusione per omicidio.

2012 – IL COLD CASE DI GIOVANNI VASSALLO. Al 2012 risale anche un altro “cold case”: l’omicidio di Giovanni Vassallo, settantottenne di Biella ucciso nel dicembre del 2012 con un colpo di ascia alla testa (e raggiunto anche da altri fendenti sul corpo) prima che il suo assassino appiccasse un incendio – probabilmente per non lasciare tracce – all’interno della casa della vittima in via Leopardi ad Andora. Una vicenda che ho seguito da vicino dai corridoi del settimo piano di palazzo di giustizia quando, durante il mio quotidiano “giro” in Procura, cercavo di raccogliere le ultime indiscrezioni sulle indagini portate avanti dal pm Daniela Pischetola. La vita dell’uomo, così come tutto ciò che del suo appartamento non era andato distrutto dalle fiamme, furono passati al setaccio, ma senza trovare una soluzione al giallo. I Ris di Parma analizzarono perfino gli scarichi dei lavandini di casa nella speranza che il killer si fosse lavato le mani o pulito i vestiti lì dopo l’omicidio, ma senza successo. E nemmeno i meticolosi accertamenti sulle telecamere di video sorveglianza delle vie limitrofe alla casa del delitto e sui tabulati telefonici portarono ad alcun risultato tanto che, nel dicembre del 2015, il pubblico ministero firmò una richiesta di archiviazione.

2013 – OMICIDIO MARITANO. Facendo un salto in avanti, pensando all’anno 2013, credo sia impossibile dimenticare la tragedia dell’omicidio-suicidio avvenuto nella villetta al civico 20 di via Bulasce a Loano che coinvolse l’allora vicesindaco di Borghetto Stefania Maritano, uccisa dal marito Paolo Moisello che dopo aver sparato alla moglie rivolse l’arma contro sé stesso. Un dramma famigliare che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, è scaturito dalla fine del matrimonio tra i coniugi: lui non avrebbe accettato l’idea di separarsi.

2015 – OMICIDIO COLUCCI. L’omicidio-suicidio di Loano, purtroppo, non è stato l’unico raccontato da IVG.it negli ultimi anni: nel giugno del 2015, infatti, un altro caso simile suscitò profondo sgomento ad Albenga dove un cittadino marocchino, Mohamed Aziz El Mountassir, uccise con una decina di coltellate la ex moglie Loredana Colucci e poi, forse in preda ai rimorsi, si colpì a sua volta con l’arma bianca finendo per morire dissanguato. Una tragedia che, secondo molti, era annunciata visto che l’uomo era già stato denunciato dalla donna per stalking per i suoi comportamenti persecutori.

2015 – FRUMENTO UCCISO DAL FIGLIO. Un mese più tardi un altro delitto arrivò a scuotere la tranquillità dell’estate savonese e, ancora una volta, mi sono ritrovata “sul campo” per documentare quanto era appena successo. Era la mattina del 9 luglio quando Mario Frumento, 82 anni, fu ucciso dal figlio Luigi, di 52, con diverse coltellate al costato e alla schiena all’interno di un condominio al civico 4 di via privata Sambolino, una traversa di corso Viglienzoni. Di quella vicenda ricordo bene molti dettagli perché è successa nel mio quartiere, nel condominio dove abitavano diverse persone che conosco e, tra l’altro, la vittima era il papà di una delle mie professoresse del liceo. Motivo per il quale fu doppiamente difficile cercare di mantenere un certo distacco rispetto alla tragedia di cui stavo scrivendo. Inoltre, raccogliendo le testimonianze dei vicini di casa e ascoltando le prime indiscrezioni trapelate dagli inquirenti, i dettagli che emergevano sull’omicidio facevano gelare il sangue: l’aggressione al povero Mario Frumento era iniziata in casa, dopo un diverbio con il figlio che aveva poi iniziato a colpirlo con un coltello da cucina arrivando a seguirlo sulle scale dove l’uomo aveva cercato di scappare per salvarsi. Dopo aver ucciso il padre, Luigi Frumento aveva anche cercato di portare via il cadavere avvolgendolo in un tappeto, ma senza successo. A quel punto era andato da un vicino di casa che resosi conto della tragedia aveva chiamato subito la polizia. L’omicida era stato arrestato per omicidio volontario, accusa dalla quale nel giugno del 2016 è stato prosciolto perché una perizia psichiatrica lo ha riconosciuto incapace di intendere e volere (vista la sua pericolosità sociale era rimasto comunque ricoverato in una residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza).

2015 – L’ACCOLTELLAMENTO DI VIA CIMAROSA. Nemmeno il tempo di metabolizzare l’omicidio Frumento che praticamente una settimana dopo, il 17 luglio, mi sono ritrovata ancora a fare i conti con la vista di un corpo senza vita steso a terra. Stavo tornando a casa dopo una serata fuori quando, passando davanti alla zona di San Michele, ho notato “troppe” luci di lampeggianti che provenivano da via Cimarosa. Il mio “fiuto” da cronista non aveva sbagliato perché, effettivamente, c’era stato un omicidio. Pochi minuti prima, al culmine di una rissa, un cittadino marocchino, Salah Boussedra, era stato ferito ad un braccio con una bottiglia da un connazionale che, sfortunatamente, gli aveva reciso l’arteria brachiale provocandogli un’emorragia fatale. La lite era iniziata in mezzo alla strada e poi era proseguita all’interno di uno stabilimento balneare (pieno di famiglie che partecipavano ad una serata a tema) dove poco dopo la vittima era stramazzata a terra. L’omicida, Mohamed Addaji, era invece scappato sul litorale ed era stato poi intercettato dai carabinieri all’altezza del supermercato “Mercatò”.

2017 – ALAMIA UCCIDE JANIRA D’AMATO. Tra le diverse storie di delitti che ho seguito, più o meno da vicino, in questi anni una è indubbiamente rimasta scritta in maniera indelebile sulla mia pelle: la morte della ventunenne Janira D’Amato, barbaramente uccisa il 7 aprile del 2017 con 49 coltellate dal suo ex fidanzato Alessio Alamia nella casa del ragazzo, in piazzetta Morelli a Pietra Ligure. Il giorno dell’omicidio non ero sulla “scena del crimine”, ma dietro al pc per raccogliere le informazioni che, minuto dopo minuto, arrivavano in maniera concitata da Federico e Matteo, i colleghi impegnati sul campo. E’ stato nelle settimane successive a quella tragedia, quando è stato il momento di raccontare gli sviluppi giudiziari che ho iniziato ad occuparmi del caso sempre più da vicino. Ricordo il quinto piano di palazzo di giustizia “blindato” nel giorno dell’interrogatorio dell’assassino di Janira e poi l’attesa per l’esito dell’autopsia effettuata dal medico legale Marco Canepa da cui emerse tutta la furia con cui il ragazzo infierì sulla ex fidanzata. Dettagli che non avrei mai voluto scrivere. Se già nella fase d’inchiesta questa dolorosa vicenda mi aveva coinvolto moltissimo, è stato quando in corte d’assise si è celebrato il processo a carico di Alamia che, udienza dopo udienza, mi è sembrato di rivivere gli ultimi mesi di vita di Janira fino ad arrivare a quel maledetto 7 aprile. Con il mio “fedele” Mac portatile, ho presenziato ad ogni udienza del processo. Ho sentito, una per una, tutte le deposizioni dei testimoni e dei vari consulenti di parte, la requisitoria del pubblico ministero Elisa Milocco, le conclusioni dei legali di parte civile e l’arringa dei difensori dell’imputato. Ero seduta a pochi metri dai genitori e dai due fratelli di Janira mentre in aula Alessio raccontava come l’aveva uccisa e tutto quello che fece prima di andare a costituirsi dai carabinieri. Ero lì mentre su un monitor scorrevano le drammatiche fotografie della scena del delitto e del corpo della ragazza martoriato dalle coltellate: immagini così terrificanti da sembrare quelle di un film dell’orrore, ma che, purtroppo, erano reali. Immagini che sono scolpite in maniera indelebile nei miei occhi, così come la dignità, la compostezza e la forza della famiglia di Janira verso la quale, per tutta la durata del processo, ho provato un’empatia profonda e sincera. Ricordo ogni momento di quel processo, compreso quello in cui ho ascoltato la corte condannare all’ergastolo Alessio Alamia. Per qualche minuto ho lasciato da parte qualsiasi emozione, sono rimasta concentrata esclusivamente sul lavoro e ho pensato solo ad inviare il pezzo in redazione per far uscire la notizia prima possibile. Non appena l’articolo è stato online, credo di aver permesso al vortice di sensazioni che avevo in pancia di uscire. Ho raggiunto papà Rossano e mamma Tiziana, i genitori di Janira, e gli ho stretto le mani. Non sono servite altre parole per fargli capire che gli ero vicina, che apprezzavo la loro educazione e compostezza e che, anche se ho dovuto “scavare” nelle loro vite, ho cercato di fare il mio lavoro rispettando il loro dolore e la memoria della loro figlia.

2019 – L’OMICIDIO DEL KARAOKE. Questo viaggio attraverso i delitti degli ultimi quindi anni nel savonese non poteva che concludersi con l’ultimo del quale ho scritto sulle pagine de Il Vostro Giornale prima di interrompere – esclusivamente per motivi legati ad un mio cambiamento professionale, ndr – la mia collaborazione con questa testata giornalistica. Si tratta dell’omicidio dei bagni Aquario di via Nizza a Savona, avvenuto la sera del 13 luglio 2019, quando Domenico “Mimmo” Massari, 54 anni, ha freddato a colpi di pistola la ex compagna Deborah Ballesio nel bel mezzo di una serata karaoke.
Ero a cena con degli amici non molto distante in linea d’aria da via Nizza e ricordo nitidamente di aver sentito una serie di boati. Abbiamo pensato a dei fuochi d’artificio e non abbiamo minimamente dato peso alla cosa. Poche dopo il cellulare ha iniziato a suonare: “E’ successo qualcosa in uno stabilimento balneare a Savona, c’è stata una sparatoria”. Mi sono alzata da tavola e in 5 minuti ero in sella allo scooter per raggiungere via Nizza. Quando sono arrivata c’era già qualche collega, una folla di curiosi e un cordone di forze dell’ordine che bloccava l’ingresso dei bagni. In una manciata di secondi stavo già raccogliendo le prime testimonianze e cercavo di capire quello che era successo: le indiscrezioni si rincorrevano, c’era chi parlava di più vittime, di feriti gravi portati in ospedale, compresi dei bambini. E poi c’era l’ansia per la fuga dell’assassino. Con il passare dei minuti, come sempre succede, il quadro si è delineato: ci è stato confermato che la vittima era una donna, che i feriti erano tre, ma nessuno per fortuna in gravi condizioni e che, effettivamente, il killer era ricercato. Di quella sera ricordo anche le foto della scena del crimine (l’ennesimo corpo a terra in una pozza di sangue coperto da un telo) “rubate” facendo sporgere il cellulare sopra al muretto di cemento che delimitava lo stabilimento balneare. Giornalisticamente parlando è stato certamente un bello scoop, ma umanamente non era certo qualcosa di cui essere contenti o andare fieri. Quando, verso le 2,30 di notte, siamo andati tutti a casa ricordo di aver tirato un sospiro di sollievo nel pensare che, con tutta probabilità, era l’ultima volta che dovevo seguire un omicidio come “inviata” per un giornale.

Per completezza d’informazione, dopo il delitto del karaoke purtroppo ci sono stati altri omicidi in provincia di Savona documentati da IVG.it. Penso ad esempio a quello di Jessica Novaro da parte di Corrado Testa. E ho visto che IVG ha continuato a fare il suo lavoro, informandovi e raccontando quelle vicende. Non so cosa abbiano provato i colleghi che hanno preso il mio posto; ma so per certo che anche loro porteranno quelle immagini dentro per sempre. Perché a queste tragedie, a immagini così terribili non ti abitui mai. Il sogno di quasi tutti i giornalisti sarebbe quello, un giorno, di non dover più raccontare vicende simili. Ma purtroppo…

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