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Il luz

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

“Si può credere in Dio senza credere nell’immortalità, ma è difficile pensare che si possa credere nell’immortalità e non credere in Dio”, almeno, questo è quanto afferma Ernest Dimnet, sacerdote francese divenuto famoso con il saggio “L’arte di pensare”. In effetti il tema dell’immortalità è affrontabile sia in ottica laica che dalla prospettiva del religioso. Come affermava Blaise Pascal, ovviamente dalla sua appassionata posizione di credente, “L’immortalità dell’anima è una cosa che ci riguarda in modo così forte, e ci tocca così in profondità, che bisogna aver perso ogni sensibilità perché ci sia indifferente sapere come stanno le cose”. È altrettanto vero che, qualche secolo dopo, Francis Crick, biologo molecolare premio nobel per la medicina nel 62 per la scoperta con altri due scienziati della struttura del DNA, dichiara che: “Scientificamente parlando, l’anima è soltanto una questione neuronale, e quindi illusoria è ogni fede nell’immortalità”. Altri, come Giordano Bruno, ritenevano l’anima immortale ma necessariamente legata ad un corpo materiale, per Lev tolstoj la prova più evidente dell’esistenza dell’anima è la coscienza dell’infinito presente nell’uomo, ma è interessante, mi sembra, tornare ad una antica leggenda ebrea nella quale si fa riferimento ad un particolare ossicino del corpo umano portatore di immortalità: il Luz (Lus in altre versioni).

Il tema della vittoria dell’uomo sulla sua nemica assoluta, la morte, attraversa le culture di ogni tempo ed in ogni luogo e, inevitabilmente, si manifesta in diverse modalità comunque accomunate dall’idea di resurrezione. È certo noto il mito egizio che narra della morte di Osiride per mano del fratello Seth che ne fa scempio distribuendo tutte le sezioni del suo corpo in giro per il mondo. L’amore di Iside per Osiride la indurrà a recuperarne tutte le parti e a ricomporlo per poi rivolgersi a quel corpo senza vita così: ”Risorgi, o Osiride, ti è resa la tua spina dorsale.” Nel tempo il mito-anelito della resurrezione ha attraversato innumerevoli narrazioni, prossime alla nostra cultura sono sicuramente quella greca, quella ebraica e quella cristiana, per citare le più conosciute. Nel caso greco il mito racconta della morte del giovane Dioniso per mano dei Titani che, fattolo a brandelli, si nutrirono delle sue carni. Ne sopravvisse solo il piccolo cuore che, grazie all’intervento di Zeus, resuscitò l’intero Dio. Ne seguì la punizione per i feroci assassini che vennero colpiti dalle saette di Zeus, le loro ceneri contenevano indissolubili l’elemento eterno e divino delle carni di Dioniso e l’aspetto ferino e animale dei Titani, non è un caso se il primo uomo venne generato utilizzando proprio quel mistico composto e infondendo in esso la consapevolezza di essere contemporaneamente mortale ed eterno. La tradizione Talmudica individua, come testimonia Enrico Cornelio Agrippa, l’elemento immortale nell’uomo in un osso “della grossezza d’un cece mondato, che non è oggetto ad alcuna corruzione, che è vinto dal fuoco, ma si conserva sempre illeso, dal quale (come dicono) come una pianta da un seme, nella resurrezione dei morti il nostro corpo umano ripullula”. L’osso immortale venne chiamato Luz, in aramaico il nome del coccige, in riferimento all’omonima città abitata da immortali e divenne, in quanto “nocciolo dell’immortalità”, ciò che è nei mortali pur essendo immortale, una sorta di reificazione di quello che, nella nostra cultura e con connotazioni spirituali, è l’anima. Ed eccoci all’elemento centrale, almeno secondo la dottrina paolina, della religione cristiana: il dogma della resurrezione di Cristo che, ed è chiave di volta della teologia cristiana e non solo, si connette alla possibilità della vita eterna anche per tutte le anime degli uomini.

Possiamo ora tornare a riflettere sull’affermazione di Ernest Dimnet: è evidente che la prima parte della stessa possa rappresentare una contraddizione, in effetti credere che esista Dio richiede che si creda in un suo attributo peculiare, l’eternità, è ovvio che il teologo si riferisse alla possibilità di attribuire l’immortalità a Dio senza supporla possibile nell’Uomo e contrapponesse a questa ottica quella di chi riconosce l’immortalità all’anima dell’uomo e che, di conseguenza, non può che trovare imprescindibile l’esistenza stessa di Dio. Resta aperto il problema che è alla base dell’una e dell’altra fede: come e perché l’uomo ha concepito e poi creduto nell’esistenza di una componente immortale in se stesso e, inevitabilmente, l’abbia poi individuata nella natura di un Ente superiore? È di nuovo necessario misurarci con il tema della morte. L’uomo è un animale capace di coscienza, cioè ha in sé la consapevolezza di essere qui ed ora, di aver avuto una origine, di cambiare e, non solo per accidenti ma per natura, di morire. Ma è sempre stato così? Prima dell’insorgere della coscienza l’uomo non era tale e tutto era uno, senza inizio né possibilità di fine, non si può dire che l’uomo allora fosse immortale o felice o attribuirgli nessun’altra determinazione in quanto non esisteva la coscienza di essere. Ecco il peccato originale, in verità incolpevolmente e senza possibilità di deliberare o opporsi a tale evento, l’uomo è nato a se stesso e immediatamente si è collocato nel tempo con un inizio ed una fine. L’angoscia del nulla subito lo abitò affiancando l’ebrezza dell’esistere e l’uomo imparò ad amare la vita così come a temere la morte, da qui il tentativo di esorcizzarla creando e riconoscendo in sé il Luz, un’essenza immortale capace di eternarlo. Ma è davvero possibile ingannare la morte credendo profondamente nel Luz?

L’alternativa di ricordarsi che, seppure ci conosciamo come onda che nasce distaccandosi dal mare, che inizia, cresce e poi muore, rimaniamo da sempre e per sempre mare è un’altra possibilità, direi quantomeno altrettanto valida ma … ma se imparassimo a vivere ogni istante con la massima intensità di cui siamo capaci, sapendolo per sempre nell’istante stesso in cui diviene mai più, forse renderemmo la nostra vita tanto pregna di bellezza e tanto profondamente vissuta da non avere più la necessità di attenderne dell’ulteriore e l’ossicino Luz potrebbe tornare ad essere una romantica leggenda alla quale non chiedere di regalare senso alla nostra vita poiché ce ne saremmo finalmente riappropriati come diritto auto-fondativo di ogni esistenza.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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