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Per un pensiero altro

Bumburismo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

Pensiero Altro 21 aprile 2021

“La critica letteraria non è il tuo forte, amico mio. Non provartici! Lasciala fare alla gente che non ha frequentato l’università. La fanno così bene loro, sui quotidiani! Tu sei un vero e proprio bumburista: questa è la realtà. E io avevo ragione a sospettarlo. Tu sei uno dei bumburisti più radicali e progrediti che io conosca»; è una battuta pronunciata da Algernon nella commedia “L’importanza di chiamarsi Ernesto” scritta da Oscar Wilde nel 1895. È probabilmente pleonastico ma lo ricordo: il titolo in lingua originale gioca sull’ambigua assonanza tra il termine earnest (onesto) ed il nome Ernest che, in effetti, in inglese si pronunciano allo stesso modo, da qui l’intraducibilità in italiano se non ricorrendo al nome Franco che ha un senso anche come aggettivo. L’intento del caustico autore irlandese era quello di denunciare il bigottume ed il perbenismo di facciata tipici dell’età vittoriana ispirandosi alle society plays già in uso in Francia ma ha inevitabilmente affrontato anche i temi del mascheramento, del doppio, dell’ipocrisia e della rinuncia ad una vita nella quale riconoscersi pienamente. Aspetti, a mio vedere, di una sconcertante attualità. È in questo contesto che Algernon, uno dei personaggi della pièce, ricorre al termine “bumburismo” sul quale mi sembra interessante soffermarci come degno rappresentante di “un pensiero altro”.

Con il termine bumburismo Wilde intende indicare il consentirsi di condurre una doppia vita, una che è quella convenzionale, quella che si è andata definendo attraverso una sorta di incompresa collaborazione tra il soggetto e la società nella quale lo stesso si è trovato a vivere, esistenza vissuta in parte per convinzione, forse, in parte per scarso “slancio vitale”, cosa molto più probabile; l’altra è la vita che i più si rappresentano solo come sogno e che alcuni, migliori, più coraggiosi, più falsi, più capaci alla rappresentazione, alcuni, dicevo, vivono sotto un’altra maschera: ribadisco, un’altra maschera! Un noto aforisma di Wilde recita così: “Un uomo non è del tutto se stesso quando parla in prima persona, dategli una maschera e lo sarà”. È certo che una società ottusamente imbrigliata dal perbenismo e dal formalismo come quella vittoriana è ben facile da sbeffeggiare specie se si è una splendida penna iconoclasta come Oscar Wilde, ma, almeno a mio modo di vedere, non è poi tanto differente dall’attuale, sono mutate le maschere, oggi, specie in taluni ambienti, quelle maggiormente in uso sono ostentazione di libertà e spregiudicatezza, ma spesso dietro l’apparire si nasconde il “convenzionale” , antesignano dell’ancor peggiore “poco o nulla”. Come non accostare il nostro pensiero alle provocatorie “maschere nude” pirandelliane? Non c’è un tempo nel quale l’essere umano, da quando ha deciso di essere civile, non abbia indossato una maschera!

La domanda a questo punto è: perché dobbiamo ricorrere al bumburismo per poter condurre la vita che davvero vorremmo? Perché ci risulta impossibile riconoscerci il diritto ad essere felici? L’interrogativo, spero sia chiaro, non vuole suggerire di reclamare il proprio diritto ad indossare una diversa maschera, forse nemmeno quello di poterla mutare a proprio piacimento, piuttosto affermare che sarebbe auspicabile non averne bisogno. Nella nostra società ci raccontiamo che ognuno è libero di essere ciò che vuole, di operare qualsiasi scelta, sempre che rispetti le libertà ed i diritti altrui, ma se avessi modo di conversare ad uno ad uno con ogni convinto sostenitore di questo giudizio, sono convinto che tutti sarebbero indotti ad ammettere di sentirsi più o meno controllati, condizionati, limitati dal contesto, dalla cultura imperante, dalla perversione del giudicare, patologia estremamente diffusa che affligge soprattutto gli invidiosi. La soluzione più diffusa è “adeguarsi in pubblico cercando nicchie di libertà nascoste” oppure, una forma di rinuncia ancor più definitiva, convincersi di desiderare davvero di essere ciò che è “politicamente corretto essere”; ognuno diviene censore, giudice e secondino di tutti, in questo modo il sistema si auto-celebra nella sconfitta di ogni singolo.

Ed arriviamo ad oggi: è possibile sostituire il termine bumburismo con avatar. In realtà l’etimo del termine ha radici antiche, deriva dal sanscrito avatara e indica una personificazione di Visnu, appunto una “discesa”, traduzione letterale, del dio in una rappresentazione fisica, come nel caso di Krishna e Buddha, e riveste un ruolo centrale nell’Induismo. Il termine, divenuto noto al grande pubblico attraverso l’omonimo film del 2009, è già presente nel mondo virtuale di Second Life del 2003, una piattaforma informatica all’interno della quale l’utente opera per mezzo di una libera rappresentazione di sé, un avatar, appunto. L’idea originale di Philip Rosedale registra diversi epigoni: Fresbo World, Smeet, Meetsee, Realxtend, Exit Reality, Small World, solo per citane alcuni. Quali le ragioni di tanto successo? Una è sicuramente che nel “mondo virtuale” chi entra può rappresentarsi attraverso un avatar nel quale esprime tutto ciò che “avrebbe voluto essere ma non gli è stato possibile” in quella che, convenzionalmente, viene definita “vita reale”. Ma in Second Life è possibile incontrare altri avatar, organizzare feste, produrre attività, guadagnare ed arricchirsi, addirittura innamorarsi e convivere, si fanno, in buona sostanza, tutte quelle cose che rendono reale il quotidiano, con l’aggiunta che ognuno agisce nei panni di un “individuo-avatar” nel quale molto di più si riconosce! A questo punto, allora, in base a quale logica è possibile ritenere più “reale” il quotidiano rispetto al ”virtuale”?

È un interrogativo provocatorio? Lo ammetto, ma forse potrebbe indurre a riflettere sull’opportunità di essere ciò che vogliamo nella “first life”, magari senza ricorrere all’ossessione anglofona, ricordando che la vita è una sola e deve essere degna di ognuno di noi, operazione realizzabile solo dal protagonista. Non credo che avremo altre opportunità e, nel caso, come potremmo averne consapevolezza? Credo che l’adesso sia il momento di lasciare che i giudici e i censori affoghino nei propri miasmi, per poter a respirare il profumo della nostra autoliberazione.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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