A giudizio

“Brucerei un figlio gay”, nuovo rinvio nel processo contro l’ex consigliere Giovanni De Paoli

Si tratta del primo caso giuridico di omofobia in Italia

depaoli regione discussione

Liguria. Si sarebbe dovuta tenere oggi, 15 aprile, l’udienza che vede a processo Giovanni De Paoli, l’ex consigliere regionale leghista imputato davanti al magistrato Massimo Todella e al pm Patrizia Petruzziello per aver detto il 10 febbraio del 2016, nel corso di un incontro con l’associazione AGEDO di Genova, che “se avesse un figlio omosessuale lo butterebbe in una caldaia e lo brucerebbe”, fatto aggravato perché commesso per finalità di discriminazione.

Dichiarazioni che avevano sollevato un vero polverone a livello politico. Si tratta del primo caso contro l’omofobia in Italia: l’udienza, però, è stata ancora rinviata.

“Si tratta del primo caso contro l’omofobia in Italia – commenta Aleksandra Matikj, presidente del “Comitato per gli Immigrati e contro ogni forma di discriminazione”, che aveva presentato formale denuncia sulle parole dell’esponente leghista – Trattandosi di un caso sollevato dalla politica ma anche socialmente davvero rilevante, dunque importante, e che vede coinvolto il futuro di un’intera generazione di persone, in questo caso gli omosessuali, ci aspettiamo dalle Autorità giudiziarie genovesi che questo procedimento penale non venga ulteriormente rimandato, anche se comprendiamo perfettamente il periodo di pandemia e le conseguenze che potrebbe provocare”.

“Ci dovrebbe essere ancora comunicata la nuova data che prontamente sarà pubblicata dal momento che abbiamo oramai anche una responsabilità verso chi crede in noi e nella nostra battaglia, non solo giudiziaria” aggiunge.

“Lavoriamo contro le discriminazioni in Italia dove, purtroppo, manca ancora una legge ufficiale approvata contro l’omofobia, la bi-fobia e la trans-fobia. È l’impegno e l’obiettivo che ci stiamo assumendo come il prossimo passo da compiere” conclude.

Contro De Paoli era stata presentata anche la querela dell’associazione Agedo (Associazione genitori di omosessuali), con i due fascicoli poi uniti in un unico processo a carico dell’ex consigliere regionale.

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