Accusato di aver picchiato la compagna e poi assolto, l'incubo di un padre: "Ora voglio rivedere mia figlia" - IVG.it
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Accusato di aver picchiato la compagna e poi assolto, l’incubo di un padre: “Ora voglio rivedere mia figlia”

Cadute tutte le contestazioni, dopo due anni il giudice ha deciso che "il fatto non sussiste"

Savona. “Ci sono voluti due anni, ma per fortuna la giustizia ha funzionato e il mio nome è stato riabilitato. Ora vorrei solo tornare a rivedere mia figlia”. A parlare è Pietro (nome di fantasia), al termine di un lungo incubo che lo ha visto sotto processo con una accusa gravissima: aver ripetutamente picchiato e maltrattato la compagna.

Mi hanno arrestato e dipinto come un mostro” racconta, con negli occhi uno strano mix di sentimenti. Sollievo, rimpianto, voglia di rivalsa. Sollievo, perché le accuse erano di quelle pesanti come macigni. Rimpianto, per aver perso troppo: molti amici, molto tempo, e l’amore di una figlia. E voglia di rivalsa: perché per quella figlia, ora, Pietro è pronto a tornare a lottare.

Per l’uomo, oggi 46enne, l’incubo inizia il 23 agosto 2018, dopo l’ennesima lite con la compagna con cui sta dal 2009, dopo averla conosciuta online. Entrambi chiamano le forze dell’ordine, accusandosi a vicenda: lui telefona alla polizia, lei ai carabinieri. Che trovano mamma e figlia in lacrime, la casa a soqquadro e i vestiti impilati nell’ingresso. Lo scenario sembra chiaro e la donna riferisce di essere già stata percossa in precedenza: quindi i militari arrestano l’uomo con l’accusa di maltrattamenti in famiglia aggravati dalla presenza della figlia minorenne.

Mentre Pietro è ai domiciliari (ci resterà 42 giorni), le prime indagini dipingono un quadro per nulla edificante: per le forze dell’ordine la donna avrebbe subito anni di violenze, minacce, vessazioni psicologiche, insulti e botte, spesso davanti alla figlia minore. A pesare come massi, innanzitutto, due episodi chiave. Il primo è una denuncia per lesioni fatta dalla compagna ai militari il 9 giugno, due mesi e mezzo prima dell’arresto: in quell’occasione la donna riferisce di aver ricevuto, la sera prima, “due schiaffi forti sulla testa e dopo un pugno”, con la bambina che tenta di difenderla lanciando un pennarello contro il padre. Lui, per tutta risposta, avrebbe preso lo smartphone e iniziato a riprendere tutto.

Il secondo episodio è la testimonianza di una ex di Pietro, con cui ha avuto anni fa la sua prima figlia: la donna si reca spontaneamente dai carabinieri il 21 giugno (quindi 12 giorni dopo la denuncia della prima donna, e due mesi prima dell’arresto) per confermare i difficili rapporti tra i due e testimoniare di avere a sua volta subito, durante la convivenza, violenze sia fisiche che verbali.

Oltre alla violenza, il marito avrebbe anche controllato la moglie in ogni suo movimento, installando delle telecamere in camera da letto, in cucina e nell’ingresso, nell’abitazione e arrivando anche ad impedirle di uscire con le amiche. L’installazione avviene nel 2011, dopo un furto nell’appartamento; ma secondo la donna l’uomo approfitterebbe dell’impianto per controllarla costantemente, arrivando a mandare messaggi di testo per contestare il modo in cui veniva lavato il pavimento o chiedere di far uscire la suocera da una stanza. Secondo la donna Pietro avrebbe anche il vizio di pubblicare su Facebook foto prese di nascosto dalle telecamere.

Contro l’uomo va anche un altro episodio, sempre risalente al 2011. La donna racconta agli inquirenti di essere finita in ospedale con il naso spaccato dopo essersi rifiutata di avere un rapporto sessuale a tarda notte con il compagno: di fronte ai sanitari, poi, verrebbe convinta a parlare di un gioco andato male. Ma più in generale lei racconta di anni impossibili, in cui lui la denigra per l’aspetto fisico, alza spesso la voce, non le fa trovare nulla nel frigo quando torna dall’estero, passa le notti in chat con altre donne, priva lei e la figlia persino del condizionatore tenendo la porta chiusa per essere l’unico a beneficiarne.

Un altro dei principali motivi di contrasto è il lavoro: da quando lo perde, nel 2010, l’uomo si “accontenta” di aiutare saltuariamente i genitori nel loro negozio. Mentre lei, che è arrivata dall’estero, invoca il tenore di vita che lui le aveva promesso e che lei potrebbe avere nel suo Paese di origine, lavorando come ingegnere. Ma anche la proposta di trasferirsi diventa un motivo di continui contrasti, che culmina nel 2015 con un tentativo di suicidio da parte dell’uomo mediante abuso di farmaci, documentato da Pronto Soccorso e dal Servizio di Salute Mentale.

Tutto, insomma, sembra confermare un dato: Pietro è un mostro. O quantomeno un uomo violento, geloso e svogliato. Si va a processo, e per lui iniziano due anni difficili. Nel luglio 2020, però, il giudice Emilio Fois ribalta tutte le accuse, assolvendolo “perché il fatto non sussiste”. Nel mirino i testimoni della difesa, che secondo la sentenza “si sono rilevati tutti sostanzialmente ininfluenti rispetto all’accertamento dei fatti”, ma soprattutto la ricostruzione di quegli anni. Le liti sono dimostrate, e anche molto aspre, ma mai “a senso unico”: per il giudice non si riscontra quindi una “vessazione unilaterale” ma un conflitto in entrambe le direzioni. Ulteriori perplessità, secondo il giudice, nascono dalla stessa sequenza degli avvenimenti: ad esempio il fatto che sia lui a tentare di riprendere lei e non viceversa. E le botte descritte dalla donna non trovano riscontro nei referti medici, che dipingono lesioni ben più ridotte di quelle riferite.

Quanto all’installazione delle telecamere (fatto che di per sé non costituisce maltrattamento), la donna non porta alcuna prova a sostegno delle sue accuse: nemmeno i presunti post sui social, che pure sarebbe stato agevole produrre dato che la stessa donna ha fornito altri messaggi e post pubblicati nello stesso periodo. Secondo il giudice, insomma, il racconto della vittima sarebbe inattendibile perché “con accenti più drammatici del reale“. E inattendibile, sempre secondo il giudice, sarebbe anche il racconto dell’altra ex: che, recita la sentenza, “è portatrice di un rilevante interesse personale” (la richiesta di affidamento esclusivo della prima figlia di Pietro, fino a quel momento respinta dal Tribunale per i Minori: dopo le accuse invece è stata accolta e all’uomo è stata tolta la patria potestà).

La sentenza è chiara: Pietro è tutto tranne che un marito modello, vero, ma è innocente. E ora, dopo qualche mese di riflessione, sebbene la vicenda non sia ancora chiusa (la Procura ha fatto ricorso in appello) l’uomo è pronto a dare di nuovo battaglia: “Nonostante tutto continuo a non riuscire a vedere mia figlia. Mi hanno concesso qualche incontro, sempre all’aperto e in presenza degli assistenti sociali, ma la bambina ormai si è chiusa in se stessa. E’ comprensibile: non mi vede da anni, e non so cosa le hanno raccontato a casa. Ma io ho diritto di vederla, per parlarle, per farle capire che non sono il tipo di uomo che le è stato descritto. Non voglio perderla come successo con la mia prima figlia”.

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