Per un pensiero altro

Ricatto, amore e famiglia

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

“Il ricatto è uno dei più vili assassini. E ai miei occhi un delitto d’una scellerataggine più profonda dell’omicidio” scrive Honoré de Balzac e sono quasi certo che nessuno, almeno così d’acchito, possa sostenere il contrario e nemmeno concepirlo come sostenibile, però … però, ad una più attenta riflessione, forse, dovremo rivedere le nostre certezze. Se così fosse, infatti, una pratica tanto abominevole sarebbe esclusiva solo di persone squallide e non potrebbe incontrarsi tanto frequentemente nella vitta di tutti e nei più quotidiani comportamenti. È indispensabile, dopo una premessa così forte, una più articolata declinazione, cominciamo dalla definizione di ricatto in generale. Possiamo, cercando di evitare ogni particolarismo, affermare che ogni ricatto è il tentativo di ottenere un utile personale estorcendolo attraverso un’azione che forzi e condizioni la libertà di scelta della controparte. Mi sembra una definizione sufficientemente ampia da poter accogliere e rappresentare a buon diritto tutte le forme, esplicite o surrettizie, diffuse o occasionali, che proveremo, in un ambito limitatissimo come è inevitabile, ad esplicitare nella loro peculiarità ricattatoria.

In un primo enorme contenitore possiamo collocare tutte quelle modalità più o meno esplicite di ricatto che si legalizzano in ogni forma di contratto palesemente sbilanciato a vantaggio di uno dei contraenti, di solito il più forte. Esempi di questo genere ne possiamo registrare in numero spropositato, dai rapporti di lavoro in cui il dipendente è tanto oberato dalle necessità da dover sottostare a condizioni aberranti al ricatto dei contratti cappio stipulati grazie all’opacità di internet. E ancora: dall’anonimato vigliacco di chi si occulta dietro un avatar di qualsiasi natura e raggira soggetti più o meno consapevoli e vulnerabili fino alle forniture di servizi appetibili come esca e subito dopo trasformati in capestri. Per non parlare dei più variegati fenomeni che ci fornisce quotidianamente la rete specie nelle forme del cosiddetto cyberbullismo, un universo di mediocre umanità che fa del ricatto virtuale il proprio credo. Quanta malinconia alla base della violenza della ricattatoria minaccia di esibire immagini o notizie personali sul palcoscenico illimitato della rete, quanta vigliaccheria e quanta paura, e quante assurde tragedie! Purtroppo, infatti, con sempre maggiore frequenza si registrano suicidi dovuti a questi comportamenti, ma anche quando l’evento non è così definitivo da meritare visibilità mediatica, quanto dolore, quanta angoscia percorre gli itinerari virtuali di quello che è oggi più reale del reale. E tutto questo è mosso da frustrazioni individuali o da giustificazioni di natura economica: il ricatto come strumento e mezzo di sopravvivenza psicologica o materiale. Oggi i grandi socialnetwork sono molto attenti a tutelare i propri iscritti, ma se una soluzione più o meno efficace è stata introdotta a tutela delle vittime potenziali, la radice del problema, la malattia del soggetto che utilizza in questo modo la rete, rimane.

Lasciamoci alle spalle il virtuale ed i suoi effetti devastanti sul quotidiano per addentrarci, almeno per qualche passo, nella vita reale e chiediamoci: quante coppie funzionano, o meglio, sopravvivono su una larvata silenziosa consapevolezza del reciproco ricatto? Lo scrittore francese Pierre Lemaitre in un suo caustico aforisma definisce l’amore come una variante del ricatto, tesi che rappresenta, a mio modo di vedere, un amore malato o, forse solo, immaturo. Sono convinto che l’amore adulto non abbia a che fare con un contratto, non si fondi su di un do ut des, ma sia “la più splendida forma di dono che non chiede nulla in cambio di cui un essere umano sia capace, paragonabile solo alla creazione artistica”, ma questo è un altro ambito. È però vero che troppo spesso ci si è imbattuti in situazioni in cui l’amore è diventato ricattatorio: “Ma come puoi farmi questo se io ti amo?”, come a dire: “Poiché ti amo è come minimo tuo dovere attenerti alle mie aspettative, se non lo fai io soffro e tu divieni brutto e cattivo”, possiamo ancora definirlo amore o rischiamo di confermare la tesi di Lamaitre? Sappiamo bene che è un assurdo l’imperativo nel verbo amare così come la pretesa di renderlo un atto della volontà. Diverso è il concetto di impegno; se mi sono assunto dei doveri nei tuoi confronti connessi ad un’emozione, questi non vengono meno al finire del sentimento. Da qui l’assurdo della condizione anfibia di un contratto, mi perdonino i puristi del diritto, so che in termini tecnici non è corretta la mia affermazione ma credo ci si possa intendere nella sostanza, di un contratto, dicevo, come il matrimonio nel quale ci si impegna ad amare il partner oltre che a sostenerlo. Se la seconda parte della promessa è soggetta alle mie scelte ed alle mie determinazioni, la prima non rientra nelle possibilità umane nel tempo. In questo caso si genera una pericolosa promiscuità tra emozione e ricatto.

So bene che l’argomento è appena accennato, ma è indispensabile passare ad una altra forma di sentimento che può trasformarsi pericolosamente in ricatto; mi riferisco a quel legame meraviglioso e terribile che genera un fenomeno sociale antico come l’uomo: la famiglia. Nel cuore di questa cellula di sistema che è la famiglia pur nel suo divenire storico e culturale, oltre al legame tra i genitori, in qualche succinto modo trattato più sopra, si genera la relazione genitori figli che, sempre leggendola cum grano salis, può rinviare a forme di rapporti ricattatori. Una frase troppo spesso utilizzata dal genitore, specie in riferimento a figli adolescenti e quindi in una fase di rivoluzione comportamentale, è “Questo da te non me lo aspettavo”. Potremmo tradurre l’espressione in chiave più esplicita: “Poiché io ti penso in un certo modo, ogni volta che esci dal mio modello mi fai soffrire”, non mi sembra così impervio riconoscere l’elemento ricattatorio. Non entro nel merito del caso specifico che andrebbe trattato come unicum, è ovviamente impossibile procedere in quel modo, ma provo a rappresentare l’altra faccia della medaglia, il ricatto messo in atto dal figlio/a adolescente. “Guarda come soffro se mi togli l’uso (abuso!) del cellulare, se non mi fai uscire quando e come voglio, se pretendi di conoscere chi frequento. Lo vedi che mi isolo, ore ed ore nella mia camera. Non ho più voglia di parlare con te. Nessuno mi capisce” (tranne ovviamente tutti quelli che ti condividono in un comportamento ricattatorio senza nessun utile se non confermarti in una simile malinconia emotiva). Per non parlare del ricatto con effetto autolesionista che può arrivare anche ad un epilogo tragico.

Pedagoghi e psicologi individuano la responsabilità molto spesso nell’inadeguatezza genitoriale, ma non è che troppo spesso una posizione simile può contribuire alla creazione di un rapporto eccessivamente sbilanciato in una tutela ad oltranza che viene poi pagata con la moneta della fragilità nelle nuove generazioni? La progressiva eliminazione di ogni rito di passaggio non può essere il viatico ad intere creazioni di eterni adolescenti che tali, a questo punto davvero, rimarranno anche una volta responsabili di aver generato un figlio? È questa una provocazione e non certo una conclusione, è la volontà di evidenziare un problema senza avere la presunzione di avere di già una soluzione … sempre che sia possibile anche solo ipotizzarne una oggettiva, certa, definitiva e che non sia l’infinito amore e l’assoluta disponibilità reciproca che è fondamento di ogni idea di famiglia.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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