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Lettere al direttore

Primo Levi a Finale Ligure per incontrare Müller, uno dei suoi aguzzini

di Gabriello Castellazzi

Tra le iniziative programmate per il “Giorno della Memoria” la RAI ha trasmesso un film-documentario sulla vita di Primo Levi e le tragiche vicende che lo videro purtroppo protagonista.
Molti avvenimenti erano già conosciuti attraverso il libro “Se questo è un uomo”, ma il film ha voluto giustamente analizzare anche altri aspetti che Levi affrontò nel volume successivo “Il sistema periodico”, dove venivano riportate le vicende legate al suo possibile incontro con uno dei suoi aguzzini.

Dopo tanti anni l’ incontro sarebbe dovuto avvenire nel 1967 proprio a Finale Ligure, che per Primo Levi era il luogo tradizionale di vacanze al mare.
L’ intero capitolo “Vanadio” descrive la scoperta, per un caso che ha dell’incredibile, come uno dei suoi carcerieri fosse in vita e svolgesse mansioni simili alle sue in un’azienda tedesca di prodotti chimici.

Dopo molte incertezze venne ipotizzato l’incontro, sulla nostra riviera savonese, tra il carceriere e la sua vittima.
Il film-documentario trasmesso dalla RAI analizza in modo approfondito un altro aspetto della vita di Primo Levi che, nel dopo guerra, di fronte alla politica aggressiva dello Stato di Israele verso il popolo palestinese, gli fece pronunciare la ben nota frase: “Secondo me Israele sta assumendo il carattere e il comportamento dei suoi vicini. Lo dico con dolore, con collera, non c’è differenza tra Begin e Khomeini”.

Pur avendo, già in passato, manifestato dure critiche nei confronti dei palestinesi di Al Fatah, la presa di posizione lo espose a durissimi attacchi personali, per i quali soffrì molto.
Queste sue considerazioni erano valutazione oneste, simili a quelle che ancora oggi fanno distinzione tra i diversi atteggiamenti del governo israeliano.

Anche il coordinatore dei “Verdi italiani” Angelo Bonelli, poco tempo fa affermava che “la popolazione palestinese si trova sotto i livelli minimi essenziali di vita per la carenza di beni di prima necessità e che in sede ONU si debba affrontare la questione palestinese, madre di tutti i problemi del Medio Oriente”.
Secondo noi il film-documentario avrebbe dovuto approfondire, con pari spazio e attenzione, anche l’ altro aspetto: il confronto drammatico tra la vittima e il suo carnefice.
Levi aveva appunto scoperto, nel dopoguerra, come in Germania vivesse ancora il dott. Müller, una delle sue guardie di Auschwitz.

Dopo molti ripensamenti e scambi di lettere, il dott. Müller affermava che… “era necessario un incontro, in Germania o in Italia, dove e quando io lo gradissi, preferibilmente in Riviera”.
Secondo Levi il suo carceriere “aveva percepito nei miei scritti un superamento del giudaismo, un compimento del precetto cristiano di amare i propri nemici e una testimonianza di fede nell’uomo” e narra poi quanto avvenne: “Müller mi chiamò al telefono dalla Germania. La comuniazione era disturbata e del resto, ormai, non mi è più facile comprendere il tedesco al telefono, la sua voce era faticosa e come rotta, il tono conciliato. Mi annunciava che per Pentecoste, entro sei settimane, sarebbe venuto a Finale Ligure: potevamo incontrarci? Preso alla sprovvista, risposi di sì; lo pregai di precisare a suo tempo i particolari del suo arrivo. Otto giorni dopo ricevetti dalla signora Müller l’annuncio della morte inaspettata del dott. Lothar Müller nel suo sessantesimo anno di età”.

Primo Levi riporta in conclusione il suo pensiero di allora: “Non lo amavo e non desideravo vederlo, eppure provavo una certa misura di rispetto per lui. Cercava un colloquio, aveva una coscienza e si arrabattava per mantenerla quieta, i suoi sforzi di superamento erano maldestri, un po’ ridicoli, irritanti e tristi, tuttavia decorosi”.
Per il “Giorno della Memoria” tanti sono i motivi che ci portano a riflettere sulla complessità della condizione umana.

Gabriello Castellazzi
Portavoce della Federazione dei Verdi della provincia di Savona

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