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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Il viaggio di Orfeo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo. […] Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo. […] Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti … non vale la pena. […] È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno.” Si tratta di un passo liberamente estrapolato da “L’inconsolabile” di Cesare Pavese contenuto nella raccolta del 1947 dal titolo Dialoghi con Leucò. In esso Pavese trasforma il protagonista, il mitico cantore Orfeo che nel passo sta parlando con Bacca, da disperato amante alla ricerca della perduta Euridice in un tragico cercatore di se stesso. Interessante e gravida prospettiva che suggerisce “itinerari alternativi” propri di “un pensiero altro” sull’eterna simbiosi osmotica tra uomo ed arte che presuppone una gemellarità archetipica tra i due elementi che si scambiano il ruolo di soggetto ed oggetto. Per non parlare del momento in cui il fruitore rigenera e ricrea il prodotto artistico attraverso un nuovo atto d’amore verso l’opera che esiste in sé ma che vive solo nell’eterno rinascere e rinnovarsi grazie al divino che è in ogni essere umano.

Ma torniamo ad Orfeo: il primo artista, così potremmo definirlo, pare sia più antico di Omero, come afferma Mircea Eliade, si dice originario della città di Lebetra nota per la presenza di sciamani capaci di generare un tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti e, fra le altre misteriose capacità, va sottolineata quella di produrre, tramite la musica, uno stato di trance negli ascoltatori. Maestro fra tanti maestri, Orfeo con il suo canto “ammansiva le fiere e animava le cose inanimate”. Quanto cara a Nietzsche la sua arte che fondeva l’ordine musicale apollineo e l’a-razionale e dionisiaco effetto dello stesso sulla natura della quale, mi sembra evidente, aveva colto e cantava la morte e la resurrezione ciclica, quell’eterno ritorno che annichilisce il tempo e che tanta parte riveste nel mito, oltre che nei misteri orfici in quelli eleusini fino al suo meraviglioso manifestarsi nella morte e rinascita dionisiaca. Miti successivi celebrano la potenza melica di Orfeo nel corso della spedizione degli Argonauti ma il mito che lo riguarda più intimamente e lo rivela nella sua essenza è sicuramente quello del suo viaggio nel mondo dei morti per riportare alla luce la moglie Euridice che ci è noto, oltre che per antiche testimonianze, attraverso le Georgiche di Virgilio e le Metamorfosi di Ovidio. Le diverse versioni del mito concordano su alcuni aspetti che proviamo a leggere in un’ottica anche pavesiana ma, spero, “altra”.

Euridice muore uccisa dal morso di un serpente, suggestioni, pur intriganti, che rimandano al calcagno di Maria non possono trovare posto in questo contesto, Orfeo, distrutto dal dolore, decide di infrangere il tabù per antonomasia e parte alla volta dell’oltretomba per tentare di riportarla alla vita. La sua musica, così disperata e meravigliosa, commuove Caronte, Cerbero e la stessa Persefone che convince Ade, suo compagno e signore degli Inferi, a permettere ad Orfeo di tornare tra i vivi seguito dalla sua sposa a patto che non si volti, lungo il tragitto, fino all’uscita dal suo regno. Hermes viene incaricato di seguire la coppia al fine di verificare il rispetto dell’impegno. Euridice, ignara dell’accordo, segue il suo sposo disperata poiché lui non la degna di uno sguardo, ma Orfeo resiste alla tentazione fino a che, proprio sul punto di confine tra vivi e morti si volta. Al di là delle diverse sfumature, pur interessanti, sulla ragione tecnica del ritardo della sposa nei confronti del musico, ciò che rimane è che Euridice, trattenuta malinconicamente da Hermes, lentamente scompare lasciando il povero Orfeo nella più terribile disperazione. L’epilogo della vicenda è, se possibile, ancor più tragico: in una versione Orfeo rinnega l’amore eterosessuale per poi diffondere quello omosessuale fra i maschi Traci suscitando l’ira assassina delle mogli, in un’altra la sua decisione è di rinunciare a ogni forma d’amore e, in questo caso, saranno le Baccanti a fare scempio del suo corpo rendendolo all’aldilà. È ora possibile raccogliere lo stimolante punto di vista di Pavese ed anche una possibile lettura del profondo nesso che unisce in uno scooby doo inestricabile conscio, inconscio, arte e psicologia. Nel mito di Orfeo possiamo riconosce nell’Ade la sfera dell’inconoscibile ed incontrollabile, ciò che abbiamo consapevolezza che sia senza aver la capacità, sempre che sia possibile, di afferrarlo attraverso la rete della ragione conscia. La psicologia dell’arte, infatti, sostiene che l’opera d’arte è portatrice di segni che travalicano le intenzioni progettuali e realizzative dell’autore così come quelle consapevoli del fruitore. In onore dell’arte melica di Orfeo mi sembrano perfette le parole di L. v. Beethoven: “Ogni vera creazione d’arte è indipendente da colui che l’ha realizzata, più potente dell’artista stesso e ritorna al divino attraverso la sua manifestazione. In questo è tutt’uno con l’uomo che è testimone dell’espressione del divino in sé”.

È evidente che non a tutti sia concesso il dono del viaggio permesso dagli dei ad Orfeo, questo diritto può essere identificato con il talento, quello che l’amico Kant avrebbe definito il genio, del quale o si è dotati o non lo si può acquisire, è anche vero che non è dato sapere se lo si possiede fino a che non ci si misura con la sfida, è questo l’atto di fede che è richiesto a chiunque si sappia come artista. È indispensabile, poi, un’enorme dose di lavoro, di caparbietà, di fatica. Orfeo ha dovuto faticare a lungo per ottenere il diritto di accedere al mondo degli Inferi e, una volta guadagnata l’opportunità, ancor più faticosa è stata l’ascesa al regno di Persefone ed Ade. Solo per inciso, se non tutti possiedono il genio per produrre arte, a molti di più è concessa la gioia di goderne ricordando che il fruitore si fa artista nel momento in cui consente all’opera di rinascere in lui. Si tratta di un atto d’amore molto simile a quello compiuto dall’artista ed è portatore di una gioia immensa. Pensando la natura come genio, chi sa inebriarsi e tingersi dei colori del tramonto ne condivide la geniale creatività. Certo, rimane “l’ottentotto del Berchet” che attraversa la vita senza poter mai godere di tanta bellezza, poco ne cale alla natura. Ma questo affascinante e terribile viaggio nell’altrove dal quale tornare alla luce carichi di doni, più o meno consapevolmente, richiede come preludio, il coraggio di guardare dentro di sé poiché “il coraggio ammazza anche le vertigini sull’orlo degli abissi: e quando mai l’uomo non pencola sull’orlo di abissi! Lo stesso vedere non è forse vedere abissi” afferma un grandissimo esaminatore dell’atto creativo come superamento dei limiti, certo si sarà riconosciuto lo stile di Nietzsche.

A Orfeo è stato chiesto un atto di fede sia in sé che nella parola del dio, chiunque presuma di poter generare arte deve accettare il rischio e possedere una fede incrollabile che altrimenti non porterà con sé nulla dall’altrove che avrà visitato e che lo ha visitato. Ed infine sarà indispensabile l’onestà assoluta di riportare l’orrendo ed il meraviglioso, senza ingannare sé stesso o il fruitore poiché, in caso contrario, Hermes non concederà ad Euridice di vedere la luce. Per dirla con le parole pronunciate da Gershom Freeman sull’arte: “Poiché non può essere vera deve essere sincera”, ma questo è un nuovo inizio.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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